Ieri ho parlato in commissione Sanità in Senato per spiegare come la penso su vaccini e immunità

La mia relazione ha lo scopo di fornire una visione d’insieme sui vaccini attualmente disponibili e sul piano di vaccinazioni dei prossimi mesi.
Iniziamo col dire che i due vaccini approvati dalle agenzie regolatorie EMA e FDA hanno un alto profilo di sicurezza ed efficacia, come evidenziato dai dati messi chiaramente a disposizione della comunità scientifica. Non c’è stata nessuna forzatura nell’approvazione dei vaccini da parte di queste serie e rigorose agenzie, che non hanno avuto problemi, invece, a chiedere ulteriori dati ad AstraZeneca. Il processo di valutazione quindi funziona ed è bene non esercitare pressioni di alcun tipo allo scopo di accorciare i tempi.
Per quanto riguarda la sicurezza, i vaccini Pfizer e Moderna possono essere somministrati solo a partire dai 16 anni e 18 anni, rispettivamente. Per un vaccino pediatrico, bisognerà attendere gli studi che sono appena iniziati.
Il trial clinico non ha riportato effetti collaterali gravi, così come la vaccinazione di milioni di persone di questi giorni. Sono stati riportati degli episodi di shock anafilattico, cosa che può accadere con i vaccini, e per questo si è deciso di escludere dalla vaccinazione le persone con gravi allergie. In realtà, bisogna valutare caso per caso perché, a seconda del rischio, può invece essere preferibile vaccinare anche specifici soggetti allergici, purchè sotto particolare sorveglianza.
Gli effetti collaterali principali sono dovuti all’infiammazione indotta dal vaccino, funzionale alla stimolazione dell’immunità. Sebbene più comuni che nei vaccini classici, questi vanno dal dolore nel sito dell’inoculo a mal di testa o febbre, e sono più frequenti a seguito della seconda somministrazione, proprio per la maggiore reattività del sistema immunitario. I sintomi scompaiono in una giornata o poco più. I vaccini non contengono virus e sono quindi molto sicuri anche per i pazienti immunocompromessi, che possono essere vaccinati. In questi casi, c’è però il rischio che l’efficacia della vaccinazione possa essere ridotta. Per quanto riguarda la gravidanza e l’allattamento non abbiamo invece dati dal trial clinico. Mentre per l’allattamento si può escludere qualunque tipo di problema, per la gravidanza va fatta una valutazione sulla base dei rischi e dei benefici, considerando quindi il rischio di contrarre l’infezione e lo stato di salute generale. Infine, data la natura dei vaccini, poiché l’mRNA si degrada rapidamente una volta iniettato, sono potenzialmente esclusi effetti collaterali a lungo termine.
Giusto per chiarezza, i vaccini non hanno alcuna possibilità di modificare il nostro DNA e non causano infertilità: queste sono notizie false che circolano in rete ma che non hanno alcuna base scientifica o razionale.
Per quanto riguarda l’efficacia, parliamo di vaccini con un’efficacia altissima: 95%. Questo significa che, ogni 100 vaccinati, il vaccino non genera protezione in 5 soggetti. Questa alta efficacia è importante perché ci permette di ottenere l’immunità di gregge – o meglio di comunità vaccinando il 70% della popolazione. Se si usasse un vaccino con efficacia minore, come per esempio AstraZeneca che ha un’efficacia dimostrata, salvo ulteriori dati, del 62% – quindi, ogni 100 vaccinati, 38 non rispondono – per ottenere l’immunità di comunità bisognerebbe vaccinare almeno il 97% della popolazione.
I vaccini si somministrano in 2 dosi a distanza di 21 (Pfizer) e 28 (Moderna) giorni. E’ bene non modificare questo schema – come purtroppo sta facendo il Regno Unito che ha spostato la seconda dose a tre mesi dalla prima – per non esporre a rischi inutili la popolazione, non sapendo se la prima vaccinazione protegga effettivamente per tre mesi e se questo protocollo abbia effetti sull’efficacia finale. La seconda dose è necessaria per avere l’efficacia del 95% e per generare protezione a lungo termine. Pur non sapendo quanto duri la protezione, si stima che gli anticorpi rimangano a livelli alti almeno per un anno.
