TRE RACCONTI, UN’UNICA VITA, di Leonardo Migliore

– 1966 Morte di nonno Leonardo –

Nel 1966 mentre nel mondo accade… un giovane di 32 anni cerca disperatamente di rianimare suo padre, praticandogli la respirazione bocca a bocca.

Il genitore muore sotto il corpo sfiancato del figlio. A quell’uomo tremarono le braccia, il suo respiro si fece un ansimo di pianto e giacque in dirotto pianto accanto al padre morto, tenendosi strettamente ancorato alla sua mano. È una fotografia in bianco e nero che giunge dai racconti del passato, un’istantanea di un amore eterno che continua a sgorgare e a scorrere con impeto, che infuoca ancora i polpastrelli delle mie dita battuti contro anonimi tasti che compongono, ricreandosi nella mia mente, la sequenza di una vita.

Eri giovane quando il “Piave mormorava calmo e placido…”.

Canti di un’Italia post-risorgimentale, canti di trincea e baionette sguainate e sangue che correva a rivoli.

Il giovane piangeva come piango io adesso: un figlio quarantenne senza lavoro, senza dignità, abulico ed estenuato. E sono gocce e gocce di lacrime d’oceano che non bastano a coprire il mio dolore. La mia sofferenza è profonda, sono io il demonio che non vuole costruire, che danneggia chi gli sta attorno, che, pervaso dall’accidia, dall’ignavia, elabora strategie per indurre i congiunti alla perenne sofferenza.

Quel giovane, forse, avrebbe dovuto uccidere suo padre, anziché tentare disperatamente di rianimarlo, e io avrei dovuto possedere il coraggio di uccidermi, per interrompere un ciclo familiare di mestizia che si trascina da troppo tempo.

Oh mio Signore, perdonami per ciò che scrivo: un sigillo di pianto è solo un po’ di vanità!

Chi sono io per parlarti?

Io non sono altro che Lucifero!

Io sono il demonio!

Un demonio sempre più debole e rancoroso, un povero demonio che ha bisogno di grande sostegno perché sente il malinconico spegnersi della sua anima.

La vita mi ricaccia nel nulla da dove provengo e sarò povero, nullità in mezzo alla società, elemosinerò per vivere e ne percepisco chiaramente l’eventualità.

Tutto questo è inevitabile perché non riesco a fare niente per migliorare la mia posizione, perché non riesco a essere mediocre, perché non voglio essere normale, perché avverto che la sfiducia mi abbandona sempre e soltanto quando divengo pagina di scrittura.

Non ho più interesse per niente, posso morire come un clochard in un cartone e il mio letto sarà costituito da pagine invecchiate e unte dall’odore acre della vita.

Mentre le onde del mare splendono alla luce del sole, le onde dell’anima, quando si è in preda al nulla della vita, oscillano nel buio.

La solitudine sferza il respiro, l’anelito di vita, come la risacca del mare che prima opprime e poi dà respiro.

L’onda ricolma i solchi che lascia sulla sabbia e tutto, istantaneamente, svanisce.

I solchi dell’anima, al contrario, difficilmente ci restituiscono a noi stessi e lasciano, spesso, ferite non rimarginabili.

– 2016 Morte del prof. Saverio Bassi –

Desidero raccontavi una maestosa manifestazione d’amore legata a un sentimento di vera amicizia. È bello constatare che di fronte al vero amore tutto perde importanza, anche il tempo.

Mentre il tempo muore, l’amore vero fiorisce perenne in un angolo del cuore.

Ho, spesso, sentito argomentare sul significato della parola amicizia. Ho letto tanti libri che narrano di intrecci di sentimenti e, guarda caso, i più evocati sono l’amore e l’amicizia.

Nelle opere morali c’è spazio anche per l’umiltà e la lealtà.

Oggi, nel web il linguaggio dei social network è improprio e, talvolta, improponibile. Mi capita di essere in sintonia con persone geograficamente lontane, con una vita e tradizioni completamente diverse dalle mie; sento estranee persone che conosco nella vita reale e che vivono nel mio stesso ambiente.

Getto, ogni tanto, uno sguardo nel passato.

