Primo gennaio 1960: esauditi i sogni di rinascita del dopoguerra, l’Italia entra con fiducia nel nuovo decennio. Nelle stesse ore, in una stanza d’ospedale, si sta spegnendo l’uomo che più di tutti ha simboleggiato la riscossa del Paese, dopo l’incubo bellico. Come se avesse ormai compiuto la sua missione, Fausto Coppi si avvia a tagliare l’ultimo traguardo. Il Campionissimo ha quarant’anni, una ostinazione misteriosa gli ha impedito di scendere di bici anche se da tempo non recita più da protagonista. Qualche settimana prima ha corso per esibizione in Alto Volta, invitato con i francesi Anquetil, Anglade, Rivière, Hassenforder e Geminiani. Al ritorno in Italia si è sentito sempre peggio, fino a trascorrere il Capodanno a letto nella sua villa di Novi, aggredito da una febbre altissima.  Trasferito nel pomeriggio all’Ospedale di Tortona, curato con cortisone e antibiotici, Coppi è peggiorato rapidamente. La sua salvezza sarebbe in una informazione che arriva via telefono dalla Francia: anche Geminiani, che con Coppi ha condiviso una battuta di caccia nella savana, è in condizioni gravi; gli hanno diagnosticato la malaria e lo stanno curando con forti dosi di chinino. A parlare è il fratello del corridore francese, a cui da Tortona rispondono con fastidio e una frase tipo: voi pensate a Geminiani, noi pensiamo a Coppi. È un errore fatale: Fausto all’una di notte perde conoscenza e alle 8.45 del 2 gennaio cessa di vivere. «La scienza medica si è rivelata impotente a combattere un male sconosciuto», dichiara a caldo il professor Astaldi, primario dell’ospedale di Tortona. Ma i risultati delle analisi del sangue di lì a poco rivelano la verità: Coppi è stato ucciso dal plasmodium falciparum, un protozoo parassita che, trasmesso all’uomo da alcune zanzare, causa la malaria. Molte volte Geminiani avrà modo di rievocare quella battuta di caccia grossa con Fausto e la stanza piena di zanzare in cui dormirono la notte precedente. Giro 1940: sull’Abetone, l’airone apre le ali «Il grande airone ha chiuso le ali»: fra gli infiniti epitaffi di quei giorni, quello di Orio Vergani è destinato a rimanere scolpito nella memoria popolare. Il giornalista-scrittore, penna nobilissima del Corriere della Sera prestata al ciclismo, ha raccontato Coppi fin dal primo volo, spiccato sull’Abetone durante il Giro d’Italia del 1940. «Un ragazzo segaligno, magro come un osso di prosciutto di montagna, ha vinto la Firenze-Modena attraversando l’Appennino sotto la pioggia diluviale», scrive Vergani il 29 maggio riferendosi al semisconosciuto Coppi, protagonista di una fuga solitaria di oltre cento chilometri.  Alla partenza di quel Giro, il ventenne Fausto era un gregario di Gino Bartali. Il quale però, per le conseguenze di una caduta, aveva accusato un forte ritardo in classifica, spingendo Eberardo Pavesi, mitologico direttore sportivo della Legnano, a cambiare i piani e virare su Fausto, che fin lì aveva dato segnali confortanti. L’era Coppi comincia dunque sulle rampe dell’Abetone, quando Pavesi affianca il suo corridore e gli fa un cenno inequivocabile: è tempo di andare. Fausto insegue il fuggitivo Cecchi, lo agguanta e lo lascia lungo la discesa. Poi resiste a tutto: vento freddo, pioggia, altre salite dure. Nessuno da dietro riesce più a scorgerne la sagoma fino al traguardo, dove l’aspetta la prima maglia rosa della sua vita.  Bartali è nel pieno fulgore dei suoi 26 anni, in salita è ancora il più forte, ma prende atto della situazione e si dà da fare per proteggere il giovane compagno. Nella tappa dolomitica di Ortisei i due fuggono insieme e quando Coppi fora, Gino gli passa la ruota. Poi lo riprende e alla fine si prende in premio la vittoria di tappa. Il 9 giugno, a Milano, Fausto Coppi festeggia il suo primo Giro d’Italia, ma gli echi del successo si spengono subito: il giorno dopo, dal balcone di Piazza Venezia, Mussolini annuncia l’entrata dell’Italia in guerra. Il ventenne Coppi in maglia rosa nel Giro del 1940: con lui, Eberardo Pavesi, detto l’Avocatt, deus ex machina della Legnano. Una vecchia Legnano, il regalo più bello: il prigioniero Coppi può ripartire Guerra: la recluta Coppi la fa davvero, malgrado la gloria sportiva. Militare di leva dal marzo 1940, non smette di allenarsi, tanto che il 7 novembre 1942 batte il record dell’Ora al Vigorelli. Spedito in Tunisia nel marzo 1943 e catturato dagli inglesi, Fausto torna in Italia solo nel novembre 1944 da prigioniero “cooperante”, di stanza a Caserta.  