E’ importante sottolineare che Pfizer ha analizzato la risposta del vaccino nei confronti delle varianti in circolazione e la variante inglese viene bloccata. Non sappiamo se sarà la stessa cosa con la variante sudafricana che presenta una mutazione preoccupante in quanto non riconosciuta dagli anticorpi dei pazienti guariti.
Per quanto riguarda il piano di vaccinazione, il recente accordo dell’Europa con Pfizer ci mette in una condizione di serenità. Entro la fine del 2021, avremo, considerando quanto già acquisito da Pfizer e Moderna, un numero di dosi sufficiente a vaccinare oltre 38 milioni di persone, cioè il 63% della popolazione. Per riuscire ad usarle tutte entro l’anno, bisognerà effettuare almeno 220.000 vaccinazioni ogni giorno, festivi inclusi. Considerando che il 33% degli italiani si dichiara contrario a questa vaccinazione – anche se si spera di riuscire ad essere persuasivi e ridurre questa percentuale – e che il vaccino non può essere utilizzato sotto i 16 anni di età (circa il 15% della popolazione), le dosi già assicurate coprono il nostro fabbisogno per il 2021. Dal mio punto di vista, non è quindi prioritario acquistare altri vaccini con efficacia minore che ci pongono problemi con il raggiungimento dell’immunità di comunità nonché scelte importanti di tipo etico. Naturalmente, se avessimo invece a disposizione vaccini di pari efficacia sarebbero utilissimi per accelerare la campagna. La priorità è però usare tutte le dosi dei vaccini già approvati e acquisiti e fare in modo che non rimangano inutilizzate. Per riuscire a mantenere il ritmo di 220.000 vaccinazioni al giorno (in realtà bisognerà arrivare a numeri molto più alti a seconda della disponibilità delle dosi che arrivano), sarà necessario coinvolgere i medici di medicina generale. E sarà anche fondamentale, per uscire al più presto dall’emergenza, scegliere con attenzione le categorie di cittadini che devono ricevere la vaccinazione con priorità. Il mio suggerimento è che la scelta sia guidata esclusivamente dal rischio clinico e non da altre considerazioni. Bisogna occuparsi prima dei più fragili, che non sono solo gli anziani ma anche i pazienti affetti da patologie croniche, gli immunodepressi, e tutti coloro che sono a rischio di sviluppare una malattia COVID-19 severa.
Nel coinvolgimento dei medici di medicina generale, è essenziale creare subito delle linee guida chiare e molto dettagliate. Ricevo richieste continue da medici e pazienti che si interrogano sulla opportunità di accedere alla vaccinazione. Serve un consenso, da parte delle società scientifiche, su cosa fare con categorie specifiche di pazienti; non solo gli allergici, ma anche tutti gli altri pazienti con patologie croniche. Nel caso degli immunocompromessi, serve definire quando la vaccinazione non è consigliata ma anche le finestre temporali per la somministrazione del vaccino rispetto alle terapie immunosoppressive. Serve, quindi, un vademecum chiaro per tutti i medici che, in questo momento, sono confusi.
Infine non bisogna dimenticare l’importanza di effettuare un continuo monitoraggio su un campione di popolazione per valutare come si mantiene il titolo anticorpale nel tempo, come questo sia diverso nelle varie categorie di età, genere, condizioni cliniche. In particolare, nei pazienti immunocompromessi sarà necessario valutare da subito l’efficacia della vaccinazione, per essere sicuri di generare una copertura e per valutarne la durata.
A tale scopo sarà importante che si coordini una raccolta omogenea dei campioni di sangue nei centri vaccinali, in modo che si possano effettuare analisi confrontabili. La ricerca sarà essenziale nei prossimi mesi e anni per comprendere l’interazione tra il virus e le sue mutazioni e il nostro sistema immunitario.