Sì, sono un soggetto non immune dalla malinconia e dalla nostalgia. È vero, non di rado avverto un sentimento indefinibile, inesplicabile che chiude il mio animo alla gioia serena. Suscitano la mia malinconia le piccole grandi cose come il tenero paesaggio popolato dal ricordo dei cari estinti, il dolcissimo canto dell’usignolo, i tramonti autunnali, il mite raggio della luna. Poi, d’un tratto, la mia tristezza si fa struggente, appassionata e desidero ardentemente ritornare piccino per vivere e ascoltare ancora per un attimo le persone care perdute o menomate dallo scorrere irreparabile del tempo.

Celebro, quindi, i ricordi e li rivivo in un modo del tutto particolare. Amo rifugiarmi in essi, riflettere e cercare di comprendere, retrospettivamente, realtà familiari e amicali che non ho direttamente conosciuto, che mi sono state tramandate attraverso il racconto edulcorato degli anziani. La mia curiosità, sospinta dalla brama di conoscere il presente, agisce come una forbice che taglia parte dell’ordito disteso longitudinalmente sul telaio, danneggiando l’intreccio ottenuto inserendo una trama apparentemente coerente e immodificabile. Pratico, così, fessure tramite le quali penetrare oltre l’incorruttibilità e la solennità, frugo tra i dipinti inviolabili alla ricerca di qualche crepa nelle remote storie individuali. È mio auspicio, infatti, riuscire a dissipare tutte le ombre, al fine di capire chi ero alla nascita e chi sono adesso.

Sono al corrente di tante circostanze dolorose che hanno profondamente turbato la quiete della famiglia di origine paterna e in questo patibolo che ha lacerato e dilaniato per più generazioni è insito il germe della mia ricerca.

Mi chiedo se mio padre, segnato nella sua giovinezza da tante tribolazioni, si sia sentito solo, se abbia avuto momenti di grande sconforto, se abbia avuto bisogno di confidarsi, se i suoi bisogni siano stati presi in considerazione, se abbia provato rimpianti, se abbia covato rancori.

Penso, sovente, che ha vissuto in un’epoca diversa dove differenti erano le necessità e che sia diventato presto uomo, pur celando nei suoi spazi più reconditi la sua fragilità di ragazzo, il suo bisogno irrinunciabile d’amore.

Forse, è dai labbri di questa profonda ferita, di questa intensa prostrazione spirituale mai rimarginata che si è riversato il suo immenso e totalizzante amore per i figli. In nome di questo stimolo incoercibile, probabilmente, ha commesso degli errori, ha imposto la sua storia, il suo ingenuo desiderio di rivalsa, il morbo della sua gioventù, disegnando un prototipo ideale destinato, prima o poi, a misurarsi con i processi della realtà e la natura di creature inconsapevoli ancora nei loro bozzoli.

Sono trascorsi molti anni e io, figlio di un padre e allo stesso tempo omonimo di suo padre, ancora cerco un dialogo illuminante. La verità è che ancora adesso ho molto da disseppellire, scavando nelle stratificazioni temporali. Il morbo paterno mi ha contagiato, la mia sensibilità indifesa, a poco a poco, ne è diventata custode. Ho capito che le domande e le risposte disattese non posso che rivolgerle a me stesso. Adesso, sono un figlio e anche un po’ padre di un figlio anziano e in precarie condizioni di salute. L’amore straripante di entusiasmo che il mio giovane papà ha riservato per me era un amore puro, profondo, più importante della sua stessa vita e non importa che sia stato esasperato dal dolore.

Io amo tantissimo mio padre e con il tempo ho imparato a onorarlo e rispettarlo. Non so se il mio amore potrà mai lambire per misura il suo, ma il mio sentimento è autentico e disinteressato. La mia vita, dal punto di vista sentimentale, non è stata baciata dalla fortuna. Ho vissuto un lampo e per sempre sentirò vibrare il suo tempestoso tuono. Non so neanche se ho mai avuto un vero amico, ho sperimentato molto spesso sulla pelle il pizzicorino della solitudine, ho assaporato la mia penna che, ascendendo lungo curve, semipiani e pendii, raggiunge la sommità del pathos, mentre il suo inchiostro ha disceso, ordinatamente, le righe di un foglio di carta. Nella mia vita ho di sicuro un amico. È un po’ testardo, è contemporaneamente scontroso e affettuoso, è mio padre. Sì, mio padre, un vecchietto con tanti acciacchi, un brontolone, una persona perennemente in ansia per la sua famiglia, una persona che sembra avere ormai le mani vuote.

