SULLE ONDE DELLA SPERANZA
(di Eduardo Terrana)

Non appariva terra all’orizzonte. Già da giorni il gruppo andava alla deriva senza direzione certa. Il barcone non era più spinto dal motore andato in avaria. I due “ caporali”, che avevano preteso da ognuno di loro 4500 euro per quel viaggio verso la speranza di una condizione di vita migliore, promessa ma non garantita, non sapevano praticamente che fare.
La sorte di tutti era di fatto affidata alle onde del mare sino a quel momento tranquille essendosi il tempo mantenuto sereno.
Scarseggiavano, però, i viveri e l’acqua, e nel gruppo vi erano ben 20 persone tra cui 8 donne, 6 bambini e una neonata di appena sei mesi. Gli occhi di tutti restavano puntati all’orizzonte legati alla tenue speranza di avvistare terra ovvero una nave o un mercantile che potesse prestare loro soccorso e portali al sicuro. Ma l’attesa restava senza risposta.
Il barcone ondeggiava con la solita monotona cadenza, il sole continuava ad essere caldo e bruciava quei volti non ancora rassegnati al peggio, il silenzio la faceva da padrone assoluto. Che dire in fondo? La bocca di tutti era asciutta, le labbra bruciate, la gola arsa, nessuno riusciva o aveva voglia di parlare. Quel poco di acqua rimasta non veniva razionata in ugual misura, i due “caporali” pretendevano di berne con assoluta priorità e sazietà. Così era per il poco cibo rimasto. I due si facevano forti dei loro kalaschnikov. Una sola raffica li avrebbe uccisi tutti. Neanche per i più piccoli avevano misericordia. La vita, per loro, valeva zero. Le donne facevano il possibile per frenare il loro pianto, le loro invocazioni di cibo, li stringevano al petto nella speranza che quello abbraccio potesse sfamarli d’affetto.
Le labbra e le manine della piccola Maryam, di appena sei mesi, d’istinto cercavano spasmodicamente il seno della mamma per succhiare un po’ di latte. A’isha, la sua mamma, con amorevole delicatezza, prendeva quelle manine e le copriva di baci, e con lo sguardo umido di pianto accarezzava il corpicino della sua piccola alla quale null’altro poteva ora offrire se non il suo smisurato amore di madre.
Il suo seno, ahimé, non dava latte a sufficienza per la piccola Maryam!
Piangeva, A’isha, copiose amare lacrime che il sole, bruciante, non riusciva nemmeno ad asciugare. Piangeva, A’isha, mentre col pensiero riandava alla sua giovinezza, alla sua infanzia triste vissuta tra le dune della sabbia della sua terra di Nigeria. Nel rossore dei suoi occhi c’era il rosso vivo dei tramonti unici, meravigliosi, inconfondibili di Lagos; c’era il sole che si adagia , lentamente, tra le nuvole all’orizzonte, creando un meraviglioso gioco di riflessi argentei tra le onde del mare, sulle quali rientrano silenziose al vespro le barche dei marinai con il loro carico, spesso magro, di pescato, unica loro risorsa di vita.
A’isha ricorda … mentre stringe al seno, dolcemente, fortemente, la sua Maryam ed i suoi sospiri rompono la monotonia gravosa della cappa di silenzio che appesantisce la precaria situazione di quanti sono sul barcone. Il poco di acqua, razionata con un cucchiaio, dopo ore e ore di fuoco che annichilisce le menti e le anime, consente alle madri di inumidire le labbra dei loro bambini, che inerti se ne stanno sdraiati per terra, accanto a loro, come morti.
