Franco Castelli: QUANDO ERO MAESTRO…

Alessandria: Diplomato dall’istituto magistrale “Diodata Roero Saluzzo” nel 1961, dopo alcune esperienze di doposcuola (Carducci, Mandrogne, Galilei, San Michele) e  una supplenza annuale nel sobborgo di Mandrogne, ebbi finalmente una cattedra tutta mia nell’anno scolastico 1964-1965.

Destinazione: CASERMETTE! sempre Alessandria, intendiamoci, però ‘sto nome strano aveva una ragione storica. 

Alla periferia della città, in fondo a Corso Acqui, sorgevano dal 1939 delle casermette, dismesse poi al termine della guerra. Fin dal 1947 erano state adibite ad abitazione provvisoria per le famiglie che non avevano un alloggio dove sistemarsi: nuclei familiari di migranti e profughi istriani, giuliani e dalmati. La loro situazione era molto disagiata: all’interno di un unico grande spazio, le famiglie si ritagliavano un po’ di riservatezza appendendo coperte o teli su dei fili, tirati da una parete all’altra. Di lì a qualche anno, abitazioni di edilizia popolare vennero costruite nell’area vicina alle Casermette, con il nome di Villaggio Profughi.

Andavo e venivo da San Michele in motoretta (la Vespa che mi aveva lasciato mio fratello, che aveva vinto il concorso da geometra alle Poste ed era partito per la Sardegna, con grande raccapriccio di mia madre…).

Dopo il cavalcavia di San Michele, passavo il ponte della Cittadella e, voltando a destra, passavo davanti alla stazione, facevo l’altro cavalcavia del Cristo e, in fondo a corso Acqui, a un centinaio di metri dopo la chiesa nuova di zecca di san Giuseppe artigiano, di fronte a quella che oggi è la magnifica sede della Scuola di  Polizia, ero arrivato. Si entrava passando un arco, e ci si trovava dinanzi a una sorta di grande campo di calcio, che in realtà era in origine una piazza d’armi, circondata da abitazioni basse, disadorne, militari: le “casermette”, appunto. 

Sulla sinistra entrando, una di queste costruzioni era stata adibita a edificio scolastico, si fa per dire: aule francescane, con vecchi banchi di legno, una lavagna, una cattedra, qualche  carta geografica alle pareti. Senza l’ombra di sussidi didattici, ovviamente. Se chiedevo: “Quali audiovisivi ha questa scuola?”, i colleghi di lungo corso, più vecchi e disincantati di me, mi guardavano con un ghigno sarcastico…

Eppure, per me quei due anni di scuola, con le classi quarta maschile e poi, quinta mista  (che progresso!), sono stati i più felici ed entusiasmanti della mia carriera scolastica…

Ricordo i volti e i cognomi di quei bambini: Ranzan, Raccar, Vidulich, Stipcevich,  Lomonaco, Di Martino, Salerno, Zaffonte, Macaluso, Triglia, Pavan, Vettorato, Pugliese ecc. Un cocktail incredibile di Istria Dalmazia Sicilia Tunisia Veneto…, con alle spalle tante storie di fame, emigrazione, profugato, riscatto dalla miseria.

Non potevo trovare di meglio, per sperimentare “sul campo” – nel vero senso della parola  – ciò che in quegli anni la didattica democratica e la ricerca sociolinguistica (MCE, Giscel, Tullio De Mauro, Mario Lodi e dintorni) andavano proponendo.

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