Sto scrivendo anche per sfatare dei luoghi comuni che emergono dalla moderna egolatria e dai semi di una fede decadente. È diffusa la tesi che gli anziani possano diventare satrapi, dittatori della vita dei figli. Nelle discipline socio-biologiche prevalgono, a tal riguardo, giustificazioni di carattere meramente biologico e comportamentale. Non concepisco che un genitore anziano non completamente autonomo possa essere liberticida! Non è l’amore che mi acceca, è, invece, lo stesso sentimento che mi svela la via. Amo gli anziani, ho amato i nonni che ho conosciuto e anche l’unico che non ho conosciuto, amo i miei zii, amo i miei genitori. Tramite loro, riesco a comprendere fasi dell’esistenza che non ho ancora vissuto e arricchisco la mia vita, concependo la compiutezza di alcuni sentimenti che solo la prossimità alla fine della permanenza terrena sancisce inequivocabilmente per l’eternità.

L’amicizia è una pianta che mostra i suoi generosi frutti, dopo tanta pazienza, sul fare delle tenebre a due uomini ricurvi protesi con cura ad annaffiarla. Oggi, ha avuto luogo la cerimonia funebre di un vero amico di mio padre. Oggi, il mio vecchietto ha infiammato il mio cuore, aveva le mani piene di amore e di dolore, abbracciava un amico defunto. Ho vissuto un lungo momento di rapimento nel quale l’ispirazione si è elevata alla purezza del sentimento. La vecchiaia con i suoi solchi rugosi e il suo volto scavato dà la possibilità di sezionare una porzione più estesa di epidermide. Le espressioni riescono meno vigorose, ma più incisive, commoventi e solenni. La funzione era appena iniziata. Ho individuato dei posti a sedere e ho camminato precedendo mio padre, che mi seguiva con il respiro pesante appoggiandosi al suo bastone da passeggio, per raggiungere la nostra meta. Gli ho riservato il posto più esterno del banco che dava libero accesso al corridoio centrale. Appena seduti, lo sento fremere inquieto, scopro i suoi occhi protesi ad affissare la bara sistemata sul catafalco disposta in prossimità dell’altare. Dietro l’impianto delle sue lenti scorgo l’acquosità rugiadosa pronta a traboccare in pioggia. Ho percepito che in quel momento non era più accanto a me, vedeva, all’interno del legno muto, il suo amico ed era in sua compagnia in procinto di annaffiare con lacrime la loro pianta curata amorevolmente per moltissimi anni.

Repentinamente, in modo inconsulto, abbandona il posto accanto al mio, ricusando con fare perentorio il mio moderato tentativo di trattenerlo. Mentre la funzione è in corso e tutti assiepati non vedono l’ora che arrivi il momento di fare le condoglianze a viva voce, l’anziano uomo aggrappato al suo bastone è in piedi accanto al suo amico. È giunta, finalmente, la grandiosa occasione di ammirare i frutti e la perseveranza del loro lungo lavoro. Il labaro della fede ha in sé il suo amico e mio padre prega per lui e pare accarezzarne il volto, baciando più volte il costato dell’effigie di Gesù. Ora entrambi, grazie alla loro rettitudine, vedono i copiosi e generosi frutti e un sussulto di pianto imbibisce il tabernacolo sacro del loro sentimento, apponendo il sigillo su un legame indefettibile e indissolubile. Si erano ripromessi, telefonicamente, di incontrarsi, non appena si fossero ripresi dai rispettivi problemi di salute. Non si erano più visti di presenza i due anziani abituati a mantenere fede alla parola data. Adesso, la loro promessa era, finalmente, onorata. Mio padre, allontanandosi dal feretro, andava avanti come un automa per il corridoio, vagando alla ricerca del suo posto terreno. Dopo qualche attimo di smarrimento, ha ripercorso a ritroso il passaggio e sedeva nuovamente al mio fianco. Gli ho preso una mano tra le mie palme palpitanti nel tentativo di confortarlo. Papà, nervosamente, sfugge alla mia stretta e, stizzito, sentenzia che vuole essere lasciato in pace. Non avevo ancora riflettuto sufficientemente sul suo stato d’animo e avevo, per un istante, dimenticato l’impulsività del suo carattere.

