Federica Vanossi, i pensieri che precedono il sonno

Mi sono chiesta, nei pensieri che precedono il sonno o, come diceva mio padre, “ricommentando  fra me e me in quei simpatici colloqui che, a volte, si fanno con se stessi”, quale dono mi avesse lusingato, accordando armonicamente i tasti del pianoforte di una vita che correvo con avidità di conoscere.

 Piccola  per età, ma grande in sogni, forse troppo severi per una bambina che aveva appena imparato a leggere e scrivere e che nei libri scopriva un mondo di emozioni incontrollabili, volutamente lasciate libere di esplorare. 

Mia madre lo sapeva e conosceva anche la voglia di fuggire lontano dalla nostra cameretta, per correre ad un incontro galante con testi illustrati o pagine e pagine di isole del tesoro o di favole lontane, come il desiderio di farle mie.

La bicicletta rossa l’avrei condivisa con mia sorella Alessandra, in due sul manubrio o da sole, a turno, contando fino a cento per ogni giro concesso, anche se, ora lo so, lei scandiva i numeri lentamente, per concedere a me il tempo di circumnavigare la fantasia e tornare con gli occhi lucidi di stupore.

 Un giorno alla settimana la affidava a me. Superavo il ponte di Sassi , passavo dai prati di Corso Casale e poi, senza aspettare il tempo necessario per legarla ad un palo, la lasciavo cadere in un letto d’erba per un ultima pedalata senza bicicletta, fino alla biblioteca di zona. Ed ecco il secondo regalo di mia madre: la tessera per poter accedere all’Eden di una ribellione che si placava solo lì, seduta su una sedia troppo alta, ma non abbastanza per l’entusiasmo di far parte per qualche ora di un’esplosione titanica, in cui Lungo Po Antonelli, abbracciava l’India, la Svezia, e il mondo intero. Era una festa a cui ero invitata e con me, la Sirenetta, Pinocchio, Sandokan e il barone rampante. E quel profumo di carta stampata, sapeva di mia madre e di quel paese che raccontava con parsimonia, perché era solo suo, tanto che rubavo notizie solo in biblioteca, nelle pagine di una guida turistica. 

Se amo scrivere e leggere, lo devo anche a lei e qualche volta, sognando la ruggine del manubrio dalla mia navicella spaziale, la ruggine che assaggiavo con le dita e che mi rendeva buffa, nella smorfia di golosità e di curiosità in biblioteca, volo ancora, con una tessera nuova, ma che per me è sgualcita d’amore e gioia, come quella che mi regalò un giorno di tanti anni fa, mettendola sotto il cuscino, e attendendo la corsa tra le sue braccia per dirle quanto l’amavo.