Mito di un campione, Gianni Castagnello

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La morte di Diego Armando Maradona, il 25 novembre scorso, ha suscitato partecipazione in ogni parte del mondo ed ha guadagnato le prime pagine di tutti i canali di informazione, prevalendo per qualche giorno sulle notizie della pandemia.

Immensa l’emozione in Argentina e in Italia a Napoli, i luoghi più legati alla storia, calcistica e non, del Pibe de Oro. 

E’ morto prematuramente il campione argentino se guardiamo alla speranza di vita che benessere e medicina oggi ci prospettano, ma il suo fisico era da tempo logorato e le polemiche subito seguite alla commozione delle esequie sembrano mosse, più che dalla probabilità di errori medici, dalla nostra incapacità di accettare la morte di chi ci è vicino, anche solo perché   lo abbiamo collocato  in un olimpo di popolarità planetaria e ci pare appartenga a tutti.

Sarebbe estraneo alle intenzioni di chi dà vita a questo blog e di chi lo legge un articolo sulla storia e l’eccellenza calcistico di Maradona, ma le passioni che ha suscitato e ciò che rappresenta tuttora nella sfera del simbolico per tantissime persone permette qualche considerazione sul rapporto tra le emozioni popolari e il personaggio assurto a mito; il campione e il bisogno che abbiamo un po’ tutti di assaporare il successo e di esultare (di vincere da qualche parte – come cantava Vecchioni), un bisogno soprattutto di chi conduce una vita più segnata da fatica e mediocrità, senza possibilità di cambiarla ma senza poter fare a meno dell’emozione della vittoria, della speranza di riscatto.

C’è da notare innanzi tutto che nel personaggio Maradona si sono concentrate una molteplicità di caratteristiche e azioni contraddittorie che sembrano fatte apposta per suscitare ammirazione, entusiasmo,  rammarico,  pietà, identificazione. La stratosferica abilità di gioco unita al piacere di giocare a calcio e le cattive abitudini della cocaina e dell’alcol, la capacità di trascinare i compagni e i rapporti con la camorra, la generosità e gli imbrogli con il fisco, le “diecimila donne” e i figli riconosciuti dopo battaglie legali, l’amicizia con Fidel Castro e  l’antimperialismo, i contratti milionari e il denaro sprecato:  sono i tratti di una vita ingorda e forse intimamente inappagata, che in tanti hanno sentito eccezionale e ma anche molto umana, vicina alle loro stesse passioni.

Maradona è stato importante per una città,  Napoli, e per una nazione, l’Argentina, ha alimentato in sogno collettivo mentre attraversavano anni difficili, ma soprattutto lo ha fatto sognare a persone con una vita difficile, delusa e senza prospettive, così che il sogno è divenuto vaga speranza e fiducia in un possibile, indefinito riscatto.

Maradona arrivò a Napoli dal Barcellona, dove non era ancora diventato il campione indiscutibile che sarebbe stato. Nella città partenopea era in corso la ricostruzione dopo il terremoto del 23 novembre 1980. Concluso il mandato di Maurizio Valenzi, alla città mancò una guida politica degna di essere ricordata:  nell’84 Napoli ebbe quattro sindaci (Picardi, Scotti, M. Forte e C. D’Amato) ed altri tre ne ebbe fino al 1993, quando entrò in vigore la legge 81 che introdusse l’elezione diretta. Intanto la camorra aveva moltiplicato i suoi interessi e la sua influenza insinuandosi negli appalti per la ricostruzione; ne nacque una  guerra sanguinosa tra i clan della Nuova Camorra Organizzata e quelli della Nuova Famiglia: nel 1983 si toccò il picco di 238 omicidi nel napoletano. Nel 1885 il giornalista del “Mattino” Giancarlo Siani fu ucciso per le sue scomode rivelazioni sulla guerra di camorra. In parallelo la città assisteva al declino dell’Italsider di Bagnoli che dagli ottomila dipendenti di fine anni ‘70, passando per la riduzione degli addetti e la ristrutturazione  del 1984,  giunse alla chiusura e alla dismissione nei primi anni ‘90.

