Antonella Viola: A proposito di obbligatorietà del prossimo vaccino anti-COVID-19

Una delle domande che mi vengono rivolte più spesso negli ultimi giorni riguarda l’obbligatorietà del prossimo vaccino anti-COVID-19. E, puntualmente, la mia risposta è sempre la stessa: non siamo noi scienziati a dover decidere se un vaccino deve essere obbligatorio o facoltativo. Quello che infatti 

la scienza deve fare, in questo caso, è fornire dei numeri: se l’efficacia dei vaccini sarà veramente alta come dichiarato, per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge (o meglio di comunità) servirà vaccinare il 60-70% della popolazione. Come fare per raggiungere questi numeri è, invece, una scelta politica. 

Quello tra politica e scienza è un rapporto molto complesso, messo tra l’altro a dura prova dalla pandemia e dal ruolo sempre più fuori contesto dei ricercatori. Qual è il confine, oggi, in piena crisi sanitaria, tra scienza e politica? E quali sono le questioni di cui noi scienziati possiamo discutere pubblicamente? 

Da un certo punto di vista, verrebbe da dire che, dopo anni in cui nelle televisioni abbiamo sentito il parere di attori e cantanti, calciatori e chef, tronisti e influencer su vaccini o fisica quantistica, il fatto che per una volta si ascolti cosa gli scienziati hanno da dire su politiche sanitarie, MES o trasporti non sia poi così scandaloso. E, infatti, i giornalisti ci spingono spesso in questa direzione, chiedendoci di uscire dal ruolo di uomini e donne di scienza e di avventurarci nel vasto e accidentato mondo della politica. Tuttavia, a me qualche dubbio resta. 

Il primo riguarda la nostra preparazione nel fare affermazioni che, nell’attuale contesto, potrebbero avere ricadute pesanti sul paese. Non tutti gli scienziati hanno sensibilità politica, pochi si interessano di dinamiche economiche e sociali, pochissimi hanno una cultura filosofica o giuridica sufficiente ad abbracciare temi delicati e spinosi che intersechino il diritto, l’etica o la libertà. Spesso, pur essendo grandissimi esperti della nostra materia, non abbiamo sviluppato quella capacità di visione d’insieme della comunità e del paese che ci consentirebbe di essere acuti analisti del sociale. 

Qualcuno obietterà che neanche i politici brillano per acume, ma questo è un problema diverso: i politici si esprimono in base al mandato conferito loro dai cittadini attraverso libere elezioni; noi scienziati non abbiamo questo mandato e quindi ci tocca dire cose sensate o tacere. Inoltre, nonostante oggi molti di noi siano diventati dei personaggi pubblici, mi ostino a pensare che alla gente interessi ascoltarci perchè rappresentanti della comunità scientifica e non in quanto singoli individui. La comunità scientifica è fatta di persone diverse, con opinioni molto differenti su politica, economia, etica e diritto. Quello che ci unisce è la scienza, il suo metodo e le sue “verità”. 

Ed è appunto la difesa della ricerca, del suo metodo e della sua credibilità ciò che più mi convince a non voler superare il confine tra scienza e politica. Quando parliamo di scienza, noi comunichiamo fatti dimostrati, verificati e condivisi dalla comunità scientifica. Le cose che diciamo, se le diciamo solo dopo che abbiano ricevuto un ampio consenso tra pari e non perché frutto di una nottataccia, non sono opinioni ma fatti o, al più, interpretazioni supportate da anni di conoscenza verificata. Nel momento in cui abbandoniamo il campo della scienza e ci lasciamo andare ad esternazioni di natura 

politica, abbandoniamo i fatti per le opinioni. Come farà un cittadino a distinguere, a questo punto, quando uno scienziato dice qualcosa di certo o sta esprimendo un’opinione personale? E se le sue opinioni sono discutibili, come lo sono tutte le opinioni, allora lo saranno anche le affermazioni scientifiche? Ecco che la credibilità dello scienziato e della comunità scientifica vengono minate, perdono valore. La spinta etica a prendere parte alla discussione politica per contribuire alla crescita del Paese è grande, o, per lo meno, io la sento forte. Ma proprio per il bene del Paese, e della scienza, 

mi ripeto ogni giorno di fare attenzione e non superare quel confine.