Fuggiva A’isha, dall’inferno del suo paese, dove ogni mattina, fin da bambina, pestava, assieme alle sorelle, il miglio la cui farina, impastata con acqua o latte, sarebbe stata la base dell’alimentazione quotidiana per sé e la sua famiglia; dove ogni giorno , aveva il compito pesantissimo di andare al pozzo, lontano diversi chilometri dal villaggio, sotto il sole cocente ed un bidone sulla testa, a prendere l’acqua per bere, cucinare, lavarsi e trasportarla coi più disparati sistemi verso casa; dove ogni giorno doveva procurare la legna da ardere, compito anche questo molto gravoso, come lo era la cura dei campi, che davano magrissimi raccolti, perché di pioggia ne veniva giù veramente poca, e neanche il copioso sudore delle donne e dei bambini, schiavi tra le zolle, bastava ad inumidire le sementi del prodotto coltivato.
A’isha condivideva con sua madre Salimah e le altre donne questa vita
estrema, essendo gli uomini per cultura e per bisogno dediti a praticare la
pastorizia semi-nomade.
Fuggiva A’isha, dalla fame, dalla miseria, dalla tortura, dall’hiv/ aids, dal clima arido di un paesaggio stepposo e desertico.
Tutta rannicchiata su se stessa , a poppa, A’isha scrutava l’orizzonte e… la prendono i ricordi.
Aveva appena otto anni quando subì l’infibulazione totale, mutilazione necessaria, l’aveva giustificata sua madre, per accedere al matrimonio ed ad una vita “normale”, in una società che prevede la poligamia e il rifiuto della moglie.
“ Io “, le raccontava sua madre, “ sono nata e cresciuta in una povera capanna, e a dieci anni già sapevo tutto dell’uomo e lavoravo in un cantiere, quale fortuna!, ed ero felice così di assicurare da mangiare a tutta la mia famiglia.”
Che storia quella di sua madre Salimah! Sesta di una famiglia di dieci figli, era stata venduta dai genitori all’età di quattordici anni ad un giovane cammelliere che l’aveva poi abbandonata in un villaggio di Bohicon, della regione del Benin, dove si praticava la coltura del cotone.
Dopo l’abbandono Salimah aveva dovuto patire ogni sorta di umiliazione fisica e psicologica prima di trovare lavoro nella piantagione. Una vita di stenti , sopportata per dodici anni, ma Salimah si accontentava, perché così riusciva a nutrire la figlia, A’isha, natale da un rapporto sessuale a cui era stata costretta con la forza. Ma il peggio doveva ancora venire. La piantagione fallisce, a causa di una grave crisi economica e il prezzo del cotone sprofonda. Fame, miseria , umiliazione, erano, ora, il pane quotidiano di Salimah, che decide di dare A’isha, appena tredicenne, in sposa a un soldato mercenario della guerriglia in Congo, come ce ne erano tanti, che la paga come moglie in affitto.
Questa è una usanza diffusa nel paese che A’isha si lasciava dietro, dove la fame, le malattie, la denutrizione ed il terrore dello stupro delle donne
del villaggio, da parte dei guerriglieri delle zone di guerra limitrofe che lo praticavano come arma per la conquista del territorio, trasformavano la realtà in un incubo.
E la tortura per Salimah, era cominciata con uno stupro di gruppo e poi, schiavizzata e tenuta sotto minaccia, continuata con le sigarette spente sulla pelle, la privazione del cibo e del sonno, perché le sue grida ed il suo pianto erano divertimento per i suoi aguzzini, che ridevano, ridevano mentre si ubriacavano.
Fuggiva A’isha da quelle zone tra le più misere e povere del mondo dove le donne erano vittime predestinate di violenze e di schiavitù a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo e dove i bambini, ma anche tante bambine, venivano rapiti durante le razzie nei villaggi e poi addestrati, con crudeltà, come combattenti, all’uso delle armi e della violenza e obbligati ad uccidere, oppure, come carne da cannoni, il più delle volte mandati avanti sui campi minati, per aprire la strada all’esercito. Prima dell’azione militare venivano drogati con un pasto di cocaina o anfetamine, mischiata col riso, succo di canna da zucchero o hashish, che li rendeva insensibili al dolore.
