NON STO PENSANDO A NIENTE

Non sto pensando a niente,
e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente,
mi è gradita come l’aria notturna,
fresca in confronto all’estate calda del giorno.
Che bello, non sto pensando a niente!
Non pensare a niente
è avere l’anima propria e intera.
Non pensare a niente
è vivere intimamente
il flusso e riflusso della vita…
Non sto pensando a niente.
È come se mi fossi appoggiato male.
Un dolore nella schiena o sul fianco,
un sapore amaro nella bocca della mia anima:
perché, in fin dei conti,
non sto pensando a niente,
ma proprio a niente,
a niente…

FERNANDO PESSOA, 6 luglio 1933

L’ennesimo esempio del nichilismo di Pessoa. “Non sto pensando a niente” iterato sei volte. “Niente” ribadito ossessivamente nove volte. La frase e la parola che costituiscono il traliccio della lirica: mot-clé. Linguaggio discorsivo, mìmesi del parlato. Non si tratta di un monologo interiore, bensì di un vero e proprio soliloquio: Pessoa sta parlando ad alta voce a sé stesso; non si vuole auto convincere, convinto lo è già. Si limita a constatare, ribadirsi il proprio stato d’animo irrequieto. “Non sto pensando a niente” mi sembra più il desiderio, l’invocazione, quasi ottativa, di uno che nella realtà è divorato dall’angoscia dei pensieri che continua a pensare, pur cercando di non farlo. La bravura di Pessoa, che pure era coltissimo, consiste nello scrivere poesie, apparentemente immediate e spontanee, in cui ciascuno di noi può riconoscere un pezzetto di sé. Il pensiero non lo puoi fermare; non solo: non puoi neppure decidere che cosa pensare e cosa no. Funziona per libere associazioni di idee (il fondamento dell’analisi terapeutica, secondo Freud). In altre parole, non sei tu che pensi i tuoi pensieri, ma sono i pensieri a pensarti.