Qui ci vuole un discorso saggio, di Valeria Bianchi Mian      

Da tre giorni sono in crisi con la scrittura. Beh, d’altronde siamo al settimo anno di fidanzamento ufficiale, io e lei. Siamo in revisione del rapporto. Ci siamo conosciute da piccole ma innamorate con gli ormoni dell’adolescenza. 

Non posso (ancora?) sposarla perché già convivo con la signora professione, una psicoterapeuta che mi chiede di sbarcare il lunario e pretende un po’ di ambizione, per dindirindina, e una crescita del noi, e formazione continua. 

Un rapporto a tre è complesso, si sa. Non parliamo di quando la scrittura si veste di poesia, per carità. Lì non andiamo proprio da nessuna parte. 

Dedicarmi completamente all’ambasciata poetica, ai suoi meravigliosi riti che necessitano di spazio, e tempo, e messa in gioco partecipando, e magari anche richiedono il farsi conoscere nei posti giusti generando versi che conquistino il mondo. 

Dobbiamo trovare una quadra, noi tre. Andiamo d’accordo quando ci dedichiamo all’ibridazione degli stili, delle voci. Un saggio psicopoetico, un articolo di prosa ritmica, un incontro notturno di lettere e simboli e significati. 

Ci troviamo bene quando conduciamo laboratori e gruppi: scrittura si anima, psicologia tiene in mano la situazione – tocchiamo l’anima. 

Ma ecco che scrittura reclama un nuovo romanzo, un salto di qualità, o magari persino si intristisce perché non l’hanno considerata all’unico concorso poetico al quale ha partecipato. Dio mio, signorina, quanta sensibilità. Mettiamoci d’accordo, ragazze. Qui ci vuole un discorso saggio.

Tra me e me, ogni tanto.