Maradona divenne il sogno di Napoli in quegli anni, un sogno che ha trasportato tanta gente  nell’atmosfera  dell’entusiasmo, della rivincita del Sud contro il Nord, della speranza che tutto è possibile, velando la realtà con la sua dura consistenza, la sua fatica e le sue storture, non aiutando certo a cambiarla. In tanti sono passati in fretta sulle  foto del campione nella casa dei Giuliano, i boss di Forcella, e hanno ingigantito invece quella promessa di riscatto che c’è nel filmato di Maradona che fa riscaldamento in un parcheggio di Acerra dove ha portato tutta la squadra, contro la volontà del presidente Ferlaino, a giocare una partita di beneficenza in un campo di fango per un bambino malato; era il gennaio dell’85.

Ragazzo del popolo per la vitalità affamata e anche per le sue tante debolezze, per l’apertura con tutti e per l’insofferenza delle regole,  per la stessa esibizione della ricchezza conquistata, tra le sue tante incoerenze, Maradona ha mantenuto ed esibito questa coerenza di fondo: la fedeltà alle sue origini popolari, povere, e questo ha alimentato soprattutto il suo mito.

Da figlio del popolo, Maradona è stato in Argentina anche un simbolo, vago quanto si vuole ma efficace, di un certo orientamento politico che aggrega il peronismo di sinistra, l’antimperialismo, le critiche alla politica statunitense, la simpatia per Fidel Castro e la denuncia dei sistemi di potere, calcistici e non.

Così il gol dell’1 a 0 nella partita con l’Inghilterra ai mondiali del 1986, che l’Argentina poi vinse, segnato con un tocco di mano non visto dall’arbitro, si caricò di un significato politico, fu per tanti argentini una giusta vendetta, una simbolica rivincita, dopo la sconfitta nella guerra delle Falkland che bruciava ancora.

Quel gol irregolare, ci fa intendere  che Maradona non è stato soltanto un grandissimo campione, quello del secondo gol, uno dei più belli della storia del calcio, che chiuse la partita con l’Inghilterra.

Maradona stesso diede un significato più che calcistico a quel primo gol:  non negò il fallo, non ne provò imbarazzo ma lo definì ”La mano de Dios”, un atto di giustizia dovuta, riparatrice  per la sconfitta e i morti delle Falkland, una guerra – giova ricordarlo – voluta dalla dittatura militare argentina per puntellare il  potere che le sfuggiva.

Del vasto cordoglio che ha accompagnato la scomparsa di Maradona colpisce proprio la consistenza mitica, eroica, religiosa per alcuni, che ha assunto il personaggio, una consistenza mitica alla quale concorrono sia le prodezze del campione sia le vicende tormentate dell’uomo.

Viene naturale domandarsi perché la nostra società sia terreno così fertile per la creazione di miti popolari. Senz’altro agiscono le regole dello spettacolo, l’interesse sociale oltre che economico a produrre icone dell’immaginario, a contrapporre i successi di star e campioni allo squallore di tante periferie e di tante storie. Perché l’adesione entusiastica a certi miti ha il suo correlato nella  banalità, nel grigiore di  vite comuni, per le quali il lavoro non è realizzazione umana ma necessità da subire e la sua mancanza umiliazione e miseria, vite che trovano una compensazione nell’accesso ai consumi di massa  e nella partecipazione all’immaginario creato dalla TV e dall’intrattenimento.

Se in tutte le esistenze serpeggia un’insoddisfazione, un desiderio d’altro,  un bisogno di vita vera,  in alcune si scarica nella costruzione dell’eroe, del mito, con il quale identificarsi, soffrire e gioire, un mito  che non cambia la  vita familiare, lavorativa sociale, e nemmeno promette di cambiarla, solo alimenta la fantasia e permette di sopportare meglio il quotidiano occupandolo con i suoi successi, assorbendolo nell’entusiasmo per una bandiera, una maglia, un gol, una vittoria.

Tutti quelli che amano il calcio, di quell’amore che è in fondo una forma di fedeltà alla gioia spensierata dell’infanzia, devono al campione argentino un grazie per il piacere e lo stupore che ha dato loro con la sua straordinaria bravura; però, le emozioni concentrate intorno alla sua morte  sono poi un’occasione per riflettere sulla creazione sociale dell’immaginario e dei suoi eroi,  sul desiderio condiviso che il mondo sia diverso, sui sogni che aiutano a cambiarlo e su quelli che sono soltanto il complemento del mondo così com’è.