Popolari: «sviliti», moderati, e (quasi sempre) «cancellati»

3 ottobre 2020 Carlo Baviera

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Premetto che mi infastidiscono i politologi e i giornalisti di grido che danno indicazioni e lezioni di strategia a partiti a governanti e a politici; che dicono a destra e a manca (e anche al centro) quali scelte e quali alleanze si devono preferire. Possono anche aver ragione, come cittadini, ma ad ognuno il proprio mestiere! Del resto né Conte, né Renzi o Zingaretti, né Calenda o Bersani, né Salvini o Meloni, e forse neanche Berlusconi  si sognano di dire come comporre un articolo di giornale o quale debba essere la linea editoriale.

Per questo mi ha colpito l’intervista  che Paolo Mieli ha rilasciato il 24 settembre scorso a Huffington Post: e nella quale invita Salvini e Meloni a fare una rivoluzione culturale.

L’ex direttore di Stampa e Corriere della Sera sostiene che sia necessaria una svolta coraggiosa per i leader di Lega e Fratelli d’Italia, “un po’ come fece Occhetto quando alla Bolognina cambiò nome al partito”. Niente Stati generali, niente chiacchiere, come la creazione di uffici politici o segreterie, così come non funzionano le spallate, ma una completa sterzata verso il perimetro liberale, che valorizzi il patrimonio elettorale ancora intatto tutelandolo però dagli scossoni di altri eventuali cigni neri, come è stato il virus in questi mesi. … la riorganizzazione del centrodestra deve essere secondo me più compatibile con il cambio dei tempi”.

Più precisamente di cosa si tratterebbe? Chiede l’intervistatore.

“Devono fare una rivoluzione importantissima sul terreno della politica internazionale e definirsi con un partito che chieda l’iscrizione al Partito popolare europeo. Insomma, mettersi nel solco dei partiti moderati e conservatori europei”.

E’ certamente interesse dell’Italia avere una forza di destra moderata. Perché i radicalismi sono sempre negativi; e se questi sono anche tendenti alla xenofobia al razzismo al sovranismo alle prese di posizione muscolari e rivolte a quanto “si stava meglio quando si stava peggio” sono ancor più pericolosi. Perché il futuro democratico deve chiudere <per sempre> il capitolo del ventennio nero; il nuovo si deve misurare su un futuro di convivenza civile, senza guardare al passato nè con rigurgiti di saluti romani e slogan  nostalgici. Una destra costituzionale vera sarebbe utile anche per un confronto serio con posizioni di sinistra o riformiste o di personalismo comunitario.

A parte il fatto che l’elezione di Meloni a Presidente dei Partito dei Conservatori e Riformisti Europei allontana l’ipotesi avanzata da Mieli, vorrei solo sottolineare l’indicazione suggerita ai due destrorsi di cambiare, di ripensarsi e poi di aderire “al Partito popolare europeo. Insomma, mettersi nel solco dei partiti moderati e conservatori europei” mi pare alquanto strana. Un modo per <svilire> la cultura “popolare”.

Perché affermo questo? Perché significa che il PPE viene visto come (e probabilmente è) un partito conservatore e moderato. Quindi mi chiedo cosa ci stanno a fare i veri popolari lì dentro oppure, se così non è, perchè non si cacciano gli altri.  Non a caso che convivano posizioni come quelle della CDU tedesca (che con tutti i rilievi che possiamo avanzare resta pur sempre inserita in una cultura politica <democratico cristiana>) e partiti che di popolare e di centro mantengono solo il nome, come quelli di alcuni Paesi dell’Est Europa, mi resta incomprensibile.

E mi chiedo: il nuovo partito di Zamagni e c. (nasce in questi giorni e avremo modo di parlarne in altra occasione) come fa a guardare per la propria collocazione europea ad un PPE conservatore e modarato se vuole essere un partito in linea con la Laudato sì e (come ribadito) impregnato del Pensiero Sociale Cristiano e quindi di ispirazione cristiana anche se laico?

Abbandono l’intervista di Mieli, che ha dato spunto alle considerazioni precedenti, per un’ultima osservazione, che vi si può collegate, che traggo da un diverso ragionamento che viene fatto rispetto a forze minori come ad esempio Italia Viva, +Europa e Azione. Queste presenze sono ritenute  di stampo democratico e liberale, e possono occupare uno spazio politico e rappresentare categorie, gruppi e interessi economici e sociali non sufficientemente garantite da altri; un’area che potrebbe avere una propria rappresentanza grazie ad una legge di tipo proporzionale. Costituirebbe un aspetto positivo anche per fare da richiamo ai moderati in uscita dal centrodestra, sempre più targato da sovranismo ed estremismo. Tradotto in parole povere: un centro moderato sarebbe utile al sistema richiamando parti di astensionismo e aree di matrice liberaldemocratica rimaste senza riferimenti. Questa l’ipotesi avanzata dagli osservatori.

Tutto ciò mi porta al secondo ragionamento: mi pare che si continui a non voler riconosce la presenza di una forza politico-culturale di carattere personalistico comunitaria e solidale, di democrazia progressiva, di nuovo umanesimo partecipativo, che fa riferimento al popolarismo e allo spirito migliore che nel dopoguerra è stato incarnato dal dossettismo e dalle sinistre democristiane; forza che pur minoritaria esiste ed elabora proposte, ed è in grado di rappresentare anche parti del ceto medio oltre che di emarginazione e degli esclusi. Ancora una volta si mette in ghiacciaia il vero popolarismo. Ancora una volta dobbiamo prendere atto di un popolarismo che si vuole <cancellato> dalle mappe della politica. Nel tri o quadripolarismo attuale non lo si vuole accogliere.

Ancora una volta si fa strada nell’immaginazione pubblica l’idea che lo schema debba essere il classico destra centro e sinistra, in cui il centro è costituito solo da chi è moderato o liberaldemocratico; oppure che non vi sia spazio autonomo all’interno del riformismo e del progressismo di una forza che rappresenti il miglior popolarismo e (mi scuso per il termine che può sembrare fuori tempo, ma che vuole richiamare una storia e una serie di personalità) il cattolicesimo politico più avanzato e legato all’azione riformatrice. E ancor meno ad una presenza siffatta sembra precluso lo stare all’interno di un partito di sinistra con un ruolo e uno spazio non solo residuale.