Antonella Viola. Immunologa. Covid 19: Le chiusure mirate sono più efficaci dei lockdown generalizzati

Quando i dati parlano. Perché le chiusure mirate sono più efficaci dei lockdown generalizzati (altro frutto delle conversazioni notturne con Alessandro Quattrone) 

Una novità veramente di rilievo è uscita come anticipazione accelerata di pubblicazione sulla rivista scientifica Nature. Si tratta di un modello che mette insieme i dati di geolocalizzazione di quasi cento milioni di cittadini americani nelle dieci aree metropolitane più popolate del paese. Cosa interessante, questi dati sono stati forniti da due aziende private: Google, che li ottiene dall’app GoogleMap, e SafeGraph, una azienda la cui missione è “ripulire” altre fonti di dati di geolocalizzazione tramite intelligenza artificiale e vendere questi dati per scopi commerciali diversi (ad esempio, banalmente, capire quali sono i ristoranti più frequentati e quindi di successo).  Questi dati sono anonimizzati, quindi senza problemi di privacy. Le due fonti sono state confrontate, risultando essere molto concordi, e usate come base per costruire dei network di spostamenti a livello individuale e con un aggiornamento ogni ora del giorno. Come base si è scelta una unità territoriale della divisione in aree geografiche negli USA, il cosiddetto “census block group”, una sorta di “frazione” cittadina. Il network ricostruisce i movimenti entro i gruppi di blocchi verso e da cosiddetti punti di interesse, ovvero qualunque luogo dove si accentrano individui. Poi gli scienziati hanno applicato al network una rappresentazione matematica nota in epidemiologia come SEIR, che divide gli individui interessati dalla malattia in quattro compartimenti: Suscettibili, Esposti, Infettati e Rimossi, dove gli esposti sono coloro che stanno incubando il virus e i “rimossi” ovviamente i guariti. Costruita quindi questa riproduzione semplificata della diffusione del coronavirus, ma che ha come punto forte dati di spostamento e aggregazione geografica di estrema finezza grazie al solo fatto che molti di noi portano con sé il telefono cellulare, il modello è stato “calibrato” usando i casi di contagio per giorno e per area metropolitana riportati dal New York Times.

Questa ricostruzione semplificata è in grado di riprodurre con una eccellente precisione i casi osservati in tutte le dieci aree metropolitane negli USA, nel periodo 8 marzo – 9 maggio, nonostante tutte le diverse misure restrittive e allentamenti che si sono succedute in modo diverso in ciascuno dei cinquanta stati americani.

Una volta capito che il modello riproduce la realtà, si sono indagate meglio le caratteristiche dell’epidemia. Si è avuto chiara evidenza, per esempio, che una maggioranza di infezioni si sono verificate in una piccola frazione di punti di interesse: ad esempio, per l’area di Chicago, l’85% delle infezioni nel 10% dei punti. Questo è cruciale, ovviamente, perché indica come non si possa agire in modo indifferenziato o a “buon senso”, sia per decidere le chiusure che per le riaperture, ma che bisogna gestire con estrema attenzione i punti di interesse “superdiffusori”: l’esistenza dei punti superdiffusori può cambiare completamente le politiche di chiusura e di riapertura durante l’epidemia, lasciando la gran parte delle attività operative e contenendo lo stesso efficacemente la diffusione del virus. Un altro elemento fondamentale che emerge dal modello è che la riduzione della massima occupazione nei punti di interesse, ovvero lo stabilire che solo un certo numero di persone possono trovarsi per esempio in un negozio ad ogni momento, è estremamente efficace per abbattere i contagi. Questo permette di lasciare le attività operative senza troppe penalizzazioni. Altra cosa di grande interesse è che c’è una grande variabilità fra esercizi della stessa categoria in luoghi differenti, e non è facile quindi generalizzare, anche se, in media, nel modello la riapertura (è proprio analizzando le riaperture che si capisce meglio quali sono i punti più a rischio) attribuisce la maggior pericolosità a ristoranti con servizio al tavolo, palestre, hotel, caffè e luoghi di culto. 

Perchè non possiamo utilizzare anche noi questo approccio? Quando ci dicono che non è possibile avere i dati dei contagi, si sbagliano. Questo lavoro di tracciamento è esattamente quello che molti di noi chiedono da tempo ed è l’unico strumento per prendere decisioni sensate e monitorare i loro effetti nel tempo. 

Qui l’articolo di Nature: https://www.nature.com/…/s41586-020-2923-3_reference.pdf