Appena ieri mattina, una cara amica che – tra l’altro – condivide insieme a me l’amore per il cinema, la letteratura e la cultura in genere, mi manda il link a un lungo articolo dello scrittore e insegnante Alessandro D’Avenia, pubblicato sulla pagina web del “Corriere Della Sera”. Il pezzo ha per titolo Demoralizzati, inserito nella rubrica “Ultimo banco” e – come spesso mi accade – trovo molto pungente e accurata la riflessione di D’Avenia, che ha saputo raccontare negli ultimi anni con grande acume il mondo complicato dell’adolescenza (vedi, ad esempio, romanzi quali .

Condivido il suo pensiero: viviamo (parafrasando il titolo del celebre saggio dei due psichiatri Miguel Benasayag e Gérard Schmit, edito nel 2003) in un’epoca di “passioni tristi”, di comunicazioni veloci ma superficiali e perdita di memoria individuale e collettiva. Abbiamo smarrito il “sentimento del tempo” ungarettiano, la bellezza e autenticità delle narrazioni (letteratura, cinema) che nonostante tutto continuano a proporci mondi reali o fittizi in cui il bene è per lo più nettamente diviso dal male. Abbiamo lasciato da parte i fatti (o almeno la ricerca degli stessi) a favore delle opinioni, e tutto ciò che accade non è più responsabilità di alcuno, né del singolo né della società.

Si vede anche in questi tempi di Covid: nell’epoca dell’eterno presente, dove si è rimossa la percezione del dolore, della morte, e si aspira a un’altrettanta eterna felicità, molti ragazzi (ma anche adulti) si trasformano in sciocchi irresponsabili, rifuggendo da ogni sacrificio, anche minimo, per il bene proprio e altrui. Siamo tutti un po’ più “irresponsabili”, come D’Avenia intende questa parola nel suo articolo. E tutti un po’ meno liberi.

Immagine dell’articolo: fotogramma da La folla di King Vidor (1928)

Barbara Rossi