NEL PANORAMA DELLA NARRATIVA CONTEMPORANEA
(di Eduardo Terrana)

Nella ricorrenza del 100/mo anno dalla nascita ricordiamo lo scrittore Leonardo Sciascia, nato a Racalmuto, in provincia di Agrigento, l’8 gennaio 1921 e morto a Palermo il 20 novembre 1989.
Una figura di spicco nel panorama della narrativa contemporanea e non solo per la fedeltà dello scrittore alla sua terra: la Sicilia, con la sua storia e con i suoi problemi, ma anche per l’acutezza delle sue analisi sia del costume e del malcostume della società siciliana e italiana, sia per i suoi interventi sulla cronaca politica che si distinguono sempre per lucidità intellettuale e anticonformismo.
Ritengo che non solo il siciliano ma ogni, persona onesta e coerente, amante della verità e rispettosa della giustizia, non possa eludere il confronto con gli scritti di Sciascia, con il suo sguardo acuto, con la sua capacità di analisi e previsione.
Sciascia, ricorda Moni Ovadia, (Racalmuto-letture opere di Sciascia – maggio 2016), è “ uno tra i migliori scrittori di tutto il Novecento europeo, il cui magistero morale e politico, nel senso nobile della parola, è stato straordinario e ha avuto pochi eguali “. Uno scrittore che ha fatto della Sicilia e dei suoi problemi una metafora letteraria in grado di descrivere qualsiasi parte del mondo. Aspetto, questo, colto pienamente dallo scrittore messicano, Federico Campbell, che di Sciascia ha tradotto le opere e lo ha fatto conoscere in Messico e in tutta l’America del Sud.
Quella di Sciascia è una produzione letteraria vasta , di cui per individuarne i temi profondi basta leggere la prima pagina del suo romanzo “Le Parrocchie di Regalpetra”, nel tratto che recita: “ Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione.”
Libertà e giustizia, sono queste le coordinate morali, le spinte profonde che muovono le opere di Sciascia. Sono i valori e i principi nei quali lo scrittore credeva fortemente ma di cui non vedeva concreta attuazione nella realtà siciliana del suo tempo. Perciò Sciascia si fa scrittore coraggioso e di profondo impegno morale e civile nella denuncia dei mali secolari che maggiormente affliggono la Sicilia e minano lo Stato e le sue istituzioni : la mafia, la connivenza politica, la corruzione. Per Sciascia quindi la letteratura è arma di denuncia contro la mafia e impegno civile per la ricerca della verità e dell’affermazione della giustizia, ma questo suo atteggiamento gli attirerà odi ed antipatie da parte di tutti, partiti, magistratura e stampa, e lo stesso mondo letterario gli mostrerà cauta diffidenza.
Sciascia infatti sarà considerato un personaggio scomodo anche perché si interesserà ad alcuni avvenimenti che colpiranno la società italiana e la vita politica degli anni ’70. Tra questi: la Scomparsa di Majorana e l’affare Moro.
“La scomparsa di Majorana”, 1975, è un’inchiesta dedicata alla fine misteriosa del geniale fisico catanese Ettore Majorana, che sembra non gradisse di essere impegnato nelle ricerche della bomba atomica e preferì sparire. Sulla sua misteriosa scomparsa sono state fatte tutte le ipotesi possibili, e ciò costituisce occasione, per Sciascia, per sviluppare polemiche riflessioni sulle responsabilità storiche della scienza.
“L’Affare Moro”, invece, è del 1978, l’anno in cui l’eversione terroristica in Italia raggiunge il suo culmine con l’evento più tragico degli “anni di piombo” il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro, presidente dell’ex Democrazia Cristiana, al tempo partito di maggioranza relativa e al governo del Paese. Sciascia sostenne che era stata la politica ad uccidere Moro. Il tempo dirà che aveva ragione, infatti erano state le Brigate Rosse sia a rapirlo che ad ucciderlo.
