Recensione: “Ponte poetico / Most poetycki” – l’antologia italo – polacca / antologia włosko – polska a cura di/redakcja Izabella Teresa Kostka. Nota critica di Lucia Bonanni.





” Ho rotto la corda
del freno di sicurezza,
per regalare un sorriso
di giorno in giorno
senza anestesia.”

Katarzyna Dominik

CAPITOLO I: Introduzione e Realismo terminale

Con l’antologia “Ponte poetico – Most poetycki” Izabella Teresa Kostka, ideatrice e coordinatrice del Programma culturale “Verseggiando sotto gli astri di Milano” rende concreta l’idea di una corrispondenza letteraria tra quelle che sono le sue due “patrie”, la Polonia e l’Italia. Il progetto, corroborato anche dagli incontri presso il Centro di Ricerca e Formazione Scientifica “Cerifos” di Milano e accolto con vivo entusiasmo dai poeti di entrambi i Paesi, oltre alla preziosa partecipazione del M° Guido Oldani ideatore del movimento del “Realismo terminale”, vede anche quella del Prof. Giuseppe Langella che tanto ha contribuito alla nascita di tale corrente artistica. ”Mostrare le diversità culturali e molte tendenze stilistiche spesso opposte, (le) variegate sfaccettature artistiche (anche in relazione) allo sviluppo di una società multietnica, esperienze di culture, punti di vista (e) visioni artistiche” 1* sono i temi fondanti del “Viaggio letterario internazionale” a cui ha dato forma l’estro creativo di Izabella Teresa Kostka.
Il denominatore comune di questo volume è la Poesia e come tale essa si presenta nei suoi diversi generi per cui nel sorprendente intreccio di uguaglianze e differenze l’esegesi poetica si connota di quella pluralità culturale che per mezzo del “ponte” della traduzione va oltre il “muro” dei gruppi linguistici anche in connessione al proprio modo di essere e alla poetica del Realismo terminale. Nell’immaginario collettivo il ponte rappresenta un qualcosa che unisce unità tra loro distanti, ma distinte ossia rimanda al concetto metaforico di quanto l’Uomo è riuscito a costruire per andare oltre, questo anche nella dimensione interpersonale e in quella psichica in considerazione di vari punti di vista come ad esempio quello antropologico, archetipico, letterario e dialogico nonché l’attrazione verso l’altro da sé l’oltre, l’ignoto, lo sconosciuto e il diverso in modo da poter usufruire di questo spazio di transizione, attuando la comunicazione e l’incontro. Al pari di un ponte tibetano o della passerella di un castello questo “Ponte poetico” fa da collegamento tra il passato e il futuro di una nuova identità artistica, divenendo memoria di interazione culturale.
Così afferma il Prof. Langella nello scritto di prefazione: “Ponte poetico può essere letto, perciò, come come una testimonianza culturale non priva di risvolti politici, un “ponte” tra le due sponde linguistiche (come) segno di prossimità e unione” 2*. In veste di ambasciatrice del Realismo terminale Izabella riserva una sezione dedicata a tale movimento, poetica ben delineata dal M° Oldani nelle pagine della raccolta. “Tale poetica dà corpo finalmente alla frattura insanabile, generatesi nella nostra cultura, non solo europea, con il mutamento di millennio. Rispetto al passato tale strumento vuol proporsi come confronto deliberato fra natura e oggetti” 3* e, volendo esplicitare il concetto della similitudine rovesciata, il M° Oldani dice che per la sua posizione geografica la Polonia può essere descritta come “il cappello d’Europa”.
Nella poesia “La favola” Guido Oldani narra della cementificazione selvaggia che ha invaso le zone liminari dei centri abitati, distruggendo le realtà rurali e con esse la flora e la fauna. Il bambino che ascolta “La favola”, “la mamma gli racconta: c’era un prato”, è uno dei naufraghi “implumi” che stanno su un canotto fermo in mare, immagine assimilata a quella di un “nido sulla grondaia incastonato”, ma neppure un verme c’è per i piccoli che sono costretti a nutrirsi con esche artificiali.
La tematica della natura deturpata è ripreso dal Prof. Langella nella poesia “Il business dell’eolico” in cui “la selva di turbine” sembra un desolato “parco dei divertimenti” mentre una corona di spine avvolge i declivi collinari e quando il movimento delle pale si ferma, l’aria ristagna e le alture, “tante sono le croci” prendono i sembianti di un calvario.
