Riflessione a freddo sulla vittoria del SI, di Angelo Marinoni

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A parte lo scomposto tripudio della classe politica nella sua interezza che, con la consueta sobrietà, festeggia vittorie vere o presunte, il tema davvero importante e clamorosamente poco discusso sia nel dibattito politico che sui media è quello della vittoria del si al referendum sulla riduzione dei parlamentari.

Persino sui social dove la kermesse di odio degli uni verso gli altri è stata agguerrita fino a poco prima della consultazione referendaria si assiste a una limitato gaudio dei si e un dignitoso e discreto brontolio dei promotori del no,

E’ importante, se non fondamentale, che chi ha vinto la competizione referendaria non si fermi qui perché se non era urgente (e secondo me neppure opportuno) ridurre i parlamentari e se prima del referendum era importante che si mettesse mano alla redistribuzione  dei poteri nei vari livelli amministrativi,  ora diventa prioritaria a qualunque altro provvedimento una revisione delle deleghe alle regioni , una definitiva cancellazione (con sperabile damnatio memoriae) della legge Del Rio sulle province e una riconfigurazione dei collegi su base territoriale e non antropica.

Francamente mi lascia allibito la leggerezza con cui non viene affrontato il tema regioni: se prima del covid la gestione e il costo dei servizi, l’aumento della filiera corruttiva, la inaccettabile disparità di trattamento fra centri metropolitani autodefinitisi tali e periferie arbitrariamente definite tali rendeva urgente una revisione del sistema regionale, l’esperienza del covid lo ha reso palese e irrevocabile.

Invece di affrontarlo si è portata avanti una riforma i cui benefici non sono noti nemmeno ai promotori perché oltre a un generico (e un po’ infantile) sentimento antipolitico il risultato della riduzione si riduce a una simbolica riduzione di costo del meccanismo parlamentare e una non facilmente immaginabile composizione delle liste elettorali.

Ad ogni modo la riduzione dei parlamentari avverrà ed e’ responsabilità dei vincitori, con la forza dei numeri dimostrata, proporre subito una riforma del complesso del sistema statale attraverso improcrastinabili provvedimenti costituzionali che evitino le conseguenze negative della scelta fatta e consentano a loro di dimostrare che avevano ragione a sostenere la riduzione costruendo un sistema costituzionale efficace e soprattutto equo e democratico come quello originale della Costituzione della Repubblica Italiana.

La Costituzione repubblicana, mai oggetto di una (non necessaria) riforma organica, subisce da vent’anni piccole, ma profonde ferite definite importanti riforme, che vengono attuate in ordine sparso causando inefficienze che divengono, a loro volta, scusa per richiedere una riforma organica.

L’unica riforma organica cui necessiterebbe la Costituzione repubblicana (cui è stata inflitta la prima “riforma” ben prima della sua completa attuazione) è la cura delle piccole e profonde ferite con la loro cancellazione.

Esiste un attuabile percorso di riforme riparatorie sintetizzabile in quattro punti:

  1. Definizione dei collegi elettorali che rispettino i territori e quindi non abbiano come criterio la sola antropizzazione;
  2. Ricostituzione delle Province elettive (magari l’assetto provinciale del 1991 e non quello del 2010 quando furono costituite province ridicole)
  3. Passaggio di deleghe in ambito sanitario e trasporti dalle regioni allo Stato per le linee guida e alle Province per l’organizzazione sul territorio
  4. Revisione della potestà legislativa delle regioni con parificazione della legge regionale a quella provinciale e subordinazione di entrambe alla legge statale superando con la gerarchia in soli due stadi (statale e ente locale) i conflitti di competenze e superando le disparità fra regioni e fra ambiti della stessa Regione.

Questi quattro punti erano importanti e urgenti prima del referendum, con la vittoria dei si diventano indispensabili per evitare il collasso delle aree non metropolitane, la rappresentatività e la tutela stessa dei territori e delle minoranze, la conservazione delle garanzie del parlamentarismo che contraddistingue il nostro sistema politico e che è strumento non sostituibile in un paese con la storia e le caratteristiche dell’Italia.

È anche chiaro che debbano sparire dall’agenzia delle riforme sentimenti maggioritari e che l’unico sistema elettorale compatibile con la riforma promossa dall’ultimo referendum sia quello proporzionale con uno sbarramento minimo se non nullo.

Sarebbe sicuramente rassicurante leggere e vivere un dibattito Costituzionale che vada oltre il Si o No a qualcosa e un programma di revisione delle riforme attuate e una appropriata contestualizzazione della riforma appena approvata dal quesito referendario.

Un aspetto che deve essere evidenziato nel dibattito che è auspicabile si sviluppi è quello che la difesa del Parlamentarismo, il ripristino delle Province, una corretta definizione dei collegi elettorali non sono necessari esclusivamente in difesa di una minaccia autoritaria di una parte politica piuttosto che un’altra, ma sono indispensabili all’equità di rappresentanza dei cittadini ovunque residenti sul territorio nazionale.

La riduzione dei Parlamentari non è la causa del deficit di rappresentanza, ma ne diventa la concausa determinante senza un riequilibrio dei poteri, senza la sostanziale cancellazione della riforma del titolo V e dell’investimento nelle Province come ente principale del governo territoriale nei limiti della legislazione nazionale uguale in ogni angolo della Nazione.