Daria Montanari: intervista, di Emanuela Manfredi

Daria Montanari è una giovane artista digitale che affianca alla produzione di contenuti legati alla nona arte, contenuti artistici a 360 gradi. il suo indubbio valore la sta portando alla ribalta: in particolar modo non si fa che parlare del prodotto che firma assieme a Stefano Labbia, autore versatile e istrionico. (The) Zombies, una graphic novel seriale che, a quanto abbiamo appreso, conta oltre 33 episodi e molti altri in fase di scrittura, pronta ad uscire nel 2021. L’abbiamo intercettata tra uno dei suoi mille impegni ed un altro poco prima di Natale. questo è un botta e risposta energico, passionale, vibrante e pieno di creatività.

EM: Grazie mille per aver accettato questa intervista! Prima di tutto chiediamo come stai vivendo questo momento particolare con cui siamo stati chiamati a confrontarci? E come lo stanno vivendo i tuoi colleghi?

Penso che per i disegnatori (e scrittori, sceneggiatori, un po’ tutto il settore) il lock down e lo smart working non siano poi una gran novità!
Una cosa che ci ha insegnato il 2020 è andare con i piedi piombo, futuro e progetti non possono essere dati per scontati. Abbiamo, di conseguenza, imparato a concentrarci sul presente, su ciò che è in nostro potere: cosa si può fare oggi. C’è stato un grande cambio di prospettiva, questo per tutti.
Personalmente, ho apprezzato la possibilità di fermarci tutti per un po’… Anche se devo ammettere che è stato un anno in cui ho lavorato tantissimo!

EM: Parliamo di (The) Zombies, graphic novel di cui curi le matite: qual è stata la scintilla che ti ha fatto accettare il progetto?

Dopo un paio di anni come colorista ed illustratrice volevo tornare a disegnare fumetti, (The) Zombies è stata l’occasione perfetta per mettermi alla prova. E’ esattamente quello che stavo cercando: azione, vignette dinamiche, possibilità di studiare ed imparare tantissimo.

EM: La protagonista è una donna forte ma al tempo stesso anche fragile che ha visto, da agente di Polizia, perire i suoi familiari in un’epidemia zombie. Un mondo per certi versi simile al nostro, questo di (The) Zombies, maschilista, egocentrico ed egoista. Quanto di te c’è in Joanne Monroe?

Credo che in Joanne Monroe ci sia in un po’ ogni donna che fa un mestiere “da uomo”. So di non far parte al 100% della categoria, anche se credo sarebbe un ottimo spunto di riflessione… Comunque, capisco bene la psicologia di questo personaggio. Joanne non può farsi vedere debole, ne va della sua posizione, deve (o crede di dover) guadagnarsi la fiducia e il rispetto dei colleghi, che non è mai scontato.
Il rischio con questo tipo di personaggi è che diventino troppo rigidi, freddi, invece mi piace lasciarle un po’ di dolcezza, anche se è qualcosa che vedremo più avanti nella serie… 

EM: Tra i protagonisti l’abbiamo detto c’è Joanne Monroe, Detective Speciale di un ente governativo che indaga sui crimini umani. Crimini che nonostante la pandemia zombie continuano imperterriti. Ma c’è anche Arthur Beckett suo collega. Tra i due qual è il tuo preferito? Soprattutto perché?

E’ difficile scegliere, entrambi hanno degli ottimi punti a loro favore!
Come personaggio/carattere sono molto più a mio agio con Joanne Monroe, ma Arthur è più divertente da disegnare. I personaggi femminili principali sono “difficili” perché non si possono distorcere più di tanto: devono sempre risultare gradevoli. Con i maschi è più facile giocare con espressioni più esagerate e buffe.

EM: La loro sembra essere una coppia affiatata: capiamo subito che sono partner da qualche anno e che sono in grado di compensare l’uno le umane carenze dell’altro. Qualcuno li ha paragonati a Mulder e Scully (X-Files) o a altre coppie di Detective famose di serie tv e fumetti. Secondo te l’alchimia tra di loro è vincente?

