Cari amici di Alessandria Today, dopo qualche giorni di silenzio, sono felice di tornare con una imperdibile intervista al nostro “Tolkien toscano”: Federico Fubiani! Ho letto con trasporto ed emozione il suo secondo volume della saga “Le memorie di Roksteg”, e cioè “I re perduti di Gherrod”, e l’ho trovato molto interessante sia per il pubblico dei giovani e giovanissimi, ma anche per un pubblico più maturo. Ma non perdiamo altro tempo…Buona lettura a tutti!

Federico, grazie per aver accettato di rispondere alle mie domande relative al tuo secondo volume della saga di Roksteg. In questo libro apprendiamo del conflitto secolare fra due etnie – i nani e gli umani – , ma dicci, da cosa e in risposta a quale esigenza nasce la volontà di descrivere una stirpe nanica ostile alla razza umana?
Per una sorta di continuità con il primo romanzo, “Il risveglio di Lephisto”, ci tenevo a trasmettere anche stavolta un messaggio pedagogico. Mentre nel primo capitolo si poneva l’accento sul problema del degrado ambientale, stavolta ho scelto il tema del razzismo, poiché quando iniziai la stesura de “I re perduti di Gherrod” la tematica delle discriminazioni razziali era all’ordine del giorno. E visto che purtroppo, a tutt’oggi, la situazione non è migliorata, credo che la mia scelta sia stata azzeccata. Inoltre questa tematica si sposava bene con la storia che avevo progettato. Una nazione e il suo popolo che avevano perso identità, forza militare ed economica e che avevano coltivato un odio
viscerale e fermentato per gli umani responsabili dell’attacco a tradimento di secoli prima, erano proprio ciò che mi serviva per far muovere i miei ragazzi in un mondo così ostile e diverso dalla Federazione in cui sono cresciuti.

Attraverso le parole di Udur, assistiamo a un’apertura e un’accoglienza da parte dei nani agli umani, inizialmente negata. Che messaggio vuoi tramandare con questo secondo volume? Che la ragione, il bene più prezioso che possediamo, che ci rende diversi dagli animali e ci eleva alla grandezza di cui l’umanità è stata capace nei secoli (quando ci rammentiamo di usarla) è la chiave per scardinare i più radicati e stolti pregiudizi. Se un’anziana nana, nata e vissuta nelle lande desolate e depresse di Gherrod, riesce a guardare oltre le incomprensioni legate a un remoto passato e a comprendere che al di là di razza e nazionalità dei cinque ragazzi che incontra, ci sono altrettante “anime”, forse anche coloro che a tutt’oggi osannano aberranti idee politiche e praticano
comportamenti discutibili riusciranno ad arrivare a questa “illuminazione”.

Nel testo ci emozioniamo di fronte al nascere di un amore, quello tra Kharvus e Wenra, ma assistiamo anche alla negazione dello stesso per opera di Peelìa che pur provando un evidente trasporto per Reklo decide di rinunciare per non tradire il suo Dio ed essere distratta dalle sue preghiere. In virtù di questo Wenra incita la sorella, che prova per Reklo un amore puro, che non è sfuggito alla ladra, a farsi avanti. Pur trovando un muro. Secondo te è giusto agire così, o l’amore deve fare il suo corso senza forzature? A dire la verità “bacchetterei” sia Peelìa, sia Rako per i loro comportamenti. Sono dell’avviso che, in generale, le cose belle che la vita ci offre vadano sempre e comunque vissute poiché, come si dice, meglio avere un rimorso che un rimpianto. L’amore in particolare è una forza potentissima, capace di smuovere la vita di una persona verso una determinata direzione e per questo motivo trovo che mettervi un freno sia davvero un comportamento discutibile. Poi, umanamente, comprendo i disagi e le esitazioni delle due ragazze di fronte al loro primo (e tormentato) sentimento… ma quando il fiume è in piena, non c’è argine che tenga!

I nostri eroi comunicano con le armi magiche solo toccandole, esse gli trasmettono
emozioni, dolore, paura…a te è mai capitato di provare una sensazione osservando o toccando un oggetto con cui non eri mai venuto in contatto? Come ti è venuta questa idea? Mi è capitato spesso: toccando dei libri vecchissimi, o delle monete altrettanto datate. In questi casi percepisco il fascino del tempo trascorso, mi sovviene la curiosità di quali mani avranno toccato le pagine o la moneta, quali emozioni avranno suscitato la lettura o le esperienze vissute da chi quel denaro l’ha posseduto e speso. Discorso a parte lo meritano gli oggetti fatti a mano, lì subentra l’ammirazione per l’abilità artigianale, creativa, artistica dell’autore che ha prodotto l’oggetto e la voglia di comprendere cosa egli vi abbia infuso. L’idea di utilizzare le armi senzienti, però, è nata
altrove: l’arma senziente è un “topos” della lettura fantastica e la possibilità di mettere in scena armi del genere mi era utile per i miei scopi narrativi, oltre a dare un’ulteriore profondità a tutta la storia.