Il tema della morte, già evocata nelle liriche citate, nel componimento di Izabella Teresa Kostka “I caduti” emerge in forma di canto rituale, volto a scandire il rito funebre. “Gli alberi piangeranno le loro ossa/cosparse come puzzle”. Atropo ha reciso il filo della vita di quei “pedoni anonimi” che, “accatastati come in un armadio”, nei campi di battaglia dormono il sonno dell’oblio. E causa della distruzione è sempre il conflitto sia esso di matrice sociale, economica, e bellica. Essere umani vaganti in pelaghi oscuri, la natura presa in ostaggio dalla sventatezza dell’uomo, i caduti la cui divisa “resta appesa al nulla” ricercano aliti di speranza nel caos della distruzione.
Nel capitolo primo un gruppo di autori rende omaggio al Realismo terminale, il secondo presenta i poeti italiani di altre tendenze stilistiche, mentre il terzo accoglie i poeti polacchi contemporanei. Vista, però, la nutrita compagine degli autori e la cospicua quantità degli elaborati, anche in accordo con la curatrice del volume, si è pensato di dedicare un commento critico ad un solo testo della terna di opere presenti in questo “Ponte poetico”, giusto come è stato fatto in questa successione discorsiva, non dimenticando di citare la poetessa polacca Katarzyna Dominik, autrice dei versi in esergo, estrapolati dalla poesia “Come vivere?”, e Roberto Lacentra, autore del dipinto riportato sulla copertina.
Ritornando ai poeti aderenti al Realismo terminale, poeti Giusy Càfari Panìco, Igor Costanzo, Sabrina De Canio, Tania Di Malta, Massimo Silvotti e Antje Stehn, rispettivamente con i componimenti “Dopo il terremoto (L’Aquila 2009)”,”La tinozza”, “Pane”, “Il microfono”, Mani di porcellana”, e “Il bullone” si cimentano in scritture di mordente attualità. L’autrice di “Dopo il terremoto (L’Aquila 2009)” narra la tragedia della città ferita dal sisma, dicendo che la piazza del centro, la storica Piazza Duomo, nota anche come Piazza del mercato, è deserta, vuota “come un piatto vuoto a cena” e questo non perché la notte si è già distesa tra le vie, ma perché il terrore ha relegato la gente ai margini città mentre in quel sequel temporale le lancette degli orologi, come pure la tanto annunciata ricostruzione, sono rimaste ferme alle “tre e trentadue”.
Con pungente ironia nella lirica “La tinozza” il poeta afferma che il luccio, pesce d’acqua dolce, con i suoi denti affilati è “il vero depuratore del Garda” perché con lo zelo che manca ad altri ne ripulisce “la tinozza”, imbrattata dai turisti e questo finché madre natura non avrà perso la pazienza e, insieme a ciò che dovrebbe tenere di conto, vorrà disfarsi di tutte le cose inutili e così “getterà dalla finestra/il bambino e l’acqua sporca”.
Dentro i versi di “Pane” l’autrice riflette sul sulla fugacità della vita, prendendo a paragone un tipo di pane talmente friabile che “ad ogni morso si sbriciola” e, se non ne hai cura, chi riordina la tavola lo può portare via, ossia può interrompere il flusso del vivere. L’interpretazione di senso della poesia “Il microfono”, dispositivo con funzione di trasmissione sonora, verte sulle occasioni mancate, offerte da persone poco affidabili e perciò uguali a “timballi prima dell’”affloscio”. La successione dei versi esprime il desiderio della poetessa di poter essere Morgana, “poltrona vegana”, altre volte un microfono potente che possa amplificare il suono e spegnersi “nel mezzo del comizio” ovvero nel bel mezzo della fama.
Con “Mani di porcellana” l’autore rammenta il tempo dell’infanzia, il tempo dei “bambini colorati”, bimbi che la vita incitava con bonaria allegria, la frescura dei cinema all’aperto, lo sferragliare dei treni che sapevano dell’odore acre dei calzini e di quello del tabacco. Ma nel tempo coevo la vita ci dà “scacco matto” e l’uomo preferisce restare nella intimità della casa in attesa di chissà quale sentenza.
Potrebbe sembrare indirizzata ad un’officina meccanica la poesia “Il bullone”, ma le sottili e maliziose metafore ragionano di certe fantasie associate all’immaginario collettivo, inerenti all’immagine del bullone e della vite filettata e ad un possibile “accoppiamento smontabile”.