Il peggio è passato, ma Coppi ha fretta di risalire in bici. Decide così di chiedere aiuto a Gino Palumbo, direttore del quotidiano partenopeo “La Voce”. «Mi riferirono che un militare voleva parlare con me – ricorderà anni dopo il giornalista – diceva di chiamarsi Coppi. Affrontammo subito l’argomento che gli stava a cuore. Mi raccontò che voleva riprendere a correre, ma non aveva la bici, così lanciammo un annuncio sul giornale: date una bicicletta a Fausto Coppi».  In breve, il campione è in sella a una Legnano regalatagli da un falegname di Somma Vesuviana, Giuseppe D’Avino. Di lì a poco, esauriti gli obblighi militari, può tornare alle gare, con la maglia e la bici del costruttore romano Edmondo Nulli e il tesserino della Polisportiva Lazio.  Sono corse vere, in cui ritrova Bartali e altri corridori di rango. Malgrado le ruggini della prigionia, riprende anche a vincere. A maggio, quando anche il Nord viene liberato, torna in bici nella sua Castellania e sposa al volo Bruna Ciampolini, prima di tornare indietro e concludere la sua breve stagione romana. 7 novembre 1942: il futuro Campionissimo, al velodromo Vigorelli di Milano, stabilisce il nuovo record dell’Ora, fermandosi a 45 chilometri e 798 metri. Il primato apparteneva dal 1937 al francese Archambaud (45,767). Per Coppi è l’ultima grande fatica agonistica, prima di partire militare per l’Africa, dove sarà catturato dagli inglesi. L’impresa solitaria alla Sanremo del 1946: Fausto pedala su un altro pianeta La Milano-Sanremo del 1946 segna la rinascita del grande ciclismo dopo la guerra. Al raduno di partenza, rannicchiato su uno sgabello vicino ai suoi nuovi compagni della Bianchi, Coppi sembra un intruso. Pochi minuti dopo, però, è già in fuga con quattro compagni di avventura, tra i quali spicca Lucien Teisseire, uno dei migliori corridori francesi dell’epoca.  Sembra una follia autolesionistica, la maniera migliore per bruciarsi ed uscire di scena appena comincia la gara vera. Invece è la prima vera dimostrazione che Coppi pedala su un altro pianeta. Passa a Novi, dove da bambino faceva il garzone in una salumeria, poi abborda il fondo sconnesso del Turchino. Salendo, il convoglio al comando perde i pezzi. Alla ruota di Coppi resta solo Teisseire, ma mentre l’italiano stantuffa composto sui pedali, il francese si dibatte fuori sella e ha la sofferenza stampata sul volto. In vetta al Turchino, da dove si vede il mare, Coppi passa da solo. Il resto è un monologo di 150 chilometri, tra i capi Mele, Cervo e Berta, i giardini fioriti della Riviera, i ponti di legno lasciati dalla guerra e ali di folla a bordo strada. Quando Coppi arriva a Sanremo, Teisseire è a un quarto d’ora, il gruppo di Bartali sfiora i 20 minuti. Per ingannare l’attesa, Niccolò Carosio annuncia in radiocronaca: «E ora un po’ di musica da ballo…». La Milano-Sanremo del 1946 fu un evento attesissimo, la vera ripartenza del ciclismo dopo la guerra. Nella foto, Coppi sulle affollatissime strade della Riviera: in fuga solitaria dal Turchino, vinse dopo un monologo di quasi 150 chilometri. La Gazzetta dello Sport celebra il trionfo a tutta pagina. Lui e Bartali, uniti dalla rivalità. Nel 1960 sarebbero tornati insieme Il trionfo sanremese inaugura un’era irripetibile per il ciclismo, che in Italia diventa culto popolare soprattutto per le imprese e la rivalità di Coppi e Bartali. Fausto vincerà tutto il possibile in Italia e sarà idolatrato in Francia, dopo i due Tour dominati nel 1949 e nel 1952. Soffrirà per la fragilità estrema delle sue ossa e avrà l’anima spezzata dalla morte del fratello Serse, ma troverà sempre il modo di ripartire. Vivrà delusioni cocenti in azzurro, ma si rifarà vincendo il mondiale a 34 anni, nel giorno in cui al suo fianco appare Giulia Occhini, la Dama Bianca, con la quale avrà una relazione intensa e tanto “scandalosa” da divenire oggetto di un processo penale.  Incapace di scendere dalla bici, Coppi pedalò fino alla morte. Prima di contrarre il morbo fatale, aveva accettato la proposta di Bartali, all’epoca direttore sportivo della San Pellegrino. Lui e Gino di nuovo dalla stessa parte vent’anni dopo, una suggestione che non ebbe il tempo di realizzarsi. A lungo si erano nutriti l’uno dell’altro, fino a scoprirsi uniti. Nel giorno della scomparsa dell’ex rivale, Bartali seppe spiegarlo meglio di chiunque altro: “Con lui sparisce anche una parte di me.”

Fonte: Bicisport