Valeria Bianchi Mian: RAPINATORI

Penso ai rapinatori che ho conosciuto, ai topi d’appartamento incontrati negli anni della mia gavetta da “Psicologa on the road”: periferie case accoglienza comunità carcere volontariato.

Mi vengono in mente queste due categorie di non-lavoratori proprio stamattina mentre faccio la spesa in Via Nizza in questo primo giorno di lockdown.

Topi d’appartamento. Ogni lockdown è un disastro per i topi d’appartamento. La gente se ne sta in casa e i ladri devono cercare zone alternative da saccheggiare. Poi magari non è così, magari se ne vanno in giro lo stesso mentre la gente dorme, i topi; non conosco le percentuali di furti in lockdown.

Rapinatori: possono agire indisturbati comunque, dubito che un lockdown li intimidisca. 

Ma la storia che voglio raccontare non è generica. È che proprio mi sono venuti in mente due personaggi. Chi sa che fine hanno fatto, Maurizio e Gino (nomi fittizi, uomini reali… uomini… insomma… mezze calzette). 

Era fantastico Maurizio, una macchietta. Uno di quelli che dici “non è possibile”, perché certe cose pensi esistano soltanto nei film comici. Un tipo mediterraneo, naso gigantesco, volto esagonale, pelle olivastra, modi sbruffoni. Lo stile parlava da sé. Lui stava al colloquio terapeutico come un viveur del lungomare sta a qualsiasi donna in qualsivoglia ruolo, divisa, gerarchia. Non comprendeva assolutamente che roba fosse la Psicoterapia – in percorso obbligato, d’altronde, chi diavolo la può comprendere? 

Se la tirava a prescindere, narrava storie avventurose mescolando telefilm anni Ottanta a improbabili versioni dell’accaduto, un mix dal quale alla fine lui usciva sempre vincente ed eroico mentre la polizia era inevitabilmente composta da sfigati. Come poi fosse lui a finire in carcere e in comunità proprio non si spiegava. In ogni caso, non aveva mai torto un capello a nessuno. Era, assurdo a dirsi, un ‘buono’.

Ho letto di lui sul giornale qualche anno fa: durante una delle sue rocambolesche rapine, sgommando di qua e di là, si era trascinato dietro un agente di polizia attaccato alla portiera dell’auto. Sono ovviamente scoppiata a ridere,  so che non avrei dovuto, ma capite anche voi che…

La faccenda con Gino si complica. Per lui proprio mi sale la tenerezza, persino se ci ripenso oggi a distanza di anni. Non ce la faceva proprio, non capiva, non poteva. Altissimo, dinoccolato, malato un po’ dappertutto: corpo e mente. Lui era un abitudinario; gli piaceva rapinare gli stessi supermercati, sempre gli stessi, ci si affezionava. Gli capitava di incontrare sempre le stesse cassiere, donne che di lui non ne potevano più, tanto che una tal Giovanna (nome fittizio) una volta, dopo ben quattro incontri con Gino e la sua pistola finta, con aria serafica gli ha canticchiato: “Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?” 

Durante una di queste rapine, il proprietario del suo supermercato preferito lo aveva inseguito fuori, lungo il marciapiede, intimandogli di mollare il malloppo. Gino, rivolgendo la pistola verso SE STESSO, aveva gridato: “Se ti avvicini… MI ammazzo!” 

Quella volta, è da dire, la pistola era vera 

ma per fortuna di Gino, scarica.

Fate vobis.

Ora, chissà perché stamattina mi viene in mente tutto questo?

Boh, forse non lo voglio sapere.

I tempi duri sono in arrivo?