Ricevo oggi una lettera diversa dalle solite domande o richieste di spiegazioni e consigli. Una lettera che credo valga la pena di condividere e commentare:

“Buongiorno prof.ssa Viola,
sono Andrea, un ragazzo che l’ha conosciuta grazie alla sua opera di divulgazione. Non ho alcuna conoscenza specifica in campo medico o biologico, nella vita faccio tutt’altro, e questa email che le invio è per me una sorta di sfogo.
Ciò che sto odiando di più in assoluto di tutta la situazione legata alla pandemia di COVID-19 è l’idea, che viene suggerita in maniera più o meno velata da alcuni media e da alcuni esperti, che non ci sarà alcun ritorno alla normalità, mai, neanche allorché avremo vaccini e cure, se per “normalità” intendiamo la normalità integrale, ossia la cosiddetta “normalità pre-Covid”, quella che per semplificare avevamo a dicembre 2019 e prima.
L’idea in sintesi è questa: a prescindere da quello che otterrà la comunità scientifica, e a causa di varianti, endemizzazione, capacità del virus di mutare e via elencando, dovremo abbandonare l’idea di concerti, maratone, fiere, festival e via elencando a piacere situazioni in cui decine di migliaia di esseri umani “respirano gli uni il fiato degli altri”; scordiamoci di poter rinunciare alle mascherine che ci faranno “compagnia” in eterno; scordiamoci in altre parole della socialità per come l’abbiamo intesa finora.
Io non so su che basi lancino queste affermazioni: da persona che in materia, ripeto, è ignorante, la prima analogia che mi viene da fare è quella con le pandemie passate, la spagnola d’un secolo fa ma anche quelle ancora precedenti, e banalmente mi viene da dire che nessuna, ripeto nessuna, epidemia ha dispiegato effetti che si sono rivelati “infiniti”.
Questo concetto però lo trovo aberrante, e lo trovo per certi aspetti più devastante dei vari confinamenti e del disastro sanitario (che già, ovviamente, sono qualcosa di tragico), perché innestare nelle menti della gente l’idea che non si tornerà mai più alla socialità “pre-Covid” può generare sentimenti di depressione inimmaginabili. La consapevolezza – o l’intuizione inconscia – che una cosa così essenziale come la socialità umana sarà stravolta per sempre, e ripeto per sempre, che disperazione è capace di diffondere?”

Naturalmente sono d’accordo con Andrea, che ringrazio per questa riflessione. Trovo odiosa l’idea di rinunciare alla vita per come la conoscevamo e ritengo sbagliato lanciare questi messaggi.
Da un punto di vista scientifico, questo virus non è particolarmente aggressivo e il problema principale che abbiamo nell’affrontarlo sta nel fatto che nessuno di noi lo aveva mai incontrato prima. Quindi il sistema immunitario di tutti noi era totalmente impreparato. Siamo cioè tutti potenzialmente attaccabili e da qui nascono i problemi che sono davanti ai nostri occhi da quasi un anno. Se anche il virus diventasse endemico, una volta che buona parte della popolazione sarà vaccinata, non avremo più la necessità di rinunciare alla nostra vita sociale. Se anche il virus mutasse e fosse necessario vaccinarsi ogni anno (sto esagerando) lo potremo fare, come facciamo per l’influenza. Quindi non ci facciamo prendere dalla disperazione: bisogna tener duro ancora per diversi mesi, forse per un anno, ma quando tra infezioni e vaccinazioni una buona parte della popolazione sarà immune, si potrà tornare alla vita normale che avevamo fino a un anno fa.