Assolutamente sì. Sono la definizione del detto “gli opposti si attraggono”, polo positivo e polo negativo che quando si incontrano creano scintille! E certo non è un incontro facile, ma è per questo che tali combinazioni di personaggi hanno successo e ci insegnano che da soli difficilmente si va lontano: abbiamo sempre bisogno di un grillo parlante o di un sognatore che ci mostrino ciò che i nostri occhi non sono in grado di vedere.

EM: Cos’è che discosta (The) Zombies dagli altri prodotti del filone apocalittico nella letteratura in genere?

Gli zombie sono un’utile metafora che è stata usata per raccontare tante cose diverse: la malattia, la violenza cieca e animale, la società priva di volontà propria… Qui però non sono l’elemento centrale della narrazione e nemmeno la preoccupazione principale della società, che si è adattata e continua bene o male ad andare avanti come prima della pandemia… Fin troppo, visto che i crimini (quelli fra umani) non sono diminuiti.
Sono una sorta di monito, qualcosa che non abbiamo il lusso di poter dimenticare e con cui, in qualche modo, dobbiamo fare sempre i conti.
Il fatto poi che sia un tema così al passo coi tempi, non è da sottovalutare, stiamo parlando della nostra società.

EM: Parliamo un po’ di Daria artista: che sensazioni provi quando disegni? Fai binge watching, ascolti musica o hai bisogno di un religioso silenzio per produrre? Hai anche tu come i tuoi colleghi la passione di inserire easter eggs in ogni tavola che firmi?

Disegnare è trovarmi nel mio spazio mentale, dove posso elaborare, studiare, capire… Dove sento che tutto il mio mondo acquista un senso.
Non riesco a lavorare in silenzio, solitamente binge-watcho qualche serie TV non particolarmente interessante, ascolto podcast (Alessandro Barbero fra i miei preferiti), conferenze, Ted Talks, i bot che leggono i post di Reddit… Ascoltare qualcuno che parla è un’ottimo rumore di fondo che mi aiuta a stare sul pezzo senza distrarmi troppo.

Più che dei veri e propri easter eggs, mi piace aggiungere qualcosa di mio, in sordina, senza che si noti troppo. Gli easter eggs però sono uno stratagemma molto divertente per creare connessioni con il lettore, un po’ come strizzargli l’occhio, ed è una cosa molto carina.
C’è ne anche uno molto evidente nelle prime pagine di (The) Zombies…

EM: Il tuo tratto è molto particolare e dobbiamo farti veramente i complimenti perché a livello grafico non è facilmente inquadrabile. Riconosciamo influenze francesi, italiane ma anche americane. Sbagliamo?

Beccata! Credo si possa dire che “rubacchio” dai maestri di queste tre correnti, invidio chi ha uno stile forte e definito, io cerco solo di fare del mio meglio e rendere più chiaro, gradevole ed efficace il mio disegno.

EM: Una tua top five di graphic novel e fumetti preferiti? E i tuoi cinque disegnatori preferiti?

La serie Empowered; il buon vecchio Hellboy; F. Compo; Danger Girl; Next Wave.
Come autori: Ralph Meyer, Junji Ito, Chris Ware, Cyril Pedrosa, Liberatore.

EM: Sogni nel cassetto?

Tanti.
Due grandi sono: lavorare per qualche grande editore francese per graphic novel a tema storico e realizzare una versione a fumetti di uno dei miei romanzi preferiti: La rivolta di Atlante.
Basta, non ne dico altri per scaramanzia! 😉

EM: Siamo molto curiosi di vedere il primo volume di questa serie che promette di sconvolgere il genere zombie apocalittico come non mai. Grazie mille per il tempo a noi dedicato, Daria!

Ammetto di non vedere l’ora di poterlo (ri)leggere e sfogliarlo!
Grazie a voi!