I quarant’anni sono stati i più belli e un po’ timida, con un pizzico di cautela, ho pensato di aver conquistato un posto nel mondo. Avevo il mio stile garbato, il mio lessico semplice, la mia famiglia sincera, vera, senza fronzoli, ma accogliente. Dopo i primi anni rincorsi a scegliermi il ruolo professionale, mi ero fatta l’idea che la carriera fosse solo un inganno. Nutrivo un pozzo senza fondo, lo specchio su cui riflettevo la mia immagine mai realizzata in pieno. Oggi ce l’hai fatta, ma poi viene domani e dopodomani. A quarant’anni non l’ho capito, ma a quarantacinque ho cominciato a farmi le domande e le risposte superficiali sono arrivate. Il lavoro non sono io e io non sono il mio lavoro, sono molto di più. E ho cominciato a cercare le risposte giuste.

Quando ho capito che la macchina nuova, gli abiti alla moda, il corpo in forma, l’ultima news in testa, le idee cool già masticate prima degli altri, non erano indispensabili, da inseguire e mostrare, ho trovato il mio posto nel mondo e quando mio padre si è ammalato avevo quasi cinquant’anni e pensavo di essere una roccia. Invece ho scoperto che non avevo più la terra sotto i piedi.

La mia colonna, quella per cui ho fatto tutto solo per avere un riconoscimento, perché mi dicesse “Ti vedo e mi vai bene così”, non voleva più saperne di guardare al mondo materiale, ai risultati, ai successi, a darmi ragione, finalmente. No.

Non aveva bisogno che io gli riferissi i dati e i conti. Non significavano più niente. Quindi io un posto nel mondo non l’ho più avuto. Non ho più saputo dove collocarmi, se stavo bene o stavo male, se mi bastava o mi faceva schifo. Così un giorno mi bastava, un giorno ne volevo di più, un giorno mi annoiavo e un giorno avevo la nausea.

E nessuno a cui chiedere perché. E intanto lui mi dimenticava.

Michela Santini

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