CAPITOLO II: Poeti italiani di altre tendenze stilistiche

I componimenti di Luca Ariano, Lorenza Auguadra, Umberto Barbera, Margherita Bonfilio, Maria Giuliana Campanelli, Gabriele Borgna, -“La libertà è sempre la libertà di dissentire”, “La statale impazzita”, “Fiammiferi”, “Il frigo”, “Vanità” e “Restano le conchiglie“ – diversi per espressività argomentativa, testimoniano il percorso umano e letterario di ciascun autore.
Nei versi del giovane Borgna il bel paesaggio ligure si staglia superbo, il vento che vocia tra i carrugi, i vicoli stretti degli abitati, le tinte dei pini, la voce del mare, e le conchiglie disperse sulla riva a fare da cenotafio per i “caduti/di tutte le derive” mentre l’eco di chi non ha parola, “splende/e tace”, marchiando l’animo.
I versi di “Fiammiferi” vogliono significare che è sempre la luce a predominare sul buio quando “lento e faticoso (si fa) il cammino al buio/tortuose e tormentate le strade” e semplici cerini, strisciati su pian ruvidi, possono infiammare nuova luce e dare “nuova marcia” al motore ”pronto a risalire la china”, ossia a considerare le opportunità di nove motivazioni e obiettivi da raggiungere.
Per intitolare il proprio componimento, l’autore prende in prestito una frase di Rosa Luxemburg (1871 -1919), filosofa polacca naturalizzata tedesca, in cui la donna declama il proprio concetto di libertà, un tipo di libertà solida, capace di gettare le fondamenta del libero pensiero ossia la “libertà di dissentire”. Il dissenso nasce da pareri discordanti, divergenti, dal quel non essere d’accordo che sta ad indicare una diversità di opinione senza, però, creare discordia. Con immagini evocanti vicissitudini e la vita vissuta al limite dell’esistenza, l’autore ci trasporta in paesaggi interiori, scanditi dal ricordo dei lampioni spenti “in quel viale di periferia”, “le risaie allagate”,“l’amore di stagioni”, il palazzo e il tabernacolo e gli “anziani (che) raccontano che in certe sere/(ancora) si sente il suo pianto nell’androne”.
Quella descritta da Lorenza Auguadra è una statale impazzita, emblema di un mondo che corre e corre sempre, un caos primordiale dove l’automobilista spazientito fa gestacci con la mano, il motociclista che procede a zig zag per restare in equilibrio e superare le auto, il camion dal motore ruggente, un vero manicomio in cui lo sventurato pedone non si azzarda neppure ad andare sulla “zebra svogliata fra il catrame” perché se ne “avesse anche solo il sinistro pensiero” neppure l’app sul cellulare potrebbe portarlo in salvo.
Il senso di solitudine proiettato dal frigo vuoto – “Il frigo”- dove “lo yogurt scaduto/ si stringe al limone spremuto” si assimila al sentire della poetessa che cerca di consolarsi della tristezza di giorni resi solitari dall’ultimo tempo di una cena trascorsa in compagnia dell’uomo amato mentre il senso di abbandono causato dalla la stanchezza “trova ristoro/nel letto caldo della camera singola” di questa sua vita solitaria.
“La vanità sghignazza all’agghiacciante stridio di catene” -“Vanità”- con queste parole la poetessa specifica il bisogno oggettivo nel saper gestire al meglio la rabbia, scaturita dalla perdita di motivazioni vere del vivere, i sentimenti stropicciati dalle maschere e il cuore ridotto a solo luogo di piacere. Quello di poter comprendere ancora il significato “delle mani tese dei crocifissi”, tornando alla preghiera e tenendo distanti le espressione menzognere dei volti, facendosi guidare dai “Richiami profetici”, scanditi dal pianto dei più anziani.
Altri poeti dalla penna schietta e naturale fanno seguito al questo primo gruppo di autori: Pasquale Cominale, Rosa Maria Corti, Maria Teresa Infante, Gianfranco Isetta, Giuseppe Leccardi, Veronica Liga, Roberto Marzano, ed ancora le agili poesie – Massimo Massa, Giacomo Picchi, Barbara Rabita Maria, Teresa Tedde, Tito Truglia, Patrizia Varnier.
Nella poesia “Il silenzio delle zolle” Pasquale Cominale rammenta la dura fatica dei campi del proprio genitore, un contadino del Sud che adesso è soltanto “un grumo di cenere” dove si radica “il grido spoglio/ della (sua) anima antica”, recando la indelebile “ traccia di oscure pene secolari”, segno di tutte le sofferenze che di stagione in stagione hanno dato vita alle varie colture.
