Nucleare e rifiuti radioattivi, una classica storia italiana. L’importante è non assumersi responsabilità

Di Enrico Sozzetti

Alessandria: Le parole più lucide sul deposito nazionale di scorie nucleari (prima della sua realizzazione è probabile che l’uomo arrivi su Marte) lette finora sono quelle di due esponenti del mondo ecologista. Ma non perché sono contrari a priori, bensì perché mettono in fila alcune normali riflessioni. Prima di tutto ricordano che la pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee a ospitare il deposito dove custodire le scorie a bassa e media radioattività nucleare, era la premessa obbligata per cominciare la consultazione dei territori. Sulle 67 aree non verrà costruito nulla perché nulla è stato deciso. Vero che le parole sono esattamente quelle del ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, che ha scritto che questo è «solo l’inizio di un processo lungo, complesso e partecipato, che dovrebbe portare in futuro alla individuazione del sito definitivo», ma è anche vero che questa premessa è stata del tutto assente in tutte le prese di posizione della politica che ha invece parlato di “decisione a sorpresa, di blitz in una notte, di mancata discussione con i territori” e chi più ne ha, più ne metta.

Roberto Della Seta, romano, nato nel 1959, giornalista, è stato presidente di Legambiente fino al 2007 e poi parlamentare (Pd) dal 2008 al 2013, e Francesco Ferrante, nato a Palermo nel 1961, ecologista e fondatore di Green Italia, hanno scritto sul blog pubblicato da HuffingtonPost Italia un articolo intitolato ‘La politica si rivolta contro il deposito di rifiuti nucleari. Non ce la possiamo fare’! Il problema è proprio di una politica che non ha mai voluto assumersi la responsabilità della decisione. E addirittura sulla Carta, definita nel 2015 dalla Sogin, è stato messo «il segreto di Stato» come ricordano gli autori, nemmeno fossimo in mezzo a una guerra. «Evidentemente – aggiungono Della Seta e Ferrante – i ministri dei governi che si succedono da allora capiscono che divulgarla “non gli conviene”». Arriva il 5 gennaio 2021 e la Carta viene resa pubblica. «Lo abbiamo fatto il primo giorno utile dopo il nulla osta che la “liberava”. Appena il giorno è iniziato, cioè a mezzanotte, l’abbiamo resa accessibile. L’abbiamo pubblicata scegliendo di mettere la faccia su una scelta impopolare per un unico motivo: andava fatto. Da troppi anni i rifiuti radioattivi sono stoccati in luoghi provvisori e pertanto poco sicuri. È un’opera necessaria e bisogna realizzarla con la massima partecipazione e trasparenza» sono ancora parole di Costa.

Le reazioni da parte della politica e dei movimenti ambientalisti non sono mancate in tutta Italia e tanto meno in provincia di Alessandria, terra di discariche abusive e segnata da pesanti drammi ambientali. Però l’aspetto singolare della vicenda è che nessuno, per prima la famosa politica, ha puntato l’indice sulle colpe dell’immobilismo italiano. «Dopo oltre 30 anni dall’uscita, provvidenziale, dal nucleare, l’Italia – sono parole di Della Sera e Ferrante – continua trattare i suoi rifiuti nucleari (sia le scorie ereditate da quell’avventura fortunatamente fallita, sia i rifiuti che si producono quotidianamente negli ospedali e nell’industria) in maniera precaria, approssimativa e insicura, tanto che la Commissione Europea dopo averlo annunciato sin dal 2017 si è scocciata di aspettare e da ottobre scorso ha aperto una procedura d’infrazione nei nostri confronti su questo tema». L’altro colpevole dell’immobilismo secondo loro è «in primo luogo Sogin, la società del Ministero dell’economia incaricata del decomissioning nucleare e che in oltre 30 anni pur avendo speso (buttato via?) 4 miliardi di euro non è riuscita a raggiungere più del 30% dei suoi stessi obiettivi, e che ora prevede di mettere in sicurezza definitivamente il nucleare italiano – udite udite – entro il 2036».

Aggiungono Della Seta e Ferrante: «I rifiuti nucleari che dovrebbero andare a finire nel deposito sono per buona parte quelli che si producono e si continueranno a produrre quotidianamente, per attività e servizi indispensabili. Sono pericolosi e oggi sono custoditi in circa una ventina di luoghi non adatti, alcuni come Saluggia a rischio alluvione con conseguenze inimmaginabili per il rischio di contaminazione. Vogliamo continuare a convivere con queste “bombe ecologiche” o affrontare in maniera matura la questione come si fa in tutta Europa? La politica sembra avere già fatto la sua sciagurata scelta».

Di quali rifiuti nucleari si parla? Quelli a bassa e media radioattività in ambito medico (diagnostica e la terapie come radioimmunologia, radioterapia), della ricerca scientifica, dell’industria agroalimentare (per esempio, la sterilizzazione delle derrate per irraggiamento), i rifiuti provenienti dai controlli di produzioni industriali (per esempio, le radiografie di saldature). In Italia i rifiuti radioattivi dell’industria e delle strutture sanitarie continuano a finire in svariati centri, ma la maggiore criticità è rappresentata dalla mancanza di una robusta rete di controlli sul ciclo di smaltimento dei rifiuti radioattivi, da buchi normativi e da una scarsa tracciabilità, in particolare per i rifiuti di origine ospedaliera.