Piazze piene chiese vuote e i percorsi contestati di Francesco

2 gennaio 2021

Editoriale Agostino Pietrasanta

https://appuntialessandrini.wordpress.com

Alessandria: Da parecchie settimane e con disparati interventi, AP sta valutando la deriva inarrestabile della pratica religiosa e cerca di individuarne la cause e le ragioni in un contesto di scristianizzazione assolutamente inedito nella storia dell’esperienza cristiana, almeno nell’Occidente sedicente civilizzato. C’è una ben chiara consapevolezza che attiene le condizioni non solo di alcune Chiese locali, a cominciare dalla nostra, ma di diffuso fenomeno apparentemente inarrestabile.

Ora, non pretendiamo certo di essere letti da opinionisti di chiara fama e di firma ricercata nei quotidiani più prestigiosi della nazione, tuttavia che anche loro si rendano conto del fenomeno ci incuriosisce e ci conferma nelle opinioni da noi espresse; nello stesso tempo ci permette di contestare i summentovati opinionisti quando pretendono di constatare che della situazione non esiste consapevolezza nella base cattolica e nei vertici della Chiesa. Posso testimoniare che, al contrario, gli stessi vescovi di Alessandria, a cominciare da mons. Almici a seguire almeno per alcuni decenni, hanno seguito la deriva in corso, tanto che si sono posti in essere ripetute indagini sui cosiddetti “messalizzanti” proprio dagli anni sessanta: cosa che anche il nostro blog ha rilevato alcune settimane addietro.

Le valutazioni proposte ci lasciano tanto più perplessi, quanto più  ci addentriamo nelle cause individuate dalla élite più accreditata e più riconosciuta. Due di queste pretese cause mi hanno particolarmente colpito e, lo affermo senza raggiri, in senso del tutto negativo. La prima valutazione  denuncia la fine del regime di cristianità e la frattura della connessione tra istituzioni religiose con riferimento al Cristianesimo e istituzioni politiche e pone tale frattura tra le cause del declino. Al netto di una mia scarsa o assente comprensione, l’analisi mi lascia basito. Vogliamo riproporre sul serio il regime di cristianità? Ovviamente non mi sogno neppure di negare che in un contesto di giurisdizionalismo il citato regime abbia avuto una sua funzione, ma oggi un’indebita ingerenza dell’autorità civile nei percorsi della Chiesa è giudicata pericolosa e impropria a cominciare dal discorso di apertura del Vaticano Secondo e un’indebita ingerenza della Chiesa nella autonomia della politica e nei diritti dello Stato laico viene universalmente ritenuta non compatibile con una cultura giuridica inaugurata dall’inizio della storia contemporanea e sposata con convinzione da uomini come Cavour, peraltro tanto amati dai nostri citati opinionisti.

La seconda valutazione trova pericolosamente all’origine della deriva religiosa la frattura del compromesso cristiano/borghese. Si potrebbe dire che siamo di fronte a un’affermazione meno problematica della precedente (stavo per dire, meno rozza), tuttavia mi lascia assai perplesso. Sappiamo bene con quanta difficoltà la Chiesa ha finito per riconoscere alcuni innegabili meriti della “rivoluzione borghese” soprattutto in tema di diritti; eppure proprio nel periodo di maggiore conflittualità tra borghesia laica e Chiesa cattolica, le chiese erano frequentatissime e lo stesso passare delle stagioni era costituito e segnato dalle tappe dell’anno liturgico. E dunque l’affermazione che la cesura di un compromesso Chiesa/borghesia, sia all’origine del vuoto di culto (la fede non possiamo misurarla), mi pare almeno un azzardo.

Resta il problema del lungo percorso della Chiesa e dei cattolici verso la democrazia. Qui pero mi riesce difficile approvare le critiche verso un’istituzione ecclesiastica insensibile ai diritti fondamento della democrazia, almeno in prospettiva storica. In effetti l’istituzione ecclesiastica, superato il Sillabo ha fatto della centralità della persona e dei relativi diritti un suo “cavallo” di battaglia e un suo riferimento contro i totalitarismi: dire che la deriva del sentire religioso dipende dalla mancata difesa dei diritti da parte della Chiesa è per lo meno discutibile. Tanto più poi se si parla di papa Francesco che ha aperto prospettive di accoglienza alla persona, nello spirito della più esigente misericordia, rispetto al quale persino la dottrina, ovviamente mai negata o banalizzata, diventa tuttavia strumentale rispetto alla salvezza di tutti, fino alle frontiere del mondo.

