Federica Vanossi: La maestra Razzetti aveva un dono

Aveva un dono la maestra Razzetti: sapeva raccontare la grazia del mondo con incantesimi di parole e magie di metafore che lasciavano ventotto grembiuli bianchi con la bocca spalancata per lo stupore.

La sua voce scorreva nelle vene e nel cuore, come il miele nella tazza di latte del mattino, con la stessa dolcezza, l’identica vischiosità ambrata che lo appiccicava nelle menti feritili di chi desiderava imparare e conoscere il mondo, che faceva capolino dai casermoni di Lungo Dora Voghera, o dalle torri di Lungo Po Antonelli, fino alle Ande e oltre il limite di ciò che si conosce.

Indicava sulla lavagna una cartina muta a cui avrebbe dato contorni e colori, nomi dal retrogusto orientale oppure anglosassoni, dall’Indo fino alle Alpi, dal Canada alle coste dell’Albania.

“Capisci, per noi era una maga, per noi dipingeva il mondo e le altre stelle con una bacchetta di legno, con una bacchetta fatata”.

Sembrava dirigere una sinfonia di semplici nozioni che diventavano suoni melodiosi e fiabe da seguire fino al finale, per poi volerle risentire ancora e ancora.

Timì ascoltava rapita e se descrivevano il Punjab a nord-ovest dell’India, si ritrovava tra le strade di Chandighar di fronte alle porte del tempio di Durgiana e avvolta in un vortice di aromi speziati.

Poteva riconoscere la curcuma, la cannella e lo zenzero, poi la radice di loto ed il cumino

 Era in grado di distinguerle l’una dall’altra e di alcune conosceva l’uso. Non lo aveva letto solo sui libri; era la signorina Razzetti che aveva permesso a tutte, nessuna esclusa, di riconoscere ad occhi chiusi ogni radice e a collocarla nel luogo di origine.

Tre lunghe file di occhi splendenti di curiosità, occhi ribelli, occhi pronti a interrogare e a combattere per raggiungere i sogni ancora imbastiti su tele improvvisate con il cavalletto che traballa, ma che presto avrebbe messo radici in un terreno pronto a dare i frutti seminati con tanto amore.

Durante le lezioni Timì osservava quella figura esile che volteggiava tra i banchi. Ne analizzava il triangolo degli zigomi e persino il cilindro del collo.

Geometria, geografia, storia e grammatica, tutto nel calderone di un incantesimo che durava ore e poi continuava a ribollire, anche quando le allieve ritornavano ad essere bambine insieme ad un nugolo di mille altri.

L’India non era distante, due fermate con il tram numero cinque dalla scuola elementare Alessandro Antonelli, piano secondo, aula numero sei.

“Un biglietto per Nuova Delhi, per cortesia- diceva la piccola esploratrice al conducente del tram verde e giallo.

Scendo tra due fermate, laggiù dove si scorge il Gange”.

La signorina Razzetti innaffiava giornalmente i germi della fantasia sempre più rigogliosa delle proprie allieve, le nutriva, fertilizzava il terreno prima della semina e poi se ne prendeva cura, per regalare a tutte e ventotto un dono che le avrebbe aiutate ad esplorare il mondo, dopo aver lasciato i banchi di scuola per un posto vicino al finestrino su di un volo low-cost.

Federica Vanossi 2020