Con “Eolico addio” Rosa Maria Corti descrive la chiarirà dello sguardo, che dopo lo smantellamento delle pale eoliche, adesso può librarsi dal paese di San Valentino fino alle maestose vette dell’Ortles Cevedale. E senza intralcio nuovo respiro sarà dato alla straordinaria e “millenaria civiltà pastorale” mentre nuvole e volatili potranno veleggiare sulle ferite rimarginate del colle.
“Tiro la coperta dal mio lato/lasciando scoperta/la parte che non ha mai parlato”- Incomprensioni- dice Maria Teresa Infante in questa lirica intimista per esprimere il disagio procurato dal mutismo della persona che le dormiva accanto. Un uomo chiuso nel silenzio, “reo” di aver lasciato cadere dalla finestra le espressioni sillabiche delle parole mentre lei sente disperdersi le energie per scendere ancora le scale e andare a riprenderle come aveva già fatto altre volte. Di riscontro la comunicazione verbale si è afflosciata a tal punto da generare le incomprensioni che hanno provocato il distacco emotivo tra i due.
Anche Gianfranco Isetta si cimenta con la tematica del silenzio – E poi il silenzio pieno- ma quello da lui descritto non è un silenzio distanziante, ma coesione di tempo e anime. “Così scorreva avanti/sagoma di speranza” mentre intorno a lei si avvolgeva quel “ rimborso di luce” recante promesse di intenti amorosi.
Tra gli scritti estratti dal cassetto, Giuseppe Leccardi ci presenta “Dolore”, lirica di impronta intimista, narrante “la vastità del dolore (che) ferisce col peso del silenzio”. Il dolore deriva sempre da un evento perdita, da un lutto, e la sua elaborazione richiede un margine sufficiente di tempo per poter ricucire l’anima scucita dal corpo, “relitto abbandonato, alla deriva”, elidere il desiderio di isolamento e ricomporre il senso di appartenenza alla comunità civile.
In “Crocifissa non più addolorata” la poetessa di origine russe Veronica Liga, evoca il tempo del cambiamento con la caduta dei regimi socialisti “La croce dietro le spalle” e il successivo trasferimento in Italia, Paese il cui fascino la induce a compiere numerosi viaggi alla scoperta delle tante bellezze. La croce, ossia i disagi del vivere, si è trasformata in un deltaplano e dalle alture del volo può guardare il mondo con occhi diversi e perdonare il male inflitto dagli eventi trascorsi.
Roberto Marzano, poeta e narratore “senza cravatta”, come ama definirsi, dimostrando di conoscere a dito le figure retoriche, la sintassi, i ritmi e le tonalità della pratica poetica, con declamata ironia dichiara di essere “Figlio di un distico”, un individuo più simile ad una “sinestesia persistente” che ad un uomo senziente, un essere mutante, creato da una strofa di due versi, un poeta che scava fosse comuni dove interrare anafore e accenti insieme la spinta creativa del verseggiare e che beffardo continua a dividere in sillabe le parole per computare il verso.
Il dividere in sillabe, come pure l’uso corretto della punteggiatura , possono sembrare un gioco da ragazzi, ma le insidie delle regole da rispettare sono sempre in agguato. Nel caso de “Il peso delle sillabe” Massimo Massa, prendendo a prestito il valore dei segni di interpunzione e di quelli geometrici, si definisce simile ad un punto interrogativo e ad un punto fermo. “Sono un punto/quello di domanda// un punto in ogni dove/ che riparte da una linea parallela// un punto che va a capo// che consuma inchiostro/fino ad arrivare al nero/ di un cielo inutilmente azzurro”. Il significato di senso di questa poesia sta nel dire della unicità dell’essere umano, ma anche della suo finitezza rispetto alla dilatata forma del Creato con individuo che pone e si pone domande, che dopo lunghe attese ricomincia tutto da capo e riparte dal punto estremo di una retta parallela, sempre in binomio e tendente all’infinito, chiedendo “ascolto/al peso delle sillabe” ossia all’incidenza che ogni accadimento può avere sull’Umanità. E, se l’incipit della lirica rimanda allo scherzo, alla costruzione ironica della metafora, con quel “ nero/ d’un cielo inutilmente azzurro” la chiusa si riempie di pessimismo, sentimento allusivo e concentrato sugli aspetti della Natura che non sempre si mostra benevola e amica nonché al significato delle parole.
