Tornare alle relazioni, e inventare nuovi corpi intermedi, Carlo Baviera

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Alessandria: L’11 novembre l’amico Ciani scriveva su queste pagine circa la progressione della sofferenza psicologica in ampie parti della popolazione. Afferma che ne parla “semplicemente facendo leva sull’osservazione” e “senza avere alcun titolo per potermi esprimere in modo rigoroso”. Io ho titoli ancor inferiori ai suoi, ma mi permetto di azzardare poche parole in aggiunta alle sue, che condivido.

Ricorda Ciani come anni addietro fosse facile dar vita ad un dialogo costruttivo e pacato, anche militando in schieramenti politici avversi; forse solo la militanza in tifoserie calcistiche opposte evidenziava una incomunicabilità, ma questo è un discorso diverso.

Così Marco suggeriva, fra le soluzioni, quella  di “accettare gli altri. Accettare noi stessi. I nostri limiti e difetti. Che ci rendono umani, speciali, bisognosi di amore. Dedicare tempo da investire per sviluppare simpatia”: in sostanza investire nel creare relazioni umane feconde.

Terminata la lettura di quella sua analisi rapida, che lui definisce da quattro soldi, mi è venuta sottomano l’intervista di Veltroni al Card. Ravasi sul Corriere della sera negli stessi giorni, dove si trovano le stesse affermazioni: «Nell’enciclica Fratelli tutti il Papa cita Vinicius de Moraes: “La vita, nonostante abbia tanti scontri, è l’arte dell’incontro”. Questa cultura, la ricerca dell’altro, la sua accoglienza, la comprensione reciproca è sostituita oggi da quella dello scontro. L’egoismo nasce dalla paura soprattutto e quando diviene isolamento può generare disperazione e violenza. La violenza è la cancellazione dell’altro, è ridurti ad essere solo. Bisogna ricostruire un vivere sociale, un’idea di comunità come alternativa alla solitudine e, peggio, all’isolamento. Lo diceva un sociologo americano: da quando i tetti si sono infittiti di parabole si sono moltiplicate le porte blindate. Qui torna il compito delle religioni o comunque della cultura. Oltre il cibo, del fisico o della mente, c’è la relazione diretta, quella umana, quella fatta di pelle e parole. La visita agli ammalati, la lotta tenace contro l’isolamento delle persone è forse il compito delle persone di buona volontà, in questo tempo caotico».

Ritorna, prepotentemente, la necessità di ricostruire un’alternativa alle relazioni presenti, molto spesso di tipo digitale basate sui social e su qualche like, costruendo <comunità> e facendo attenzione ai tempi che si dedicano agli altri (in primis in famiglia), alle persone che incontriamo nel quotidiano. E nel termine <tempi> non va dimenticato il tradizionale “ricordati di santificare la festa” che significa (per chi crede) pensare che siamo creati e abbiamo necessità di ascoltare le Sue Parole; significa pensare al nostro riposo e agli affetti; significa dedicare una parte della settimana alla dimensione diversa dal fare e dal lavorare e dare spazio alle necessità della nostra parte trascendente, allo spirito, al servizio gratuito degli altri. Non usare le festività come solo ed unico momento per gli acquisti, per rispondere al nostro padrone mercato; essere padroni di noi stessi per un giorno, e aprirci al rapporto con altre persone, in modo libero e gratuito.

Ravasi aggiunge, in quella intervista: «La presenza era una delle componenti della società del passato che aveva molte più relazioni dirette, fisiche. Adesso sono per lo più virtuali, e il lockdown ha enfatizzato questa dimensione. [..] Qui entra il tema della scuola. La scuola come presenza fisica è indubitabilmente una realtà necessaria e il discepolato è sempre avvenuto vedendo persino la connotazione del volto e del corpo del maestro. [..] Questo vale anche per la Chiesa. Ho provato a celebrare messa in collegamento ma è un’altra cosa, non è più l’assemblea calorosa, il ritrovarsi. [..]  La Chiesa è doppio incontro, con Dio e con gli altri».

Non intendo affrontare l’argomento Scuola o celebrazioni liturgiche in presenza. Uso questa suggestione per sottolineare un altro aspetto del presente: la cosiddetta disintermediazione. Si sono fatti saltare tutti i meccanismi di aggregazione delle persone: dai partiti, ai Consigli di rappresentanza nella scuola nel quartiere nei luoghi di lavoro (divenuti solo momenti formali là dove esistono ancora), ai sindacati (e qui Marco è competente e magari potrà anche smentirmi).

Abbiamo impoverito, anche istituzionalmente e a livello sociale, ciò che teneva insieme le persone; ognuno è isolato (anche molti contratti di lavoro si firmano individualmente, così viene a mancare la solidarietà fra colleghi e compagni di lavoro) e ci si deve difendere da soli. Questa negativa mancanza di legami ce la ricorda anche in alcuni passaggi della sua “Fratelli tutti” Papa Francesco: Se non riusciamo a recuperare la passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni, l’illusione globale che ci inganna crollerà rovinosamente e lascerà molti in preda alla nausea e al vuoto (nr. 36).  Solidarietà [..] è pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro […]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari» (nr. 116). In alcuni quartieri popolari si vive ancora lo spirito del “vicinato”, dove ognuno sente spontaneamente il dovere di accompagnare e aiutare il vicino. In questi luoghi che conservano tali valori comunitari, si vivono i rapporti di prossimità con tratti di gratuità, solidarietà e reciprocità, a partire dal senso di un “noi” di quartiere (nr. 152).

Quindi se vogliamo ritornare al dialogo costruttivo si dovranno ricreare, fra le altre cose, momenti e occasioni che ci consentano di incontrarci e parlarci, magari arrabbiarci e scontrarci, tornare ad ascoltarci;  ma creare anche organismi per tentare insieme soluzioni utili per i singoli e per la comunità.

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