Sono voce bianca,
infermiera che cura
la vita stanca,
voce della tua voce,
mano per il tuo urlo di dolore,
sorriso per la smorfia del tuo male.
Densa memoria che accumula
la fragilità mortale,
anima che attira le fughe
con il sorriso tatuato
per i sorrisi assenti.
Con una stretta di denti,
le mie mani per i pazienti
sono state orologio di battiti,
segni di interrogazioni e risposte,
fiori cresciuti
dal miracolo dell’empatia,
pane per il dolore
e sostegno per la via
fuori dalla sofferenza.
Parole e gesti che fanno presenza.
Quante mani hanno stretto le mie!
Morte e vita senza profezie,
so di malattie e di guarigioni.
Onorata della mia professione,
ho guardato in faccia la morte,
finché il suo volto si è allontanato
dalle mie paure,
offrendomi per il pianto
quando non esistevano cure.
Come passero bianco,
sono stata ponte oltre l’abisso,
luce del viso
di chi perdendo la vita
non voleva perdere il sorriso,
di chi senza più idee di vita
prendeva la mia mano
per addormentare i fantasmi
di un’altra notte in bianco.
Innamorata della vita,
sempre al suo fianco,
ho dialogato con il dolore del corpo
per dirgli che finché non è morto,
può sperare di non perdere
la capacità di contemplare
le cose che parlano di vita.

di Yuleisy Cruz Lezcano