Raffaella Massari “Caduta” – nella sua breve, ma intensa poesia, simile ad un canto orfico, si interroga sulla “discesa di un inverosimile silenzio” caduto sulle trasparenze immaginarie di un giardino dopo che il passare del vento ha raccontato di ciò che ha visto la luna. Si tratta di “Un’ombra scura./Un tacco Chanel”, raffiguranti l’ennesimo atto di violenza di genere, ed è proprio “lo sgomento degli alberi”, rimasti fermi al loro posto, a testimoniare quanto è successo nel silenzio dolente di quel giardino.
Nell’aprile del 1986 la città di Pripyat fu distrutta dal disastro nucleare Černobyl e da quel giorno e ancora senza anima. “S’appoggia il sole intransigente/sul cemento”, con la delicata poesia “A Pripyat” Giacomo Picchi trae buoni auspici affinché dai cumuli di macerie possa rinascere la vita e dalle schegge di vetro possano germogliare “Orde di edera” in modo che la Natura possa di nuovo essere feconda.
Il titolo della lirica “Giù per la cordata” di Barbara Rabita evoca le cordate di alpinisti che scalano impervie vette, legati l’uno all’altro con anelli di sicurezza e vicinanza. All’interno della nicchia ecologica, ma anche nella propria interiorità, l’Uomo è un anello naturale, un collegamento determinante per ogni cambiamento e modifica ambientale e, se uno degli anelli viene a mancare, allora l’equilibrio si altera e lo spazio può restare per sempre immoto e solitario Ma “Un giorno/l’anello mancante/si rinsalderà” e ciascuno di noi potrà sublimare solitudine e paure.
Non passa certo inosservata per l’unicità della chioma e direi anche per l’ empatica disposizione all’accoglienza e all’ascolto la poetessa Maria Teresa Tedde. Ben definiti, lucidi ed espressivi i versi della lirica, presente in questa antologia, “Istinto” con cui l’autrice delinea le caratteristiche distintive della nostra società, un ammasso di relitti dove gli esseri umani “occhi scarni e bocche cucite” restano “imbottigliati come vino inacidito”, negando accumuli di paura mentre l’istinto di sopravvivenza induce a passare oltre i bisogni e i richiami dell’altro da sé.
Così, di primo acchito, possono sembrare banali, inusuali e addirittura strampalati i componimenti di Tito Truglia. Ma poi, andando a leggere oltre le parole, si scoprono significati di senso che necessitano di essere interpretati nelle accezioni lessicali come pure nei significati che se ne stanno nascosti dietro il ritmo e il tono delle prole. Ad esempio in “Scarafaggi domestici”, scrittura dal sapore kafkiano, l’autore sembra immedesimarsi in uno scarafaggio, facendolo agire con le medesime azioni che egli stesso é solito compiere. Dopo aver indossato “il suo bel vestito borghese”, volendo dimostrare di essere in grado di fare la spesa, l’animaletto si reca al supermercato più vicino. E all’ora di pranzo, dopo aver buttato giù la solita “razione di veleno”, corre di nuovo a rintanarsi sotto le assi del pavimento. Il tema centrale di tale componimento è il cibo spazzatura, quello “schifo”, da arraffare distrattamente dagli scaffali e gettare nei sacchetti, quel cibo così tanto reclamizzato, ma talmente dannoso per la salute e che a lungo termine può indurre mutazioni nel fisico e nel modo di essere. E non per niente il componimento si chiude con l’esclamazione “Pubblicità!”.
“Che poi/ sono le cose più normali/ le più difficili da amare” scrive Patrizia Varnier nella poesia “Innamòrati”, esortando a lasciarsi innamorare “di guizzi di luce/ del caos degli elementi/di sconfinati orizzonti/del caldo e del freddo” e di tutto quello che del mondo intorno a noi ci porta delizia e serenità, “persino dei piatti di lavare”, azione che rimanda al senso di famiglia, di affetti e gioiosa compagnia per una normalità di vita che esula dalla vanagloria e indirizza verso accenti di civile convivenza.
Di questo novero di autori fa parte anche Lucia Bonanni, autrice della poesia “Se la vita è questa”, dedicata alla giovanissima Noa Pothoven che a seguito delle violenze subite durante il periodo infantile, sceglie “il non vivere/la dimenticanza/l’oblio”.

