Come l’arte astratta influenza il nostro modo di pensare e indirizza le nostre decisioni

di Raoul Bianchini 

Le immagini prive di riferimenti visivi al mondo naturale dell’arte astratta hanno un impatto sullo stato cognitivo di chi le osserva, portandolo a pensare per concetti generali astratti. Questo cambiamento, che non avviene con i dipinti figurativi, influenza anche i processi decisionali. Ricordo bene quando il compianto Stefano Susinno durante un nostro colloquio sapienziale me lo fece notare per la prima volta in una sua splendida lezione. Il passare infatti dall’attenzione ai particolari del mondo che ci circonda, tipica del pensiero quotidiano, a un pensiero più “distanziato” dagli oggetti e dagli eventi che inizia a scandagliare concetti alla ricerca di relazioni più generali e astratte. A dimostrarlo è uno studio condotto da un gruppo di ricercatori coordinati dalla psicologa Daphna Shohamy della Columbia University, a New York, e da Eric R. Kandel, premio Nobel per i suoi studi sulla memoria e la percezione.

I risultati di quest’ultimo lavoro, pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”, si inseriscono nel filone di ricerche sui rapporti fra arte e cervello che Kandel coltiva da decenni e che l’avevano portato a individuare le controparti neurobiologiche delle intuizioni dello storico dell’arte Ernst Gombrich (1909-2001) sul ruolo profondamente attivo dell’osservatore nella fruizione dell’opera d’arte.

Kandel aveva poi iniziato a studiare quali variazioni intervengono a livello neurobiologico quando sia passa dalla creazione e dall’osservazione di un’opera figurativa, che mostra persone, edifici, nature morte o altri oggetti, a una creazione astratta, in cui i riferimenti visivi al mondo naturale sono scarsi o del tutto assenti.

Composizione IX di Vassily Kandinsky (© AGF)

In quest’ultimo studio i ricercatori hanno condotto tre esperimenti su circa 1700 soggetti per verificare se l’osservazione di opere pittoriche di genere differente influivano sulla modalità cognitiva con cui erano valutate, indipendentemente dal giudizio estetico.

I ricercatori hanno mostrato ai soggetti alcune opere di quattro artisti – Mark Rothko, Piet Mondrian, Chuck Close e Clyfford Still – passati dal figurativismo (come in Fattoria presso Duivendrecht di Mondrian, in cui l’oggetto è ben definito) a una fase intermedia, in cui l’oggetto è più astratto, ma identificabile (come in Still Life with Ginger Pot II, ancora di Mondrian) fino all’astrattismo puro (come in Composizione in grigio blu e rosa, sempre di Mondrian).

Lo studio ha confermato che, mentre davanti a quadri figurativi gli occhi fissano specifici tratti degli oggetti, di fronte a opere via via più astratte lo sguardo cambia strategia, vagando ad ampio raggio sul dipinto.

Ma i ricercatori hanno anche constatato che, in parallelo, c’è una maggiore attivazione delle aree coinvolte nell’elaborazione di concetti astratti, a scapito di quelle destinate alla classificazione di oggetti concreti. In sostanza, osservano i ricercatori, quando mancano spunti percettivi “preconfezionati”, il cervello si impegna molto di più per cercare di attribuire a ciò che vede “un significato, un’utilità e un valore”.

Fattoria presso Duivendrecht, quadro in stile  figurativo di Mondrian (© AGF)

Forse ancora più interessante è che questo cambiamento di prospettiva influisce anche sul processo decisionale.

Interrogati su dove e quando avrebbero allestito un’esposizione con i quadri che avevano visto, i partecipanto allo studio hanno indicato quasi sempre mostre lontane nello spazio (“in un altro stato”) e nel tempo (“fra un anno”) per i dipinti astratti, mentre per le opere figurative hanno scelto destinazioni vicine nel tempo e nello spazio.

Il risultato – osservano i ricercatori – collima con le previsioni della cosiddetta teoria Construal Level Theory (CLT), una teoria sviluppata nel quadro della psicologia sociale per studiare gli effetti della distanza psicologica sul modo in cui le persone elaborano le informazioni, sui loro giudizi e comportamenti. (Qui per “distanza psicologica” si intende il modo in cui rappresentiamo la lontananza di qualcosa: se pensiamo o programmiamo un evento per domani, indugiamo su tanti singoli particolari, me se pensiamo a qualcosa che accadrà fra un anno, ci limitiamo a considerarne il quadro generale, più astratto.).