CHI SONO?

Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
“follia”.

Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
“malinconia”.

Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
“nostalgia”.

Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.

Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia

ALDO PALAZZESCHI, 1909

Palazzeschi, come Gozzano nega il ruolo del poeta, e scrive una poesia infantile, ecolalica (Mengaldo), una cantilenante filastrocca. L’ecolalia consiste nel ripetere sempre le stesse parole, con un tono inebetito, tipica dei malati di mente, dei bambini, degli anziani. Le strofe sono quattro, di 5 versi ciascuna, a botta e risposta, con un distico a chiusura. Palazzeschi adora il ternario, che ha l’accento sulla penultima sillaba, quindi in mezzo alla parola, e i suoi multipli senario e novenario, con qui anche 4 endecasillabi. Cosa significa la poesia? Nulla, è un nonsense, che consiste proprio nella ricerca del nonsenso, anche se le frasi sono regolari sia sul piano morfosintattico sia semantico: sembra logica e non lo è. Palazzeschi poeta non vuole essere catalogato. La poesia però rivela un’architettura raffinata e complessa, nella sua apparente semplicità, ottenuta col registro parlato. La rima doppia compare alla fine di ogni strofa, in IA; con altre rime: pittore/colore; lente/gente. Lo schema è lo stesso in ogni strofa: domanda, negazione (anafora del non), spiegazione, definizione. Si tratta di un soliloquio, segnato dal ripetersi della domanda: anafora, 6 domande, 4 risposte. Il titolo fa corpo con la poesia, e la marchia. ‘Follia, malinconia, nostalgia’: climax discendente. ‘Io metto una lente davanti al mio cuore per farlo vedere alla gente’: intermezzo che rompe lo schema.