CAPITOLO III: Poeti polacchi contemporanei

In un abbraccio corale, senso di ospitalità e simpatia mi piace subito citare i nominativi degli autori polacchi presenti in antologia con i rispettivi titoli dei componimenti presi in esame: Daniela Karewicz, (Viandante), Teresa Klimek Janota, (Bisbigli gregoriani), Katarina Lavmel (Ricamo), Anna Maria Mickiewicz (Il mistero del tempo), Jolanta Mielcarz (Strada di cemento), Olaf Polek (Buonanotte), Krzysztof Rębowski, (Mendicante alla stazione di Świebodzin), Marian Rodziewicz (I miei cavalli) , Bogumiła Salmonowicz (Fede nelle parole), Eliza Segiet (Barriera), Alex Sławiński (Cosa fare con il mondo), Izabela Smolarek (Niente), Jósefa Ślusarczyk – Latos (Archivio), Tadeusz Zawadowiski (Storia di Icaro).

Personaggio eclettico dalla personalità dirompente e creativa, nel componimento “Viandante” Daniela ripensa a quelli che potrebbero essere i tratti salienti del proprio vissuto. Partendo da “una ciocca ormai grigia”, la poetessa, “le follie della vita/rincorre”, lasciandosi “dietro le spalle /il nulla” e facendo posto nel cuore all’incanto del presente.
Il canto gregoriano è un canto monodico in lode di Dio e per questo attiene alla vita religiosa. I versi soavi della poesia “Bisbigli gregoriani” possono essere assimilati con una preghiera, ad un canto melodico in cui Teresa prega il Signore affinché le dia la forza per non “cedere alle tentazioni della vita”, restando sempre vigile anche in presenza di chi non fa il proprio dovere di uomo e di cittadino. Con la memoria volta alle bellezze naturali della sua terra, il “sorbo selvatico rosso (con) i bisbigli di un bosco verde”, la donna invoca e rende omaggio alla divinità anche per la presenza degli amici che restano lontani perché incollati alle venalità dei loro affari.
Quella del ricamo è sempre stata un’arte prettamente femminile, un tipo di laboratorio carico di idee creative e capace di esprimere le molteplici e raffinate doti dell’indole muliebre. Il “Ricamo” prodotto da Katarina è una trama d’amore, realizzata su “un cuscino profumato/di ricamo” con i “colori viola (che) litigano all’alba/con l’ambra delle pupille” della persona amata e da abile ricamatrice lei trama sequenze d’amore con movenze delicate e attraenti promesse.
Nel suo eterno defluire da un thopos all’altro il tempo costituisce sempre un’incognita, un archetipo non sempre facile da spiegare, un mito dai tratti ogni volta cangianti. “Il mistero del tempo” enunciato da Anna Maria non soggiace neppure alla confutazione del dialogo critico, al metodo di indagine ideato dal filosofo greco Socrate, ritenuto il fondatore della filosofia morale. “Nella solitudine/ del giardino silenzioso/i bucanevi primaverili/svegliano Socrate/ da un sogno sul dialogo”, ma il suo argomentare non è stato compreso e adesso “Si chiude il coperchio/ con la nullità delle ragnatele/serrato”.
La cementificazione selvaggia ha invaso città e periferie e sulla “Strada di cemento” dove la Jolanta sta camminando, vagano “donne con gli occhi incolori/le anime cupe/concentrate sul profitto. Il calcestruzzo dei fabbricati rende tutto più freddo e irreale mentre “il tempo diventa aggressivo” e per ritrovare un mondo “impregnato di positività//prima bisogna perdersi” ossia bisogna scendere nelle cavità più inaccessibili del nostro essere per riemergere poi con le mani colme di robuste speranze.
