‘Pelliccia La Trizza’ su quel cartello, all’ingresso di quel villaggio nel paese delle fiabe, di Giancarlo Scoriazza

Buonasera a tutti,

c’era proprio scritto ‘Pelliccia La Trizza’ su quel cartello, all’ingresso di quel villaggio nel paese delle fiabe.

Piccolo Gomy, il film che si era fatto era diverso, avrebbe tanto voluto leggere: ‘Paese della Gente Normale’, ma invece…

Così scese al volo dal treno, prima ancora che Chico lo fermasse completamente, e si diresse verso l’insegna che tanto lo disturbava, pronunciando parole infuocate: – Maledetto, tu sei tutto sbagliato, non è questo il posto dove io Gomy, anzi io Gomitolo, dovevo arrivare! –

Lo guardò, gli soffiò come volesse spaventarlo, tirò graffiate al palo che lo sorreggeva, fece una faccia inferocita ma gli occhi luccicavano.

Frizzy lo raggiunse. Anche lui ha un trascorso cupo, anche lui ne ha passate tante, anche lui sa come ci si sente in certi momenti, quanto può bruciare una simile disillusione.

Lo abbracciò, lo prese per mano, e, tutti gli altri dietro, si incamminarono nel villaggio con il micio che era un fiume in piena, che raccontava, raccontava della sua vita passata, di quando stava ancora con la sua famiglia, con la bimba Ermione come una sorella, – perché a voi voglio bene, tantissimo, ma Ermione… facevamo tutto insieme, giocavamo insieme, correvamo insieme, dormivamo stretti stretti. Lei e mamma facevano i gomitoli, e io saltavo per acciuffare quel filo di lana che volava tra l’una e l’altra; non puoi capire quanto era divertente, anche per loro che mi dicevano: – Frugolotto, sei un vero saltatore, ti mandiamo alle Olimpiadi! – e papà Anselmo sembrava burbero, ma, quando le femmine erano già a dormire, mi prendeva vicino a sé e mi coccolava affettuosamente. –

Intanto camminavano, il micio che diceva del bene che si volevano e dell’affetto reciproco, ed al terzo incrocio Gomy, o se preferite Gomitolo, girò a destra.

Gomy-Gomitolo continuò a narrare dei suoi trascorsi, di quando correva incontro a Ermione che tornava da scuola, e oltrepassato un parco girarono a sinistra, senza neanche rendersene conto.

Come non rievocare quel terribile pomeriggio, nel quale prima rischiò la vita e poi fu rapito dalla fata, tramutata in strega, Morgana; e in fondo alla via girò a destra.

Ancora qualche passo, e continuò l’esposizione: – Ero proprio felice allora, stavamo in una casetta come questa, con un bel giardino come questo, si entrava da un cancelletto sulla via, un cancelletto come questo, sempre aperto (entrò), e c’era un vialetto come questo, con fiori bellissimi ai lati, come questi, e due piante come quelle, e io mi ci arrampicavo. Da quel ramo in alto riuscivo, con un balzo, a saltare sul davanzale della finestra, quindi entravo in casa e cercavo la mia Ermione. –

Gli amici ormai sono tutti nel vialetto, attendono di vedere cosa accadrà: accade che Gomy si lancia verso l’albero, sfodera gli artigli e lo scala in un amen, percorre il ramo fino in fondo, zompa agile sul davanzale, e poi sparisce dentro la casa.

Non entreremo tra quelle mura, non romperemo l’intimità di quel ricongiungimento.

Certo, da fuori si sentivano grida e strilli di gioia, si intuiva quale potesse essere l’emozione, ci si sentiva partecipi, ma lasciamoli tra di loro, per un po’.

E dopo un po’ la porta si apre e compare la bimba con in braccio Gomitolo, la mamma Bice che abbraccia la bimba ed il babbo Armando che abbraccia la mamma: sono radiosi.

Gomy (o se preferite Gomitolo) provvede alle presentazioni.

La mamma dice: – Avremmo piacere di ospitarvi per tutto il tempo che rimarrete nella nostra comunità, la nostra casa è la vostra. –

Aggiunge il babbo: – Sarebbe un onore. –

Chéri: – Penso di parlare a nome di tutti. Vi ringraziamo per la vostra generosità, l’apprezziamo molto. Ma ciò che ci rende veramente felici è vedervi di nuovo uniti, constatare che il nostro amico Gomy, pardon Gomitolo, ha ritrovato la serenità. –

Chico: – Bene, approfittiamo dell’ospitalità e ci facciamo subito una doccia od un bagno, secondo le preferenze. È da molto che siamo in viaggio e puzziamo come delle capre! (ohps, scusa Bea.) –

Vi saluto caramente.

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