Un’enciclica per la modernità

Editoriale Agostino Pietrasanta

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Alessandria: La terza enciclica redatta sotto il pontificato di Papa Francesco è molto lunga e complessa; duecentoottantasette paragrafi, tutti densi di considerazioni e, in parte, molto estesi, necessiterebbero di una disanima analitica affrontata con riferimenti e conoscenze della dottrina sociale della Chiesa, nel cui filone si inserisce sia pure con fratture significative e sorprese interessanti e persino intriganti sul piano magisteriale e pastorale.

Alcuni attenti osservatori di cultura laica rilevano che parecchi elementi di descrizione sono usuali da parecchio tempo nell’insegnamento della Chiesa: povertà, ambiente, ecologia e globalizzazione vengono ripresi almeno da Papa Giovanni in poi. Tuttavia tre elementi di rottura sono, tra gli altri, di tutta evidenza, nel corso dei documento: il fondamento costitutivo della libertà religiosa nel suo  realizzarsi (i precedenti riconoscimenti di tale libertà avevano avuto un taglio diverso: ne parlerò in un successivo intervento), la definizione esplicita della guerra come atto sempre moralmente illecito, ma soprattutto il recupero del grande trinomio ideale della dignità umana  e dei suoi caratteri individuati e solidali nella libertà, eguaglianza, fraternità; mi limiterò in questa sede a quest’ultima provocazione della “Fratelli Tutti” perché si tratta, almeno a mio modesto avviso di autentica provocazione alla luce del pensiero tradizionale della Chiesa, almeno nei suoi vertici apicali.

Non ci vuole molto a notare che si tratta del trinomio dell’ottantanove (1789) francese e della cultura collegata all’Illuminismo. Osserverò, di passaggio, che anche le argomentazioni del documento, considerati ormai ripetitivi nella dottrina sociale ecclesiastica, finiscono per dare consistenza e realizzazione ai valori di libertà e uguaglianza, dal momento che senza superamento delle povertà non c’è neppure frattura dei percorsi di sperequazione al limite dello scandalo che si vanno realizzando in deriva, senza soluzione di continuità.

Dico di passaggio perché ne tratterò in successivi interventi; ora mi limiterei a valutare come il richiamo dell’enciclica costituisca un passaggio forse definitivo con gli esiti più positivi (di negativi ne osserviamo parecchi) del difficile cammino che ha marcato l’incontro della Chiesa con la modernità. Lo sappiamo, la Chiesa ha combattuto l’Illuminismo e le culture connesse, in particolare la libertà religiosa, ma per quanto interessa il ragionamento che tento di affrontare in questo contributo, ha combattuto la laicità delle istituzioni civili considerata origine di illegittima intromissione nelle prerogative dell’autorità ecclesiastica: in questa prospettiva veniva ribadito come irrinunciabile il regime di cristianità, assicurato prima dall’assolutismo regio e poi da Leone XIII e fino a Pio XII (quest’ultimo non mancò di esprimere qualche perplessità) dai Concordati coi diversi istituti anche costituzionali; si trattava di istituti considerati indifferenti nel loro plurale organizzarsi e nelle loro opzioni politiche, alle valutazioni della dottrina (per questo ho aggiunto qualche distinguo su Pio XII che sembrò accennare a una contenuta preferenza per una moderata forma democratica: si ricordi il radiomessaggio natalizio del 1944). A lungo e fino a Pio XII il regime di cristianità per cui la Stato si legittimava pienamente se assicurava i diritti della Chiesa e della persona umana vista dal punto di vista della dottrina ecclesiastica; fino a Pio XII, dicevo, il regime di cristianità costituiva il riferimento dei rapporti Chiesa Stato. 

Ora è da notare che Papa Giovanni nel discorso di apertura del Vaticano II troncò in radice il paradigma: se il regime di cristianità, presente come dato storico, ha fatto più male che bene perché le autorità civili se ne sono servite per condizionare la stessa evangelizzazione, ora non è più accettabile. Certo, Giovanni vedeva il male fatto al Chiesa, taceva (a mio avviso con deliberata consapevolezza) sul male che ne era derivato ai processi storici delle libertà individuali promosse da parecchi Stati moderni. Ciò nonostante la frattura costituiva una tappa del cammino/incontro tra Chiesa e culture moderne della laicità. Accennerò solo per completezza di discorso e per rispetto di un grande pontefice come Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa), che la Chiesa, grazie alle intuizioni di questo Papa, ingiustamente sottovalutato, aveva smarcato le vie della evangelizzazione da quelle del colonialismo (tralascio il richiamo alla “Maximum Illud” di cui ho parlato in altre occasioni).

Ora se Giovanni troncò un importante capitolo del dissidio tra Chiesa e modernità, adesso e dopo una cospicua trattazione di materia sociale nei decenni che sono seguiti, Francesco sembra chiudere il cerchio. Rivalutare o riconoscere la congruità del trinomio “libertà, uguaglianza, fraternità” significa apertura a una tappa costitutiva dei diritti umani, in organica convergenza tra le opzioni laiche e quelle cristiane. Per la verità un grande cristiano, Alcide De Gasperi aveva già sottolineato lo spirito evangelico del summentovato trinomio, nel congresso DC di Venezia del 1949, ma, lo sappiamo, lo statista non riusciva sempre gradito ai vertici ecclesiastici.

Ora però si apre un capitolo nuovo e si prospetta un nuovo (?) problema; siamo a fronte di un incontro tra la Chiesa e le culture di contesto: nel rifiuto e nel riconoscimento si tratta delle culture di un Occidente con cui, la Chiesa per l’appunto, si è sempre confrontata o scontrata. Come valuteranno e come reagiranno a quest’incontro le Chiese del mondo diverso da quello occidentale? Non credo lo si possa capire se non ascoltandole con attenzione e discernimento. E l’unico Istituto capace di farlo, escludendo categoricamente la Curia non è che un Concilio Ecumenico Vaticano III. Lo abbiamo sottolineato spesso come blog: con voce molto limitata e probabilmente inascoltata, continueremo a farlo.