Riflettori puntati sul poeta palermitano Pietro Vizzini all’interno di Alessandria Today. L’autore ha risposto alle mie domande, che hanno lo scopo di farvelo conoscere meglio. È un vibrare di emozioni forti che diventano versi, in un continuo interscambio tra il nostro autore e le sue parole, che accompagnano il lettore nel mondo della poesia. Questa è la sensazione che ho provato nei numerosi incontri poetici nei quali ho avuto il piacere di ascoltarlo.

Dalla sua biografia riporto: “la sua poesia trova la necessità di rappresentare e sondare in una certa misura alcuni aspetti dell’esistenza con le sue contraddizioni, i suoi paradossi, in una prospettiva immaginaria dove la realtà evocata diventa emblema di una vicenda personale”.

Descrivi per i nostri lettori quale ruolo e soprattutto quale funzione ha la poesia nella tua vita?

Pietro Vizzini – Scrivere è stato sempre un modo per esprimere quello che avviene dentro, la percezione di qualcosa che non sempre viene attraversata dalla coscienza, ma ricevuta attraverso i sensi o il cuore. Ed è quest’emozione pura che mi sconvolge, che muove le parole necessarie al mio bisogno di dire, non come funzione ornamentale o di belle parole che servono ad anestetizzare offrendo una via di fuga dalla realtà, ma a risvegliare qualcosa che mi mette in contatto con la mia anima.

Dalla tua biografia si evince che hai ricevuto un discreto numero di premi per le tue pubblicazioni. Che importanza ha per un autore il riconoscimento pubblico della validità delle proprie opere?

Pietro Vizzini – I premi, spesso sono una conferma della validità delle proprie opere, ma un autore non può e non deve rimanere appoggiato al piedistallo di un trofeo, cambia spesso l’aria, e si fa presto ad affondare nella polvere.

In una tua recente partecipazione all’evento poetico Pensieri Madoniti, hai declamato una poesia dal titolo Campo 87 (Covid-19 cimitero di Milano). Quale funzione può avere la poesia in un momento così difficile facendo riferimento, naturalmente, all’attuale pandemia?

Pietro Vizzini – Ho scritto questa poesia pensando ai morti del Coronavirus abbandonati, non identificati e mai richiesti dai famigliari, seppelliti nel campo 87 al cimitero Maggiore di Milano. In un momento così difficile di isolamento, di solitudine e abbandono, la poesia deve essere presente per sottolineare il disagio di un periodo terribile che ha coinvolto tutti. Ma soprattutto deve lenire il dolore di certe cicatrici che ci porteremo per sempre.

Per i nostri lettori, ci dai la tua definizione di poesia?

Pietro Vizzini – La poesia è estrema bellezza di cose che ci circondano, ed è fatta così: passo scalzo per ogni sentiero, ci accompagna con tutte le parole che occorrono e combaciano dentro di noi alla perfezione. La poesia è il pennello che deve poter dipingere i colori delle nostre emozioni sulla tela della libertà.

I poeti in genere sono molto fantasiosi e riescono a coprire con la mente spazi temporali diversi ed immaginare il futuro. Tu come ti vedi nei prossimi dieci anni e quali sono i progetti che intendi realizzare?

Pietro Vizzini – Generalmente navigo a vista, mi piace programmare solo brevi periodi che mi tengono a distanza ravvicinata al momento che vivo nel presente. Ma penso che un progetto importante che intendo realizzare, sia il mio prossimo libro di poesie, che non è una semplice raccolta, ma un percorso interiore che svela ogni intimo messaggio di una verità che cerca ascolto. Per il resto, spero che Dio mi dia la il tempo e la possibilità di coprirli questi futuri spazi temporali.

Ringrazio due volte il poeta Pietro Vizzini per le risposte alle mie domande e per le poesie che seguono, donate in lettura agli amici del blog Alessandria Today:

C’è una parola che non dorme mai di Pietro Vizzini

C’è una parola
che non dorme mai,
anche lasciata sola
è sentinella
che non ha ore sul quadrante,
e mi somiglia
quando al silenzio si concede
nella spianata
di una notte sospesa
che mi cammina dentro,
condannandomi
a scoperchiare ogni tuo ascolto.


L’odore del mattino (a mio figlio) di Pietro Vizzini

L’odore del mattino
dicono
è sceso
mischiato
agli aranci
e al suono dei campanelli
appesi alle finestre.
Sottovento
raccoglieremo qualcosa,
anche da lontano
resteremo bambini
in quel per sempre
di padri.
Dicono
è in un altrove
l’odore di casa mia,
senza le tue parole
madre…
qualcuno dice
che a volte siamo,
solo vivi siamo
a mille miglia di vento
nell’odore del mattino.


Miserie d’inverno di Pietro Vizzini

Con lame di vento,
l’urlo alla strada consegna
il soverchiante dazio,
voce e tormento
di una verità che ci trattiene il passo
nei giorni qualsiasi
di un inverno che non è mai sazio
della carne già tolta alle ossa.
Pulviscolo un raggio,
un soffio che taglia arroccate finestre
sui falsi crinali di una città convessa a cieli diversi
sbocca di cenere morta,
fuggendo l’anima di nuovi vecchi.
C’è una pioggia ogni giorno
miserabile sul cemento,
un mormorio di voci e parole decapitate
opposte alla fronte
di una solitudine diluita nel sonno
ed è un dettaglio che schiaccia,
che prende forma d’anime protese allo schianto.
Capita d’inverno
dove è sempre inverno,
con un filo vivo di acque
dietro un crespo di ghiaccio
scorre d’un altro passo
l’angolo d’un giaciglio scomodo.
Dentro giorni fumosi
stretti corridoi sconnessi alle curve d’una strada
e pezzi di giornale intorno ai piedi
seguono brandelli di foglie
ripudiate da un maestrale improvviso.
Capita d’inverno
che la merla stilla
disperate leggerezze d’un estremo fortunale,
voci di ragazzi dentro un mare d’asfalto
e ombre di relitti lungo un argine annerito
fuggono la pelle scavata
d’una terra costretta a nuovi solchi.
E li vedi tremare in cortili fumosi
d’erba secca in intimo respiro nella gola,
figli di una pioggia tardiva di rigonfia pena,
un fiato gli inciampa nelle vene un misero conforto,
punto di domanda che chiede l’assoluzione
nel respiro sotterraneo delle sere.
Ed è un fiato corto,
una parola che tradisce ed oscura la vista
al cospetto d’una terra che non ha più semi
e candele consumate all’alba,
ma solo il latte avariato di una mala luna che guarda indifferente
riconsegnando la somma dei pugni allo stomaco,
puro dolore di una fame da piangere in solitudine.
Ad incerte latitudini
qualcuno attende il palmo della tua mano
dipingendosi appigli sopra pareti di ghiaccio
dove appiccicati graffiti
scivolano su strapiombi di confuse speranze.
Con lame di freddo,
l’inverno urla liquefatte tenebre.
Questa notte anche i lupi hanno paura,
si divorano uno con l’altro, setacciando fili di ombre
e come le canne, cedono alle percosse
germogliando da incessanti agonie.
Bisogna proprio esserci tra le miserie
a chiamare gli ultimi per nome.
Nel silenzio la voce più non basta,
ora che li tratteniamo
dormono un sonno inconsolabile
mentre oscilla labile fiammella di riposo,
ultima pietà della pena
che il lume più non soffia
al tepore dell’Alleluia.
E non fa rumore la nebbia,
nemmeno quando copre
i miseri stracci con un velo perenne.
A pensarci!
Devono avere freddo
pure i morti questa notte…