N. 2 Di Giovanna Fileccia

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Il termine “empatia” indicava per i greci il rapporto emozionale che legava l’autore-attore-cantore al suo pubblico. Alla fine dell‘800 fu utilizzato dal filosofo e psicologo Theodor Lipps quale attitudine al sentirsi in armonia con l’altro.
Possiamo distinguere l’empatia positiva: per la quale si intende la capacità del soggetto di con-gioire, saper cogliere la gioia altrui, e l’empatia negativa di chi, viceversa, non riesce a empatizzare rispetto alla gioia altrui: ciò accade quando un’esperienza fa da barriera, l’esempio potrebbe essere quello della perdita di una persona cara, che impedisce all’individuo di condividere la gioia dell’altro.
Non solo gioia percepisce l’empatico, ma anche il dolore e la sofferenza: lui sa ascoltare quando l’altro ha bisogno di sostegno, solidarietà e aiuto. L’empatia è insieme virtù e qualità, una disposizione d’animo rivolta al bene dell’altro in una situazione di complicità, di parità suscitata dall’immedesimazione.
Ma qual è il meccanismo che accende l’empatia nell’individuo?
Chi entra in empatia con il prossimo fa un passo avanti verso l’altro perché fa un passo indietro dentro se stesso: fare un passo indietro, non è una ritirata, né un gesto di vigliaccheria; non è un segno di debolezza, né di sottomissione; non è paura, né un gesto di ritrosia. Il fare un passo indietro permette di mettersi in sintonia con l’altro, di immedesimarsi nei perché del suo comportamento, nei quanto del dolore, nei come della sofferenza, per poi fare un passo avanti e prestare le sue orecchie, le sue braccia, tendere la sua mano, donare un sorriso; alleggerire gli altrui fardelli, condividere gli altrui traguardi.

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Per lo più viviamo in un mondo in cui a ciascuno importa solo di se stesso, un mondo in cui se qualcuno chiede all’altro: “Come stai?” neanche aspetta risposta alla domanda che, per gentilezza, ha posto: non è forse questo un paradosso?
E poi c’è l’altra faccia della medaglia: il mondo è fatto di specchi che riflettono immagini uguali alle nostre: secondo lo statunitense Jeremy Rifkin, in un saggio del 2010 intitolato La civiltà dell’empatia, l’uomo moderno è naturalmente predisposto all’empatia, intesa come capacità di immedesimarsi negli altri –genere umano o animale – attraverso i cosiddetti ‘neuroni specchio’, così da sentirne le sofferenze, le gioie, le fatiche ecc. Secondo Rifkin «sono circa 20.000 anni che non siamo più homo sapiens-sapiens, ma “homo empathicus”: leghiamo tra di noi, socializziamo, ci occupiamo l’uno dell’altro, siamo cooperativi […] Ci basiamo su tre colonne portanti per il nostro benessere: la socializzazione, la salute (igiene e sanità, nutrizione), e la creatività. Quando una di queste tre colonne viene a mancare, l’empatia è repressa e vengono fuori i nostri alter-eghi, da cui la violenza, l’egoismo, il narcisismo ecc.»
Per basare il nostro benessere su le tre colonne di cui parla Jeremy Rifkin, dovremmo innanzitutto chiederci ‘come’ viviamo il tempo che ci è concesso: se siamo consapevoli che la nostra vita, in rapporto all’infinita linea del tempo, è poco meno di un soffio, poco meno di un respiro che si interseca con altri respiri, con altre mani, piedi, occhi,orecchie, bocca, naso. Ma come utilizziamo i nostri organi di senso? Sappiamo ascoltare al di là di noi stessi? Sappiamo vedere al di là del nostro naso? E poi c’è l’intuito, il senso che ristagna sottopelle e ci avverte di alcune percezioni, come la paura o il disagio, con un prurito alla nuca, un dolore alla bocca dello stomaco, un alterazione del ritmo cardiaco, ci invia una serie di vibrazioni che, indirettamente, coinvolgono gli altri sensi. Probabilmente il meccanismo che accende l’empatia avviene proprio nel momento in cui si è capaci di affidare al proprio ‘intuito’, gli altri sensi e lasciarsi guidare verso la persona che si ha di fronte con spontaneità e naturalezza e, soprattutto, senza giudicarla. Però magari si scappa dall’altrui dolore, dall’altrui sofferenza, dall’altrui gioia. Si scappa all’affiorare del “bisogno altrui” e, piuttosto che tendere la mano e fare un passo avanti, si voltano le spalle e si scappa, si corre, ci si precipita, più lontano che si può da te-da me-da noi-da loro… e qui si crea un altro paradosso del nostro tempo: queste persone c’è da comprenderle, loro si allontanano per tutelarsi, per proteggersi. Ed ecco che avviene l’empatia al contrario: queste persone che scappano, bisogna pur capirle.

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Siamo davvero Homo empathicus, come sostiene Rifkin? In tutta onestà pare il contrario: sembra che il processo di chiusura verso l’altro sia in graduale avanzamento. Magari siamo assuefatti al dolore virtuale? (quello, per intenderci, che vediamo attraverso il telegiornale). Eppure, quale sia il motivo del fenomeno “braccia conserte”, è dannoso, per la società tutta, non fare quel passo indietro per mezzo del quale, poi, si è capaci di fare un passo avanti.
Se, come afferma Rifkin, l’empatia si sviluppa quando avvertiamo il benessere interiore perché sostenuti dalle tre colonne portanti, allora sarebbe il caso che quando una tra socializzazione, salute e creatività viene a mancare -impedendoci di gioire o aiutare l’altro-, ognuno indaghi in modo autonomo, personale e cosciente per individuare quali colonne portanti si debbano riconquistare. Certo non è facile ma riuscire a focalizzare il punto debole di una, o più, colonne portanti del nostro benessere è già un riconoscere il deficit e agire: che sia un posto in società, o un problema di salute, o il bisogno di dar sfogo alla propria creatività, o ancora un lutto, o una delusione, o altri mille problemi, il ripristino della colonna portante diventa necessità non solo per sé ma anche per l’altro, per stabilire una sintonia con il prossimo. Spesso, chi ha superato gli ostacoli riemergendo alla vita, ha sviluppato una maggiore sensibilità; chi ha superato i problemi e ce l’ha fatta, ha sviluppato la facoltà a immedesimarsi fino a gioire con l’altro riuscendo perfino a mettere da parte l’invidia.

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Scendere a patti con se stessi: è questo il modo in cui potersi aprirsi all’ascolto e alla comprensione. Ma affinché l’essere umano sia partecipe delle azioni, emozioni e sentimenti dei suoi simili, deve spogliarsi di se stesso, e vestirsi di generosità d’animo. L’empatia, come anticamera dell’amore e dell’altruismo, potrebbe essere la chiave giusta per aprire gli animi alla gioia del condividere e del sentirsi in armonia con l’altro. Certo questo metterà a riposo l’ego ma farà affiorare quella parte che si nutre di gioia altrui: non dimentichiamo che l’atto del donare arricchisce anche colui che dona.

Giovanna Fileccia
Terrasini, lì 3 febbraio 2017

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