L’Arte come Antidoto, di Raoul Bianchini

L’arte come espressione in tutte le sue forme, in questo periodo di Pandemia, sta tirando fuori il meglio di noi stessi. È indubbio che proprio in questa cupa cornice di terribile prova sociale che ci troviamo di nuovo a fronteggiare che il nostro bisogno di bellezza aumenta. Sognare, per non sprofondare nella disperazione di un futuro che mai conosciamo. . 

Ed è qui che l’Arte intesa come sinonimo di somma espressione dell’Eterno può divenire quell’antidoto che biologicamente manca, ma nella sua massima emanazione di quella fruizione che non oblia i sensi è presente nel suo continuo movimento ci accompagna riconducendoci sempre a noi stessi. 

Si assiste a mio avviso dall’inizio della Pandemia ad una volontà di condivisione (intesa in accezione no social) di una estetica rigeneratrice che ha la capacità di unire generazioni e non dividerle. (se mai lo avesse fatto), favorendo la comunicazione  che nel suo veicolo estetico – rappresentativo trova la sua cifra e forza dominante. Ci accorgiamo da subito che l’Arte essendo per sua natura “atto creativo proprio”,svela segreti con l’umiltà delle mani e la fantasia del cuore di chi la produce. 

Ed è proprio da qui che prendo le mosse commentando e interpretando una delle opere più significative del Pinturicchio. Il Bambino Gesù delle mani. (come da immagine). Affinché l’osservazione iconografica scorpori le angosce dell’anima con l’intento seppur troppo ardito di iniettare nel cuore quell’antidoto che possiamo creare.

Il Bambin Gesù delle mani, prezioso dipinto, capolavoro dell’arte rinascimentale, è l’opera più impegnativa del maestro Pinturicchio del periodo romano. Ritratto unico per la sua singolare bellezza, gemma d’arte umbra rinascimentale, pregevole per la trama e la storia della sua genesi. 

Custode di scandali, di affascinanti misteri del passato e della storia dell’arte. Riguarda probabilmente la vicenda dell’amore segreto tra Papa Alessandro VI e la bellissima Giulia Farnese…. Opera frammentaria staccata a massello databile al 1492, separata dal resto dell’affresco, non è un dipinto come la cornice vorrebbe far credere. Il Bambino Gesù delle mani a causa di una damnatio memoriae, rimase ignoto per cinque secoli. Proveniente da collezione privata, nello specifico, decorava uno degli appartamenti dei Borgia in Vaticano, realizzato dal pittore perugino per Papa Alessandro VI. 

L’affresco venne smembrato e se ne perse notizia, nonostante le testimonianze e gli studi del Vasari e di Francois Rabelais. L’affresco in origine, rappresentava l’adorazione della Madonna (volto di GiuliaFarnese) con Bambino e Papa Alessandro VI inginocchiato, in atteggiamento adorante. Nella seconda metà del Seicento, Papa Alessandro VII Chigi, infastidito da questa leggenda fece smurare l’affresco mettendo fine a questa storia. 

La straordinaria e alquanto enigmatica opera del Pinturicchio, che ricorda i segreti delle stanze Vaticane, riporta dopo anni il pittore alla ribalta. Il paffuto bambino, fulcro di una singolare composizione, delicatamente trattenuto da tre mani di personaggi fuori campo, da cui il titolo evocativo, il Bambin Gesù delle Mani. 

L’opera curata con dovizia di particolari, come una miniatura, ritrae in primo piano il Bambino con aureola a pastiglia – modus operandi dell’artista – la cui grazia anatomica e l’incarnato roseo, lo rendono quasi vero. Lo sfondo è arricchito da monti e castello, tutto armoniosamente incorniciato da un lago e da alberi da frutto, le cui foglie irradiano luce dorata. È evidente nell’opera l’influenza dello stile del Ghirlandaio e del Botticelli.

La conoscenza del Ghirlandaio e del Botticelli contribuì alla sua concezione dell’estetica. Nel 1486, gli fu commissionata la Cappella Bufalini dove dipinse le Storie di San Bernardino in S. Maria in Aracoeli a Roma. Dal 1492 al 1495 fu impegnato nel dipingere l’appartamento di Alessandro Borgia in Vaticano, facendo uso di ornamenti a motivi fantastici, le cosiddette grottesche. 

Vere raffigurazioni di mostri o chimere, su sfondi a decorazione geometriche o naturalistiche, tipiche della pittura romana del periodo augusteo, riscoperte nel Quattrocento. Tra le opere più belle da lui realizzate, è la Partenza del Piccolomini per il Concilio di Basilea, nelle storie della vita di Pio II, nel Duomo di Siena.

Il prezioso capolavoro dell’arte del Pinturicchio, dopo New York, Parigi, Madrid, Tianjin e Nanjin ha fatto ingresso anche nell’Antica Città dei Bruzi, dando a noi cosentini l’orgoglio di averlo avuto e la possibilità di ammirarlo. Antidoto dunque si, ma concepito come il nome di questo “assoluto” è stato tradotto… in modi divers, ma in ciascuna di queste traduzioni si può ritrovare l’idea dell’opera d’arte come ponte che conduce al mistero delle cose.

Questo significa che l’evento dell’opera d’arte, quando è tale, vive della sua sola immanenza anti-illustrativa – ogni opera non vuole dire niente, non significa niente se non se stessa – ma proprio per questo, proprio perché il suo evento è al di là di ogni riferimento a esso esterno, deve rifiutarsi a ogni riduzione tautologica preservando la sua trascendenza interna. L’immanenza dell’opera porta infatti sempre con sé un’apertura che accade solo come piega interna alla sua totale immanenza».

L’arte, come un linguaggio. Come tutti i linguaggi (scientifico, filosofico, teologico) non è un modo diverso di dire le cose, bensì uno strumento per dire aspetti che sfuggono ad altri linguaggi. L’arte non dimostra, mostra. L’arte evoca, apre squarci, rimanda e ci tiene insieme.