Sulla base di quanto descrivi, tu saresti disposto a rischiare la follia violenta a patto di ricevere l’immortalità, come alcuni nani nel testo hanno fatto? Sicuramente no! Ho il terrore di non essere più me stesso, di perdere ciò che sono. Non perché abbia la presunzione di essere perfetto, o l’uomo migliore che si possa incontrare sul proprio cammino, ma perché un Federico “folle” non sarebbe più il Federico con i suoi pregi e i suoi difetti, con la sua quotidiana umanità, insomma. E inoltre, la stessa contropartita non è che poi sia così
allettante. Sono dell’idea che l’immortalità sia il desiderio dello stolto: una volta divenuto
immortale, dovrei fare i conti con l’impossibilità di amare e affezionarmi a chicchessia, poiché alla fine sarei costretto a vedere quella persona invecchiare e morire. Una solitudine eterna e senza rimedio: un prezzo troppo alto da pagare. E credo davvero che, se fosse possibile una cosa del genere, immortalità e follia andrebbero a braccetto.

Se potessi materializzarti altrove, sfruttando il sortilegio “Tutt’uno con la terra”,  dove sarebbe e perché? L’incantesimo usato da Fillum serve per scendere nella profondità della terra, “traslandosi” attraverso rocce e terreno. Da amante di “Viaggio al centro della Terra”, sarebbe il sistema perfetto per ripercorrere le orme di Otto e Axel Lidenbrock sulle tracce di Arne Saknussem. Ma anche la prospettiva di ritrovarmi a fare un bagno su un atollo maldiviano ha il suo notevole fascino, visto il
caldo di oggi!

Puoi essere per un giorno uno dei tuoi personaggi, quale saresti e perché?
Senz’ombra di dubbio Kharvus, o al limite Peelìa. Ma non perché li preferisca ai compagni. Il motivo è semplicemente nel fatto che le abilità degli altri sono tutte più o meno riproducibili, grazie a un intenso allenamento: Wenra è un’acrobata ed è capace di scassinare le serrature, Reklo è fortissimo e abile nell’uso delle armi, Rako conosce il bosco ed è capace di sopravvivere in mezzo alla natura. Ma Kharvus e Peelìa possono utilizzare la magia e questa è una cosa che a noi non è permessa, quindi per un giorno sarebbe bellissimo, poter padroneggiare le arti arcane!

Se potessi raggiungere un luogo lontano in sella ad un unicorno magico – come fa la nostra Rako quando capisce che il suo posto è assieme alla sorella e ai suoi amici e non da sola – , dove andresti e perché? Visto che ho già usufruito del viaggio via terra con l’incantesimo “Tutt’uno con la terra”, mi piacerebbe che l’unicorno si facesse spuntare le ali, come un novello Pegaso, in modo da poter solcare i cieli. Io ho il terrore di volare, per me prendere l’aereo è sempre stato fonte di ansia, ma immagino che in groppa a una creatura del genere mi godrei il volo senza problemi.

Ho molto apprezzato il messaggio finale, sei dell’avviso che, sì, la pietà, potrà salvare il nostro pianeta travolto da malvagità, fame e non ultimo un terribile virus che ha recentemente seminato centinaia di migliaia di vittime, ci ha costretto all’isolamento sociale e non ultimo sta minando l’economia mondiale? Prima ancora che nella pietà spero sempre nella “ragione”, anche se le cronache quotidiane mettono davvero a dura prova la mia speranza. Questo perché sono dell’idea che se utilizzassimo un briciolo della razionalità di cui siamo dotati, comprenderemmo che ogni problema che affligge il mondo
avrà una ricaduta anche su di noi, per quanto lontano il problema si possa verificare. In definitiva, mi appello alla ragione, poiché da essa poi scaturirebbe anche la pietà.

Non vediamo l’ora di leggere il terzo volume, abbiamo lasciato Kharvus in una situazione “sorprendente” che mi ha davvero colpita e turbata, come mai questa scelta, oltre che per tenerci col fiato sospeso fino al 22 Settembre, (risata, ndr)?
Perché la storia lo prevedeva. Ci sono due motivi ben precisi per cui questa cosa è successa a lui: una legata alla sua personalità, alle sue caratteristiche… per l’altra e per comprendere appieno le mie parole vi rimando alla lettura de “I sette cavalieri del peccato”. Per adesso non voglio rivelare di più…
E comunque sia, sorprendere il lettore, creare un cliffhanger sono aspetti che per un autore si rivelano intriganti e appaganti… spero solo che la sorpresa non sia stata troppo sconcertante! 🙂

Ed io non vedo l’ora di leggerti e di scoprire cosa succederà a Kharvus e a tutta la brigata! Grazie di cuore Federico per il tuo tempo e la tua passione! La tua scrittura è un dono che stai coltivando alla perfezione!

Anna Pasquini – Alessandria Today

 

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