Il ricordo è parte del nostro essere e può diventare un arma di difesa in grado di modificare reinventare sezioni del nostro passato nel momento in cui rammentare il tempo trascorso è causa di acuto soffrire. È quanto ci dice Olaf con la poesia “Buonanotte” in cui cerca di “scrostare i ricordi” con pietra pomice, ripulendo il “segno arrugginito” lasciato sul lenzuolo “dall’armatura del pigiama”.
Delle carenze affettive e dei disagi dell’animo narra Krzysztof la lirica “Mendicante alla stazione di Świebodzin”. Di solito sono le stazioni ferroviarie e i vagoni vuoti a fare da ricovero per i mendicanti che “in un atto di disperazione”, e quasi con rimorso, allungano la mano per la questua. Ma il flusso continuo delle persone passa indifferente davanti alla donna con gli indumenti, laceri di abbandono e sofferenza. Soltanto lui, l’autore del brano, si accorge della povera donna e con grande senso di compassione, il suo soffrire con, si augura che lei possa trovare la forza per non restare vittima delle calamità umane.
“Perdendosi completamente” nella poesia, Marian, autore de “I miei cavalli” mostra di possedere un’indole ben equilibrata, indomita e indipendente e proprio come il Padre Cristoforo di manzoniana memoria deve tenere a freno i cavalli scalpitanti nel recinto del proprio sé sempre denso di sogni. “Lascia che i miei cavalli in un breve istante/mi portino via per la Via Lattea” e insieme a me restino racchiusi “nella malinconia per l’eternità”.
Aver “Fede nelle parole” pronunciate da altri, equivale ad aver fiducia nella vita come pure nelle promesse che anche gli amanti si scambiano nei loro slanci amorosi. “Come incantato/(lui) sfiorava con tenerezza i capelli” dell’amata, formulando che la promessa che per lui non sarebbe mai esistita nessun’altra donna. Bogumiła, rassicurata e fiduciosa nelle belle parole, si convince “che lei possa essere quella unica”. Ma è il dopo che fa male e conduce nell’epicentro del sisma emozionale mentre la “passione/diventa furia” ed il valore della parola “bene”evapora e svanisce tra le brume delle promesse mancate.
Appartenente al genere della poesia d’amore, è anche il componimento di Eliza, “Barriera”, versi narranti un sentimento platonico, lo svolgersi di una relazione di sensi mai appagati. Tanti, forse troppi, i dubbi e le indecisioni per scavalcare “la barriera del rispetto” perché lei si mostrava “vergognosa”e lui non osava”, e nessuno dei due prendeva il coraggio di percorrere “un corridoio facile da attraversare/(che) divideva i loro vividi desideri” mentre la mancata celebrazione del desiderio relega in una zona limbica il mito di Eros e con esso anche quello di Thanatos.