Il libro affronta il tragico episodio e analizza le lettere che Moro prigioniero inviava a familiari, colleghi e amici, e ne ricava un’analisi critica dell’atteggiamento deciso dal governo italiano guidato da Giulio Andreotti, con il determinante appoggio del Pci , di non trattare con le BR la liberazione del prigioniero. Il libro inoltre, con la formula del racconto-inchiesta, indaga i retroscena del sequestro e dell’uccisione di Moro, suscitando polemiche sulla stampa, con gli intellettuali del tempo e con gli organi di partito.
Sciascia è stato una personalità di notevole levatura artistica, letteraria, intellettuale . Fu un estimatore e un amatore del drammaturgo, anch’egli siciliano, Luigi Pirandello. Scrisse molti saggi su di lui poiché aveva fatto dell’uomo siciliano l’emblema dell’uomo del ‘900 con tutte le sue crisi e contraddizioni. Ma al contrario di Pirandello che cerca una soluzione, Sciascia si limita solo ad indagare.
Per la sua indagine-denuncia Sciascia si serve, infatti, della tecnica del romanzo poliziesco, il giallo, un genere ricco di azioni vivaci in modo tale da mantenere viva l’attenzione del lettore e, infatti, si cambia spesso ambientazione.
Tale tecnica gli serve quale pretesto per mostrare la corruzione, la mentalità mafiosa e la connivenza politica: problematiche da non attribuirsi solamente alla Sicilia ma a tutta l’Italia. E lo fa seguendo una indagine sempre legata ad un impegno civile e politico autonomo e critico.
Un amaro cupo pessimismo pervade tutte le sue opere in quanto Sciascia tocca in modo approfondito il torbido sistema mafioso che riscontra essere impossibile da combattere a causa di una diffusa e complice omertà presente in tutte le categorie sociali.
Sciascia studia la società in cui vive, ne analizza i comportamenti e i fatti. E la cronaca muove in lui mille interrogativi e dubbi!
Sciascia avverte che la mafia costituisce un serio pericolo, una tragedia immane, che ormai tende a travalicare i confini insulari ed a espandersi in tutto il continente. Commenta infatti: ” Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia…”, e con la metafora della palma dà una rappresentazione drammaticamente reale del fenomeno mafioso, scrive infatti: “A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… – Io invece dico: la linea… del caffè ristretto, del caffè concentrato, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali”, ( ovvero le abitudini della mafia ), “ sale come l’ago di mercurio di un termometro : sale, su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…”-
Le parole di Sciascia ancora una volta si rivelano profetiche. La palma, pianta tropicale, simbolo della Sicilia, oggi è pressoché scomparsa, attaccata da parassiti che ne minacciano ormai l’estinzione, di converso lo stesso non si può affermare della piovra criminale che, organizzata in modo sistematico, è invece cresciuta negli anni, diramandosi oltremodo. Ciò perché, secondo lo scrittore, la diffusione della mafia non si radica, come si è portati normalmente a pensare, dove lo Stato è assente o presenta segni di evidente debolezza, ma s’insinua proprio dentro lo Stato sfruttandolo e dominandolo grazie al silenzio omertoso dei tanti che, pur di non avere noie e poter condurre una vita tranquilla, preferiscono tacere, assistere indifferenti e subire passivamente, le ingiustizie e le storture del sistema. Sciascia allora punta il dito contro costoro disapprovando il loro comportamento, scrive infatti ” chi tace di fronte a palesi sopraffazioni, si rende complice della mafia, pur non facendone ufficialmente parte”.