Ragionamento diverso si potrebbe fare sulla mancata promozione del laicato e, in particolare della donna; se sul primo versante siamo in mezzo al guado, sul secondo siamo all’alfabetizzazione. Non penso però stia in questo ambito e in queste componenti di causa, la disaffezione al culto cattolico.

E allora? Allora si è constatato che neppure un carisma sostenuto da un programma di evangelizzazione di conquista sortisce effetti positivi perché riempie le piazze di adunate oceaniche, ma non le chiese (e non parlo solo di Giovanni Paolo II, si pensi a Pio XII), neppure una marcata sensibilità sociale risolve i problemi (lo stesso Francesco ammonisce che la Chiesa non deve confondersi con una pur meritevole ONG). Forse bisognerà pensare a una missione che va al di là di ogni limite umano e che la stessa attenzione agli ultimi costituisce un fondamento di salvezza oltre i confini della storia. Di ciò abbiamo già parlato, ma dovremo ancora discutere. 

***

(Pubblichiamo di seguito l’articolo di Ernesto Galli della Loggia apparso sul Corriere della Sera del 29 dicembre 2020. Ad esso fa riferimento l’autore del presente editoriale. NdR)

I grandi temi che la Chiesa ha pensato di non vedere

di  Ernesto Galli della Loggia | 29 dicembre 2020

Si parla poco della condizione di declino e di crisi gravissima che il Cristianesimo sembra conoscere attualmente

Èopinione diffusa che l’attuale pontificato si caratterizzerebbe per un indirizzo audacemente innovativo, si dice addirittura rivoluzionario. A causa vuoi di una pastorale tutta rivolta alle grandi questioni mondiali dell’ecologia e della giustizia economica tra le nazioni, vuoi di una straordinaria e quasi indiscriminata apertura alle diversità culturali, al dialogo tra le fedi, alla «carità». È però singolare che a questa proiezione del pontificato verso il mondo, e all’attivismo indefesso con cui essa viene alimentata, corrispondano tuttavia un silenzio e una mancanza pressoché assoluta di riflessioni e di iniziative sulla condizione generale che il mondo stesso riserva oggi alla fede cristiana e alla Chiesa stessa.

Una condizione di crisi gravissima. Nell’intero emisfero settentrionale del pianeta il Cristianesimo sembra conoscere, infatti, un tale declino da far pensare che esso stia addirittura sul punto di spegnersi. Lo mostra al semplice sguardo la quantità di edifici religiosi che in tutti Paesi europei hanno chiuso i battenti. Specialmente le chiese, trasformate in gran numero in supermercati, sale bingo o centri commerciali. Ma lo indicano in modo ancor più pregnante due fatti decisivi. Innanzi tutto la sparizione di ogni residuo di quella che un tempo era la Cristianità intesa come fatto pubblico, cioè come connessione tra istituzioni religiose e istituzioni politiche che per secoli ha caratterizzato tutti i regimi europei, ancora in sostanza sul modello dell’Impero romano. In secondo luogo, il fatto che ormai non rimane quasi più traccia di quel «compromesso cristiano-borghese» instauratosi dopo la Rivoluzione francese che fino a qualche decennio fa era tipico di tutte le classi dirigenti euro-occidentali. Un compromesso in forza del quale, pur laicizzandosi e modernizzandosi, esse erano però rimaste legate in qualche modo all’antica fede. Da tempo, invece, nei loro modelli di vita, nell’educazione dei figli, nell’autocoscienza di sé, nei loro valori pubblici, le élite delle società sviluppate appaiono virtualmente scristianizzate. E inevitabilmente il resto della società segue il loro esempio.

Ora, di fronte a questa gigantesca frattura storica — che oggi si manifesta in tutta la sua straordinaria ampiezza ma che nell’ultimo mezzo secolo non ha mancato di sollecitare le alte e tormentate riflessioni del magistero, da papa Montini a papa Ratzinger — appare davvero singolare il silenzio non solo dell’attuale Pontefice ma dell’insieme della gerarchia. L’attenzione e l’iniziativa dell’uno e dell’altra non sembrano attratte neppure da altre due questioni di enorme portata ormai arrivate drammaticamente al pettine. Tali, a me pare, da obbligare la Chiesa a mettere in discussione di fatto la propria intera vicenda identitaria, a riformularne gli esiti in misura radicale.