Non ho mai dubitato che l’amore possa essere eterno e, oggi, ne ho avuto una esemplare conferma. Grazie papà, grazie sincero amico di papà verso il quale anch’io ho nutrito grande affetto. Mi avete permesso di fare chiarezza dentro di me e di sentire il dolore dei miei peccati.

La misericordia infinita del Signore con il suo amore ha rinnovato la mia vita.

È sorto il Giubileo dell’amore dall’amicizia senza tempo di due uomini morigerati e si spalanca la Porta Santa.

“Signore, accresci in noi la fede e toglieremo dalla nostra bocca parole arroganti e violente. Accresci in noi la fede, e saremo servi «inutili», che non cercano interessi personali a scapito dei poveri.”

– 2018 Morte del prof. Michele Migliore (il mio papà) –

Il primo marzo del 2018 anche mio padre ci ha lasciati.

Mi sono consumato per mesi con i perché. Adesso, ho capito che era giunta la sua ora e, col senno di poi, che ne avesse consapevolezza.

Il suo ricordo è rimasto indelebile nei nostri cuori di familiari e in tante persone che hanno avuto modo di conoscerlo durante la sua esistenza terrena.

Papà caro, ti prego di sorreggermi nella difficoltà e di aiutarmi a spianare la mia via, raggiungendo la serenità e la piena realizzazione che mi auspico.

Non potrò mai dimenticare le piacevoli conversazioni che hanno contraddistinto i tuoi ultimi due giorni di vita. Abbiamo avuto l’opportunità di parlare e intenderci come non mai nel nostro burrascoso passato.

Ti sei fatto tanto piccolo e le porte del Signore erano pronte ad accoglierti. Di notte, nel sonno, senza soffrire, come un passerotto hai spiccato un balzo tra le sue palme rivolte in alto.

– Sei con me –

Per scrivere la più bella poesia d’amore

non ho bisogno di leggere niente.

È dentro di me.

Sei tu, papà!

Piangere non fa male, gioia mia!

«La pianta della vita» ha sposato due uomini in un legame inseparabile di «amicizia». Per loro vivere e amarsi come amici è stato un tutt’uno. Ogni sua foglia simboleggia la vita di qualcuno.

È riconoscibile il germoglio dei nostri avi che fa attecchire in noi la vita.

Un fringuello a noi invisibile riposa fra le vite e si burla del tempo. È cullato, come un caro amico, da foglie assiepate in aiuole stellari che per lui realizzano, al bisogno, disegni di luce e giochi d’ombre.

Ho capito che l’amicizia non si misura con il tempo che si trascorre assieme, bensì con la sincerità duratura dei sentimenti.

Esistono altre linee di pensiero che non possono essere trascurate. Penso che l’«optimum» stia nel mediare tra le diverse posizioni, raggiungendo una condizione di armonia sociale e interiore.

È anche vero che ci si incontra per scherzare, per stare insieme, per parlare. In compagnia una giornata non sembra mai finire: gli amici, talvolta, insegnano a corteggiare la vita.

Il filosofo, scrittore, saggista e poeta statunitense dell’Ottocento Ralph W. Emerson affermava che «l’unico modo per avere un amico è essere un amico».

Virgilio citò la bellissima frase «omnia vincit amor, et nos cedamus amori», «l’amore tutto vince, e noi cediamo all’amore» (Egloga, X, v. 69).

La reciprocità, fatta anche di cose semplici come “scherzare, stare insieme, parlare”, è decisiva 

per far sì che l’altro diventi, secondo la famosa definizione oraziana dell’amico, «animae dimidium meae», «metà dell’anima mia» (Odi, libr. I, od. 3, v. 8). Ma l’espressione più bella di questi versi è quella che li suggella: la lezione che gli amici ci danno è quella di “corteggiare la vita”. 

Vivere è spesso considerato come un incubo, un peso. Talora sembra di aver accanto un mostro che ci turba o di avere nel cuore un tarlo che ci rode. La solitudine senza amici rende più amara ogni esperienza della vita. Avere accanto un amico trasfigura l’esistenza in una realtà bella come una donna da “corteggiare” e diventa simbolo d’amore, di gioia, di freschezza e di speranza, insomma di vita.

_ Foto dal web: “La pianta della vita”, ossia   

   sul piano simbolico una quercia secolare.