DISSIMULARE L’ANSIA NELLA SPERANZA DI UN NUOVO VOLO, di Leonardo Migliore

Paradiso esotico di rara bellezza. Una conca d’acqua che sempre si rinnova. Stropicciarsi gli occhi e distendere le membra. Chiuderli e immergersi più in fondo possibile. Schiuderli e guardare il circostante colore diopside, riemergendo senza fretta, senza affanno, come un essere anfibio. Giungere in superficie senza più distinguere tra acqua e aria, tra polmoni e branchie. Fare lente evoluzioni, schizzare acqua ai margini del corpo. Continuare a perdersi, affondare e riaffiorare, seguire quel sogno inafferrabile: la libertà.

Tutt’intorno il silenzio rotto soltanto dal frusciare dell’acqua cascante. Rannicchio il mio corpo trastullandomi in quel brodo primordiale. Sono dentro la placenta di una donna, bevo liquido amniotico, sto nascendo. È oblio o verità? Sento che madre natura attende la sua nuova prole. Ho già nostalgia del mio sicuro riparo e mi lascio sprofondare fino a toccarne la parete. Risalgo cosciente e mulino le braccia per l’ultima volta verso riva. Esco nudo, vergine, rinnovato ed emetto un grido liberatorio.

Addio mondo incantato, specchio che racchiude il mio animo. In te potrò sempre penetrare, ora che conosco la strada. È un segreto da custodire gelosamente, il mio spazio privato che si trova in ogni dove la natura titilla i miei sensi. E sono spiga di grano e il vento mi scuote, oscillo morbidamente deponendo il seme dalle chine glume, immerso in bioccoli di nuvole immacolate che disperdono il poema del vento in piccoli refoli permeati d’oro.

È la serenità dell’infanzia, un mondo nel quale ci si increspa con le spighe attigue e non restano che dolci ricordi di un coltivo rigoglioso falciato dal tempo. Un tempo memorabile che l’affetto ripercorre ogni volta che si incontra il grano maturo proveniente da quel ventre molle e ubertoso. Un po’ di vanità, un tuffo per alleggerire il peso del presente, è il sogno che in tanti coltivano, a volte, per un’intera esistenza.

Se si sa respirare, sentire soffiare il vento, amare la terra che si calpesta, i ruderi prospicienti, i cespugli stentati, l’ombra dei palmizi nella canicola estiva, si può correre lungo il sentiero con il volto sciolto nel sudore che bacia caldo le gote, spianando in un arcobaleno grande quanto un sorriso le rughe della fatica. È un lamento estremo che erutto nella speranza, mai abbandonata, di ritrovare il mondo accogliente che mi ospitava fino a poche stagioni addietro.

Che possa ritrovare il filo di un bandolo ingarbugliato e tessere nuovamente una trama serena. Grazie, o Signore, per il fuoco che sempre arde sotto la cenere. Presto sarà di nuovo fiamma viva…