COME TUTTO INCOMINCIÒ, di Vincenzo Pollinzi (capitolo 2)

Era un pomeriggio normale,tipico di un paesino come Roccabernarda,l`aria cominciava a rinfrescarsi e la gente,finiti i lavori nei campi e nelle botteghe artigianali sciamava a gruppetti verso Piazza Aldo Barbaro,storico ritrovo di tutti e noi,con qualcosa che sembrava un pallone alla meno peggio, prendevamo possesso del tratto di strada rotabile di asfalto fresco che da rione Carreria portava al ponte e quindi alla Piazza.Le porte accuratamente delineate da quattro pietre che davano adito a non poche discussioni sulla veridicità di gol o non gol,e via sull`asfalto per la solita partitina a calcio tra le „rughe“,i rioni,accesa e combattuta.

La normalità paesana venne rumorosamente interrotta dal rumore roboante di una macchina di grossa cilindrata per noi mai vista con quattro persone a bordo e noi militarmente disposti ai lati lasciammo come sempre libero il passaggio.Subito dopo ritornammo senza farci domande alla nostra accesa partita.

La sera, mio Padre,contrariamente al solito ritardava a rientrare per la cena,ma quando entrò e si sedette a tavola capimmo subito che era diverso,il suo atteggiamento pensoso e i suoi sguardi verso mia Madre, indaffarata a preparare la cena e noi figli lasciavano presagire che qualcosa dovrebbe essere stata pur successa,anzi c`era qualcosa di disperato e di preoccupato in quegli sguardi che io interpretavo con un misto di curiosità e timore,come qualcosa di imprevisto.

Il suo silenzio durò per quasi tutta la cena e dopo un po di televisione i miei fratelli si ritirarono nella nostra stanza,ma io che incuriosito volevo essere presente all`inevitabile discussione tra i miei genitori feci finta di tirare fuori un libro e leggerci sopra come se mi fossi ritardato a fare i compiti.

La legna bruciava e scoppiettava nel focolare,i due si sono seduti uno di fronte all`altro e fu allora che mio Padre incominciò a parlare della macchina arrivata quasi a sorpresa in Piazza e diceva delle quattro persone,due Italiani e due Tedeschi che avevano pregato tutti di essere ascoltati,dovendo portare notizie che per molti sarebbero diventate molto importanti.Parlavano della Germania come di una terra promessa e chiedevano se qualcuno del luogo avesse intenzione di andarci a lavorare.Il lavoro non mancava e ce n`era per tutti i mestieri e tutte le forze lavorative sarebbero state accettate alla pari.

Di nascosto sbirciavo dal tavolo mio Padre,un misto di rassegnazione e preoccupazione,diceva che ormai qui a Rocca non si poteva continuare e che la vita era diventata difficile.Era tutto insicuro,il lavoro mancava,il morale a pagare della gente lasciava molto a desiderare,soldi non ne circolavano e noi eravamo cinque bocche da sfamare.

Dopo una piccola pausa piena di silenzio disse che in quelle parole aveva intravisto una possibilità e decise,davanti allo sguardo attonito di mia Madre, che si sarebbe presentato al centro di smistamento di Verona da dove veniva indirizzato,dopo le dovute visite mediche,il flusso migratorio dall`Italia verso la Germania.

Nemmeno dieci giorni dopo partì alla volta di Verona con una piccola valigia contenente lo stretto necessario.

Altri interminabili giorni trascorsero, senza nessuna notizia di lui,fino a quando ci chiamarono al centralino per una telefonata che arrivava dalla Germania.

Dopo aver parlato con papà mia Madre era come rasserenata dopo tanti giorni di ansia,tensione e senza notizie.Almeno adesso sapevamo che a Verona era andato tutto benissimo essendo lui ancora relativamente giovane e in buonissima salute e cosi lo avevano indirizzato con un altro gruppetto di emigranti verso Hannover nel nord della Germania.Ci rassicurava che stava bene e anche il lavoro assegnatogli gli piaceva,era stato accolto molto bene dai colleghi e promise di telefonare almeno una volta al mese.Almeno adesso sapevamo finalmente dove si trovava,mi veniva da piangere come se mi fossi liberato di un peso che non potevo portare.