AntonellaViola. Immunologa. Covid 19: Mutazioni e immunità

In questi giorni sta circolando la notizia che in Danimarca si sarebbe identificata una variante del SARS-CoV-2 nei visoni e che questa variante sembrerebbe poter non essere riconosciuta dagli anticorpi dei pazienti guariti. 

La notizia è stata lanciata da fonti attendibili ma senza nessun dato scientifico a sostegno. Risulta quindi difficile da interpretare: quello che possiamo dire con certezza è che il virus infetta i visoni e che quindi questi animali possono rappresentare un pericoloso serbatoio, consentendo al virus di replicarsi e mutare. 

Ma non possiamo invece sapere se davvero questa mutazione di cui si è parlato è pericolosa per lo sviluppo del vaccino o se ha la possibilità di diffondersi nell’uomo.

Intanto però, un’altra mutazione è stata descritta. Si tratta della variante N439K. Questa mutazione interessa la proteina Spike, ma sembra non alterare la capacità del virus di legarsi al recettore ACE2. 

Tuttavia, rispetto al SARS-CoV-2 non mutato, questa variante sembra  essere riconosciuta meno efficacemente dagli anticorpi presenti nel plasma dei pazienti guariti e dai monoclonali in produzione. 

Potrebbe quindi essere una variante che si è selezionata in seguito a pressione da parte del sistema immunitario (fenomeno noto come “immune evasion”). 

Naturalmente, questa è una variante da tenere sotto stretto controllo perchè la sua diffusione avrebbe un forte impatto sull’immunità naturale (le reinfezioni, di cui si comincia a parlare, potrebbero  non essere rare), sulla terapia con anticorpi monoclonali e sul vaccino. 

Risulta quindi sempre più importante identificare da un lato le risposte immunitarie protettive contro il virus e dall’altro generare anticorpi che riconoscano porzioni del virus non soggette a mutazione. La ricerca deve andare avanti.