SAN BAUDOLINO, Franco Castelli

Alessandria: SAN BAUDOLINO

le radici misteriose e magiche del suo culto

Da un mio vetusto articolo uscito su “La Settimana” nel lontano 1984, estraggo un brano che, sulla base di inoppugnabili ricerche documentarie, avanza un’interpretazione piuttosto inedita, ma surrogata da non poche certezze della scienza demoetnoantropologica, sulla natura primigenia e precristiana del culto di san BUREN.

Per dire di come solo  il “mescolare le carte”, ossia usare più lenti di analisi delle tradizioni e delle leggende, possa chiarire la loro vera eziologia. Ecco il brano della quindicesima puntata della mia “MITOLOGICA ALESSANDRINA”: 

                   Il  Miracolo  Basso,  ovvero  

         San  Baudolino  Signore  degli animali:

ove si indaga l’affascinante e misteriosa figura 

              del romito Baudolino di  Foro,

         precursore  del WWF e “verde”  convinto

       svelando  le segrete  (sino  ad  ora)  ragioni

                    per  cui  gli  alessandrini

                   lo elessero a loro Patrono

                      (“La Settimana”, 16.2.1984)

Eremita, profeta, guaritore, sciamano, uomo che vive in armonia con la natura, legato alla terra e alla boscaglia (in quell’epoca gran parte della plaga alessandrina era ancora selvosa, popolata di lupi, orsi, cervi cui i re longobardi davano la caccia), BAUDOLINO, come il dio dei caribù per gli indiani del Labrador,  è “datore di cibo”, Nutritore per le plebi rurali alessandrine.

In tale veste, il santo longobardo recupera tutti i tratti arcaici delle divinità silvestri, come Signore della vegetazione e  Signore degli animali, padrone della selvaggina in veste di “Domesticatore” , dotato – come scrive il Pettazzoni – di “una onniscienza di tipo speciale, del tipo magico-oracolare, tutt’altra dall’onniscienza divina”.

Di qui, forse, la natura un po’ particolare dei “miracoli” di S. Baudolino, che il Buzzi condensa scrivendo della sua “grande virtù e nel fugare animali, quali erano l’oche, che devastavano le campagne, e nel dissetare il viandante colle ripiene poppe di una cerva, e nel render solida l’onda rigogliosa e rigonfia al passaggio”.

Miracoli, come si vede, di poca figura, un po’ naïf , sicché si giustifica l’imbarazzo del prevosto G.T. Canestri che nel 1818 confessava: “alcuni di questi miracoli sembrano cosa di poco troppo momento, perciò indegne di essere attribuite ai Santi”.

Evidentemente al dotto prevosto sfugge che la specialità di Baudolino, vero Santo alessandrino, consiste proprio nel MIRACOLO BASSO, o Negativo: non quello che risuscita i morti e risolve i drammi umani, ma quello che li prevede e li constata, con stoica lucidità.

Così, al trafelato messo di Liutprando invocante la guarigione del nipote ferito durante la caccia al cervo, sembra che dicesse pressappoco: “Al var nent curi (non serve correre)”. Perché? Perché il ragazzo è già morto! Cosa posso farci? Son mica il Padreterno, io!

Ma gli altri due “miracoli”, sintetizzati nell’antifona degli Umiliati: “Ad jussa Baudolini veniunt anseres, ac dicto odefiunt, cerva potum plenis praebet uberibus”, lo mostrano alle prese con gli animali selvaggi del bosco e del fiume, coi quali si intende benissimo: più che con gli uomini, e meno che mai con i religiosi, che lo diffameranno e perseguiteranno di continuo.

Alle oche selvatiche devastanti i raccolti dei contadini della Villa del Foro parla amorevolmente (senza pastorale, per carità, come appare nelle incongrue stampe agiografiche) e le convince ad allontanarsi (le fonti orali dicono che le aveva così intenerite e mortificate, che molto piangevano per il rimorso del male compiuto); con i “grandi mammiferi”, poi, che a quel tempo popolavano numerosi la vasta Silva Urbis, aveva rapporti di così grande confidenza, che venivano a porgergli (le femmine, s’intende) le mammelle gonfie di latte.

“Cerva sitienti succurrit plenis uberibus”, ripete il breviario degli Umiliati.

A questo punto si spalanca un affascinante mistero.

Ma chi era, veramente, Baudolino o Borrino? Perché un documento del 1459 parla di “Sancti Borrini Alexandrie”; il De Giorgi (1826) afferma espressamente che Baudolinus, Baulinus si pronuncia dalla plebe BORINO: dialettalmente, Baudurén, contratto in Burén.

E sorprende abbastanza che in dialetto alessandrino ‘burén’ significhi proprio ‘capezzolo di mammella’ (v. dizionario del Parnisetti: mimén o burén).

Se applichiamo dunque il paradigma indiziario, mutuato coerentemente dal codice della decifrazione venatoria (Ginzburg), troviamo numerosi segni, tracce, ‘spie’ che confermano in Baudolino il ruolo precipuo di nume tutelare della fertilità agraria e di Domesticatore di animali, mediatore del conflitto Natura/Cultura.

A nostro avviso, il linguaggio del mito ancora una volta usa la metonimia (pars pro toto) e col nome rinviante al capezzolo, e con l’episodio del dissetarsi alle mammelle gonfie della cerva (tipico quadretto da età dell’oro) parla a chiare lettere di ubertà, di fecondità e veicola  il suo messaggio, che gli uomini del Medioevo decodificavano immediatamente come esorcismo contro devastazioni, carestie, guerre, malattie, pestilenze.