La prima di tali questioni è quella della democrazia. È vero naturalmente che la Chiesa non può essere una democrazia perché Dio non può essere messo ai voti. La democrazia però non è solo questione di voti. È anche — anzi soprattutto — una questione di diritti. Innanzi tutto di quei diritti della persona alla cui origine c’è il Cristianesimo e sui quali da decenni non a caso insiste in ogni occasione il magistero della Chiesa stessa. Ma allora la domanda ovvia che si pone è la seguente: come può essere compatibile con la tutela di tali diritti della persona il tipo di potere che esercita il Papa sul suo Stato e sull’istituzione ecclesiastica — un potere assoluto e incontrollato, arbitrario nel più vero senso della parola? Com’è compatibile ad esempio il diritto di ogni persona a conoscere le accuse che gli vengono mosse, a conoscerne i motivi, ad avere un giusto processo da parte di giudici indipendenti, con la sorte riservata al cardinale Becciu, il quale, spogliato dal Papa di alcune importanti prerogative legate alla sua carica senza nulla sapere dei motivi, in teoria aspetta giustizia — si noti il paradosso — da giudici nominati e revocabili ad nutumdal Papa stesso? Come si può chiedere al mondo di essere giusto, mi chiedo, se in casa propria le regole della giustizia sono queste? E d’altra parte, che in quella casa ci sia un problema vero di democrazia non è forse testimoniato anche dal fatto che ancora oggi in seguito a un episodio come quello appena detto (ma anche a mille altri) nessuno osi dire pubblicamente nulla? Sollevare qualche dubbio? Chiedere, Dio non voglia, qualche spiegazione? O l’obbligo democratico alla trasparenza tante volte invocato vale solo per gli altri?

Né si tratta solo di questo. Finora, infatti, a far da contrappeso alla natura autocratica del potere papale è stato il carattere elettivo della carica. Incontrollatamente elettivo, bisogna aggiungere: grazie al quale, quindi, a un Papa di un certo orientamento era possibilissimo (come infatti è accaduto quasi sempre) che succedesse un Papa di un orientamento affatto diverso. Ora invece, con la nomina da parte dell’attuale Pontefice di un sempre maggior numero di cardinali in tutto e per tutto a lui omogenei, minaccia di nascere di fatto al vertice dell’istituzione un vero e proprio «partito del Papa», detentore della maggioranza nel conclave. Grazie al quale al Papa regnante stesso diviene perciò possibile scegliere il proprio successore o perlomeno influenzarne in modo decisivo l’elezione. Determinando così il passaggio da un’autocrazia dalla titolarità incontrollata a una autocrazia dalla titolarità designata.

Infine, al problema della democrazia si ricollega direttamente pure la seconda delle grandi questioni arrivate al pettine che oggi interrogano la Chiesa e la sua storia: la questione del ruolo delle donne all’interno dell’istituzione ecclesiastica. O per dire meglio la questione della loro assoluta, continua, esclusione da qualsiasi ruolo significativo. Non mi riferisco al sacerdozio femminile. Mi riferisco al potere, alle cariche, che so, di presidente dello Ior, di governatore dello Stato, di nunzio o di segretario di Stato: che a mia conoscenza nessun passo dei Vangeli prescrive debbano essere affidate a uomini anziché a donne. Ma che la Chiesa invece continua imperterrita a credere un esclusivo monopolio maschile. Mi chiedo come possa immaginare di avere un qualsiasi futuro un’istituzione che nel mondo di oggi si muove in questo modo. Mostrando cioè una mancanza di senso storico che ricorda tristemente la vana battaglia che la stessa Chiesa cattolica ingaggiò per oltre un secolo contro i principi liberali. Oltre tutto — ancora una volta, come allora — smentendo in tal modo l’ispirazione più luminosa della propria storia e la testimonianza più straordinaria del proprio fondatore.

Ma se le cose stanno così, mi risulta allora abbastanza incomprensibile come possa essere definito innovativo, progressista o addirittura rivoluzionario, papa Francesco. Il quale esercita il suo potere al modo che ho detto e circa tutte le questioni e i problemi fin qui enumerati è convinto evidentemente che essi non esistano, o comunque che non meritino la sua attenzione. Per quel che conta la mia opinione, ho il sospetto che la sua via non porti lontano.