E’ opinione dello scrittore però che la lotta più efficace alla mafia si debba attuare oltre che con la partecipazione civile soprattutto agendo “ nel nome del diritto, dando ad ogni cittadino la sua sicurezza”. Il suo pensiero , però, non viene raccolto, le sue parole restano inascoltate, pur rivelandosi nel tempo profeticamente vere ed attuali, come risulteranno vani i suoi tentativi di promuovere l’importanza di un’educazione culturale che avesse come scopo fondamentale quello di far comprendere ad ognuno i propri diritti e difenderli, contribuendo così a lottare la mafia e tentare di estirparla. La stessa maggioranza dei cittadini onesti si dimostra immatura , indifferente, scettica, incapace ad affrontare il problema mafia, ormai consolidato, e dimostra di non voler prestare ascolto ai buoni consigli, quali quelli del Maestro, anzi preferisce tacere e suggerisce di tacere su determinate scabrose tematiche, sia che si tratti di piccoli sia che si tratti di grandi ingiustizie, in qualunque momento esse si determinano.
In siffatto contesto gli stessi “eroi” che si muovono all’interno dei romanzi di Sciascia, possono essere considerati dei “disadattati” che lottano per costruire un mondo diverso, rigettando coraggiosamente il compromesso ed il silenzio, pur amaramente consapevoli di trovarsi dinnanzi a qualcosa di molto più grande di loro e difficile da sconfiggere.
Gli eroi di Sciascia però non sono degli sconfitti. Essi hanno personalità schietta ed onesta, carattere forte e forte volontà. Hanno il viso pulito e le mani pulite. Essi hanno la dignità di essere “ veri uomini”. La loro forza è la forza della legge esercitata nel nome del popolo sovrano, essi credono nella giustizia, nella legalità, nell’adempimento del dovere che non si lascia corrompere.
Sono “ uomini “ e occupano il primo livello del rispetto civile e lo scanno più alto nella società. Questa affermazione è assolutamente inconfutabile. Lo stesso Sciascia ne attesta la veridicità quando, nel Giorno della Civetta, fa dire a Don Mariano Arena: “Io ho una certa pratica del mondo: e quella che diciamo l’umanità e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) piglia inculo= ruffiani e i quaquaraquà… Sono pochissimi gli uomini, pochi i mezz’uomini , chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… e invece no, scende ancora più in giù: agli ominicchi che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora di più: i pigliainculo che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso, è più espressione di quella delle anatre…”.
E la società abbonda di un numero inverosimile di ominicchi, di ruffiani, di quacquaraquà ed è tra questi che la mafia fa proseliti e trova facile manovalanza pronta a tutto senza alcuna remora morale.
Si! gli eroi di Sciascia sono uomini! E portano i tratti somatici, le qualità incorrotte, la forza della perseveranza, dello stesso scrittore che, “Malgrado Tutto” non accetta la realtà, e ha ancora la forza di resistere e di ribellarsi.
“ Sento”, scrive, ”una gran voglia di combattere, di impegnarmi di più, di essere sempre più deciso e intransigente, di mantenere un atteggiamento sempre polemico nei confronti di qualsiasi potere”.
Sempre pronto ad essere la voce scomoda di un “Uomo” che, tra mezz’uomini, ominicchi, ruffiani e quaquaraquà, parla e scrive con schiettezza di malaffare, di mafia, di corruzione, di politici venduti, che si fanno forti con i più deboli e lucrano sui bisogni della povera gente per bieco egoismo.
Continua a portare avanti, allora, imperterrito, la sua battaglia di legalità e di moralità, pur in una atmosfera di irrespirabile ed inespugnabile omertà, affrontando con coraggio temi particolarmente scottanti nel periodo in cui vive. E lo fa in particolare attraverso i suoi romanzi più noti: Il Giorno della Civetta, A Ciascuno il suo, Todo modo, tre romanzi importanti perché prima di allora la mafia era considerata non esistente, esclusa dalla società, come se non ne facesse parte. Sciascia, invece, afferma la presenza della mafia e dei criminali e ritiene che lo Stato, la Chiesa, abbiano un ruolo importante in quanto li supportano, precisando, opportunamente, che egli non è un “mafiologo”, ma di essere stato il primo a fare della mafia materia narrativa.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
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Leonardo Sciascia, foto dal web