Il nucleo tematico della stazione ferroviaria come luogo di transito e sosta è ripreso da Alex nell’atmosfera quasi surreale e fortemente evocativa della poesia “Cosa fare del mondo”. L’autore si ferma a riflettere sull’incertezza dell’oggi e la vacuità del domani, futuro prossimo, “Annullato. Rubato/Dimenticato. Congelato. Inerme” mentre il niente, il nulla con lo scivolare nel gorgo dell’indifferenza non esistono neppure più. Al colmo dell’apatia e insieme al domani “sono andati a bere una birra” ed è soltanto il tempo a spedire “le cartoline delle vacanze”, intese come giorni vuoti e non come periodo di riposo.
La parola latina “nihil” rimanda al significato di niente, nulla da cui deriva il lemma nichilismo come annullamento e negazione del se. E Izabela nei versi di “Niente” non intende annullare se stessa per stare dietro ai suggerimenti oziosi di chi dentro di sé non trova “abbastanza limiti” per dirle cosa dovrebbe o non dovrebbe scrivere. In fatti quel soggetto non sa delle emozioni suscitate dalla continua osservazione del mondo intorno a lei, “quando nella testa esistono “le nuvole e il fieno”, quando lei stessa allontana “le vespe inconsce affogate in due versi dopo parola” e neppure quando scopre che tra loro due “non funziona più niente”
Versi brevi, decisi, assertivi, quasi lapidari quelli composti per la lirica “Archivio” in cui Józefa dichiara che tutti noi ci adattiamo a scrivere epistole e forme poetiche “sulle facce fredde” delle foglie mulinate dal vento. A qualcuno inviamo quelle missive senza neppure apporre l’indirizzo nell’attesa che da altre galassie, distanti anni luce, giunga un segno tangibile che esse sono il nostro “archivio di pensieri” e che possiamo ripescarli ogni volta che ci lasciamo abbacinare dall’incanto di un cielo notturno.
Il mito di Icaro si colloca tra i piú antichi miti greci. L’ambizione di poter volare e sempre stata viva nella mente dell’Uomo, si pensi ad esempio agli studi compiuti da Leonardo da Vinci. Ne “La storia di Icaro” Tadeusz narra del figlio di Dedalo che, volendo raggiungere la libertà del volo, non tiene conto dei propri limiti. Minacciato dal padre di non volare troppo alto e di non andare troppo vicino al sole altrimenti le sue ali di cera si sarebbero sciolte e lui sarebbe precipitato tra i moti ondosi del mare, con fare imprudente Icaro non si cura degli avvertimenti paterni e precipita nelle acque del pelago, subendo, così, la giusta punizione per la sua disobbedienza.

Nelle sue diverse espressioni l’Arte possiede il magico potere di elevare lo spirito e far rinascere a nuova vita, donando a tutti la possibilità di eternarsi nelle proprie creazioni artistiche. Sono, quindi, onorata di far parte di questo “Ponte poetico” e saluto tutti gli autori partecipanti nel desiderio di poter continuare a costruire ponti di unione, pace, e prossimità di empatico sentire. Grazie a tutti voi! In primis a Izabella Teresa Kostka al quale va il merito di aver “fatto il primo passo” 4* per dare avvio a questo viaggio culturale e umano.

Lucia Bonanni

Sarperia – San Piero (FI) 16 novembre 2020

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1* AA.VV. Ponte poetico – Most poetycki, Kimerik, Patti, 2020, pag.5

2* IDM, pag.16, 17

3* IDM, pag.22

4* dalla poesia “Come vivere” di Katarzyna Dominik, in Op. cit. pag.

Lucia Bonanni

Pubblicato anche su VERSO – spazio letterario indipendente:

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