Kamil, undici anni, era uno di questi, un baby soldato. L’età lo abilitava alla prima linea e così, in un attimo di secondo, il suo comandante gli cambiò la vita mettendogli tra le mani un kalashnikov che per lui divenne il mezzo per ottenere cibo e le cose altrui, uccidendo. Una violenza che a distanza di anni, dopo essere fuggito da quell’orrore ed avere trovato, clandestinamente, rifugio in Spagna, non lo faceva dormire e non riusciva a cancellare. Nel sonno un incubo ricorrente: le facce dei suoi morti che gli spruzzavano il loro sangue in viso, e quando si svegliava nei suoi occhi… solo lo spettro dell’infanzia rubata.
Fuggiva A’isha e… all’orizzonte intravedeva la luce della rinascita, di un domani migliore, più umano, per sé e per la figlia Maryam, che stringeva al seno, al termine di quel viaggio, terribile, brutale, disumano, sì(!), ma aperto alla speranza(!), sulle onde che la portavano lontano dall’orrore, dalla depravazione, dalla disperazione.
Guardava A’isha all’orizzonte, presa dalle nuvole che si allargavano a formare le forme più strane, quando… ad un certo punto si svegliò dentro ad un sogno.
Una visione bellissima(!), la sua Maryam, già grande, avanzava maestosa, sicura e negli occhi una forza solo a Lei conosciuta.
Andava, di paese in paese, ingoiando polvere ma coltivando sogni, affrontando pericoli ma segnando nuove tappe di successo per nuovi capitoli di speranza e di rinascita da scrivere nell’antico libro della sua madre Africa.
Procedeva sicura e determinata verso la meta, instancabile, incurante della pioggia che le inzuppava le ossa, del sole che le bruciava l’anima, della polvere che s’impastava col sudore, formando una crosta grigiastra che le copriva il viso.
Ovunque si occupava dei soldati bambini, delle donne schiavizzate e violentate. Nel Palazzo dei grandi del mondo, supplicava che intervenissero, facessero qualcosa, agissero, perché i responsabili dei crimini a sfondo sessuale e della tratta dei bambini, tanto orrendi quanto inumani, fossero portati dinanzi al tribunale penale internazionale e additati alla vergogna del mondo. Sosteneva che le donne avevano il diritto di esistere ed i bambini il diritto di vivere la loro infanzia, la loro vita e di avere un’istruzione ed una migliore educazione.
Si rivolgeva ai Paesi che hanno influenza perché giustizia fosse finalmente fatta. Giustizia, sì (!), era questo il suo impegno da portare avanti in prima persona perché diventasse realtà.
Per questo, orgogliosa di sé, instancabile a volere di più, a darsi la migliore formazione che le consentisse di cambiare davvero le cose, aveva voluto studiare Giurisprudenza ed impegnarsi con varie organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Voleva raggiungere l’obiettivo più alto, conquistarsi un posto al vertice, ed essere tra le persone che hanno il potere di decidere. E quando avesse raggiunto l’obiettivo tornare al suo Paese e dispensare fiducia e insegnare alle donne ad avere il coraggio di difendere sempre i loro diritti, di ribellarsi se così non fosse stato e dare ad ogni bambino non solo una carezza ma anche la certezza di vivere la propria infanzia ed avere un futuro migliore.
Come fosse presente, A’isha vedeva le mani, cariche di sogni, di tanti popoli, levarsi in alto al passare di Maryam e rinnovare la loro fede nel Dio della vita. E vedeva, finalmente (!), grazie a Maryam, la sua Madre Africa, pacificata, gioire del sorriso dei suoi bambini, gloriarsi di essere di nuovo culla di antichi e nobili valori, tornare a coltivare sogni e speranze di una nuova umanità.
E A’isha si sentì fiera ed orgogliosa di essere Madre!

Eduardo Terrana
Proprietà letteraria riservata

Eduardo Terrana