Chiese vuote, la possibile risposta di un Concilio

Agostino Pietrasanta

https://appuntialessandrini.wordpress.com

Alessandria: Da tempo vado pensando la necessità o piuttosto l’urgenza di un Concilio Vaticano III; non sono certamente unico né tanto meno originale, ma non trovo numerosa compagnia. Ora, da altrettanto tempo, alcuni amici dello staff di “Appunti”, piccolo gregge, sollecitano l’attenzione dei lettori al deserto pressoché totale, e per quasi tutto l’anno liturgico, in cui sopravvivono le nostre chiese, nonché l’indifferenza di cui soffre la Parola della Chiesa  e il messaggio dell’Evangelo, senza escludere la celebrazione del Sacramento, in un contesto di scristianizzazione neppure scalfito dalla sovraesposizione carismatica di autorevolissimi personaggi a cominciare da papa Francesco fino a alcuni rari vescovi, tipo lo scomparso Carlo Maria Martini o gli ormai dimenticati Michele Pellegrino e Salvatore Pappalardo.

A fronte del fenomeno non sembra adeguato, anzi non lo è affatto, l’affanno di una assillata ricerca di “operatori” pastorali. Non che il problema non esista, l’assenza di sacerdoti ne costituisce un elemento rilevante,ma non si può mai scambiare per causa quello che è solo uno dei disparati e complementari effetti.

Resta inteso che, in ogni caso, la questione rimane e ne farei cenno prima di richiamare ciò che al contrario mi sembra e sembra a altri il nocciolo della situazione connotata di indifferenza nei confronti di un messaggio che si fonda o si dovrebbe fondare sull’Evangelo. Forse bisognerebbe ritornare sul serio allo spirito, ai testi e all’evento complessivo del Concilio Vaticano II. Benché sia stato voluto e programmato come tappa nel percorso pastorale della Chiesa, nel corso dei lavori ha assunto una rilevanza dottrinale non priva di consistente proposta; in tema di libertà religiosa, ma soprattutto in campo proprio dell’ecclesiologia di comunione ha innovato non poco. Soprattutto ha sottolineato la promozione del laicato come soggetto di evangelizzazione, sia pure con ruoli distinti dai ministri consacrati: certo, il Concilio ha richiamato la funzione del laico nel temporale, sociale e politico, ma non ha escluso la sua parte di impegno nella proclamazione diretta dell’annuncio e della Parola di Dio. Tale diretto impegno nella proclamazione dell’Evangelo è stata ripresa con più forza dalla “Christifideles Laici” esortazione apostolica postsinodale del 1988. Di tutto questo, cosa si è fatto, salvo un servizio alle più disparate forme della catechesi in preparazione dei Sacramenti? Quasi nulla. Eppure se il laicato, senza venir meno agli impegni nella città dell’uomo, si fosse organizzato per l’animazione delle comunità locali (in rarissimi casi succede con successo), forse in molte chiese anche della nostra città si offrirebbero presenze importanti; forse sulla soglia di tante nostre chiese non crescerebbe l’erba e su altre non si troverebbe ingresso sbarrato a ogni ora e con ogni mezzo non escluse le inferriate e i cancelli tanto eleganti quanto dannosi per la pratica religiosa e la vita di fede. Ancora. Che fine hanno fatto le programmazioni per un diaconato permanente? Non sarebbe il diacono figura rilevante per la proclamazione della Parola e la vita attiva di comunità con annesse adeguate vivacità di molte parrocchie cittadine e rurali ormai irraggiungibili dai sacerdoti per lunghi periodi? L’esperienza del diaconato ha marcato non pochi difetti? Indubbiamente, ma non mi pare che si risolvano i problemi sopprimendo, mi convincerebbe di più una soluzione in positivo: correggendo e riformando, ovviamente salvo diverso e motivato parere. Il fatto è che la fiducia nel laicato si è tanto proclamata quanto poco o niente praticata.

Dicevo però che se tale problema esiste, il nocciolo della questione probabilmente sta altrove. Per non complicarmi la vita, mi rifaccio a una voce autorevolissima. Nella seconda predica di quaresima, il predicatore della casa pontificia, Padre Raniero Cantalamessa, da poche settimane cardinale, ha posto una questione tanto intrigante quanto poco ripresa nell’omiletica corrente, Ha chiesto, rivolto al papa, ai cardinali, vescovi e personale numeroso della curia romana, e con approccio più provocatorio che retorico: “Da quanto tempo (cito alla lettera) non avete più sentito una predica, interamente dedicata alla vita eterna?”.  Come dire, o  mi pare di poter interpretare: non abbiamo forse scordato il quadro complessivo di un annuncio di salvezza che non si appiattisce sulla dimensione orizzontale? Confesso di essere rimasto pensoso, anche perché alcuni amici, pur impegnatissimi nel politico e nel sociale continuano a ripetermi che la Chiesa se si riduce a una qualsiasi organizzazione filantropica non  residua molte ragioni per una sua presenza ben risolta da altri soggetti; se la Chiesa diluisce e riduce l’annuncio alla dimensione sia pur indispensabile della giustizia secolare (seculum) e  temporale, non finisce per essere preferita da altri protagonisti?

Una domanda che mi lascia perplesso. Per più di una ragione, ma soprattutto alla lettura del capitolo 25 di Matteo in cui si condiziona la salvezza all’amore verso un prossimo affamato che deve essere nutrito, all’assetato che deve essere soccorso, allo straniero che deve essere accolto e il tutto perché il debole bisognoso, il povero emarginato, gli ultimi dell’umanità si identificano con la persona del Cristo. E allora? E allora non si apre forse una prospettiva che va al di là dell’impegno sociale?  proprio nell’atto d’amore raccomandato dall’Evangelo non ci sono le premesse o addirittura la prima tappa di una salvezza che proietta il credente verso l’eterno? E, di conseguenza, non si prospetta un annuncio fatto indispensabile per un cammino di fede, anche se, in parte lo si può condividere, in solidarietà persino col non credente?

Intendiamoci non pretendo di proporre un’esegesi del testo biblico; esegesi di cui non ho le competenze. Pongo la questione come problema, anzi la pongo con una serie di interrogativi che ho elencato e ai quali non sarei in grado di rispondere: non sono interrogativi né provocatori, né retorici, sono reali e, come tali convinti. Resta evidente però che siamo davanti a un problema che riguarda l’annuncio e lo riguarda nel significato della sua credibilità in un contesto di  scristianizzazione consolidata. Non penso che bastino le Chiese locali , in ordine sparso, per quanto impegnate, a superare il vuoto della presenza cristiana, non penso che basti la curia romana, e sembrano non bastare le figure carismatiche dei vari pontefici che si sono succeduti e che hanno operato con una presenza straordinaria. Provo a pensare allora al ruolo riconosciuto dal Vaticano II al Collegio episcopale, ovviamente in unione del suo capo, vescovo di Roma. Per questo credo in un Concilio Vaticano III: a questioni molto complesse inserite in contesti mondiali molto diversi, forse un confronto promosso al livello mondo potrebbe essere di aiuto. Fa troppo male vedere le chiese vuote e le celebrazioni dell’Eucarestia troppe volte senza Popolo di Dio.