“L’ennesima riprova della voglia di scoop di certi giornalisti. Che bassezza.”
“Inaccetabile”
“Dovreste vergognarvi”
Questi sono alcuni, fra le migliaia, dei commenti d’indignazione sotto l’ultimo post Facebook del giornale “Il Piccolo” in merito all’articolo di oggi 15 gennaio.
Prima di procedere, è doveroso premettere che non sarò breve.

Vorrei cominciare ad approfondire la questione garantendo, prima a me stesso e poi ai miei lettori, che l’analisi e la critica saranno esposte con la mia umile volontà di osservare ciò che è successo oggi senza prendere le parti e senza lasciarsi prendere dall’emotività che questa drammatica situazione porta con sé. Cercherò dunque di porre domande e dare risposte che non vogliono in alcun modo arrogarsi il diritto di essere verità o sentenze, ma quanto più possibile lucide considerazioni di un cittadino alessandrino.

L’editoriale del Direttore A. Marello:

Togliamoci il dente.
Analizziamo le parole del Direttore Marello nel suo editoriale: “Tutti noi, nella deflagrazione di quella notte di inizio novembre, pensavamo di aver perso eroi, tre integerrimi e sfortunati servitori dello Stato. Oggi, invece, scopriamo che al dolore dobbiamo sommare la frustrazione. Il più classico dei desideri infantili si è infranto schiantandosi contro la più banale delle fragilità. Le tracce di cocaina e di cannabinoidi rinvenute nel sangue di Marco, Nino e Matteo ridefiniscono i ruoli dei tre vigili del fuoco in una storia che fin dall’inizio si portava appresso una sceneggiatura scellerata.”
Fino a qui è difficile che un lettore (casuale o habitue che sia) travisi le sue parole. Il direttore Marello pare dirci che aver fatto uso di sostanze stupefacenti sia un dettaglio essenziale, perché – come dice lui stesso – ridefinisce il ruolo dei vigili del fuoco e sconvolge il nostro modo di interpretare il loro ruolo nella vicenda. Se posso azzardare una critica, tra queste righe l’errore più evidente è stato quello di suggerire al lettore cosa pensare dei fatti. Ogni lettore ha una coscienza morale ed è libero di interpretare i fatti a proprio piacimento. L’editoriale rispecchia sì il pensiero della redazione ma, da lettore e fruitore (e da persona che prova a lavorare con le parole), non è necessario imboccare il lettore sull’opinione finale riguardo alla vicenda.
“Le persiane scaraventate a decine di metri, i mattoni fatti saltare per aria come foglie di vento, i vetri polverizzati”. Breve appunto strettamente personale: la narrazione è senza dubbio una tecnica utilizzata anche nel giornalismo e che risulta efficace. Permette al lettore di immedesimarsi ed empatizzare. Diciamo che questo non era il momento adatto di inserire un paragrafo così enfatico, seppur apprezzabile dal punto di vista tecnico.
Proseguiamo: “Abbiamo pianto con le famiglie dei caduti e applaudito il corpo nazionale dei Vigili del Fuoco. Abbiamo pregato e deposto fiori. Abbiamo scritto e abbiamo rispettato il silenzio. Abbiamo creduto di trovare una morale dove forse, ora, una morale non c’è. Perché, ancora, non avevamo letto tutto di questa sciagurata vicenda. Mancava un dettaglio che, come molti dettagli, definisce le cose, i fatti e le persone, stravolgendone la percezione”. Qui sembrerebbe che Alberto Morello stia ripetendo lo stesso concetto espresso precedentemente, ma conclude con: “I nostri tre eroi, con questo nuovo canovaccio, si sono tramutati in uomini senza mantello, afflitti dalle debolezze di molti e dalle fragilità che connotano un tempo e una generazione”. E qui veniamo al punto. Credo di aver capito le intenzioni del Direttore Marello, ma resta un’ipotesi. Questo editoriale voleva essere il tentativo di umanizzare e smitizzare le figure dei tre vigili del fuoco, i quali hanno assunto nel corso di questo anno valore eroico nella nostra memoria. Le domande, a questo punto, sono: che senso ha avuto togliere loro il mantello pubblicamente? Il processo è ancora in corso e il fatto di aver fatto uso di droga prima della tragedia non ha – ancora – rilevanza nella narrazione pubblica della storia. Inoltre, aver fatto uso di droga svaluta il loro lavoro? Ancora, sminuisce il carico emotivo che rappresenta la loro morte? Vero è che a volte un singolo dato è in grado di cambiare la percezione che abbiamo di una persona, ma in questo caso specifico, a un mio modesto parere, è irrilevante. Quegli uomini sono morti facendo il loro lavoro, non sono morti di overdose.

L’articolo di Monica Gasparini:

Le più aspre critiche dei lettori si possono riassumere in poche frasi: la notizia è irrilevante; la notizia infanga il nome delle vittime e i Vigili del fuoco ed è diffamazione; la notizia è stata scritta per vendere più copie e guadagnarci, non era necessario sbatterlo in prima pagina; lasciate in pace i morti.

La notizia è rilevante?: Se si fa riferimento ai diritti e ai doveri di un giornalista, prendendo come base fondamentale il suo codice deontologico, il giornalista ha il diritto di informare osservando la norma di legge della tutela della personalità altrui ed è d’obbligo il rispetto della verità dei fatti. Questo significa che Il Piccolo ha tutto il diritto di parlare di questo retroscena – come lo descrive Gasparini – ma è legittimo da parte dei lettori dubitare della rilevanza della notizia. Per quanto mi riguarda, aggiornare i lettori su cosa sia emerso durante l’autopsia è giusto. Ai fini della narrazione del dramma, è un dato piuttosto trascurabile. I ragazzi sono morti in seguito all’esplosione, sepolti purtroppo sotto le macerie, schiacciati dalla struttura.

La notizia infanga il nome delle vittime e i Vigili del fuoco ed è diffamazione: Non sono un giurista o un avvocato, dunque chiunque legga questo articolo e vuole correggermi è libero di farlo e lo ringrazio, ma diffamazione significa danneggiare la reputazione o il prestigio altrui attribuendo fatti o parole. Però, che io sappia, se fatti e parole sono reali e veritieri non si può parlare di diffamazione. Ripeto, correggetemi pure. Per me è importante capirci il più possibile, non avere ragione. In secondo luogo, il fatto che i tre vigili facessero uso di cocaina e marijuana non li rende né brutte persone né cattivi professionisti. Con questo non intendo dire che sia giusto drogarsi prima di andare in servizio (o in qualsiasi altro contesto), intendo dire che avere delle debolezze non fa di noi degli esseri disumani. Perdonate l’ironico ed estremo esempio, ma se un vigile del fuoco sotto effetto della cocaina lanciasse un gatto rimasto incastrato su un cornicione dal secondo piano credendo di averlo salvato, capirei. In questo caso, no. Avere sbagliato non significa essere sbagliati. Inoltre, la reputazione del corpo dei Vigili del Fuoco non può essere intaccata da un dettaglio così marginale. Fare di tutta l’erba un fascio è un ragionamento fallace a priori.

La notizia è stata scritta per vendere più copie e guadagnarci di più, non era necessario sbatterlo in prima pagina: Su quest’ultima affermazione sono d’accordo, ma è strettamente legata alla prima critica. Da diversi anni, l’avvento di internet ha portato a un calo drastico delle vendite dei giornali, specie in formato cartaceo. Instagram costringe a sintetizzare il concetto in un’immagine o in pochissime righe, Twitter concede pochi caratteri per esprimersi, Facebook è l’antro in cui le fake news proliferano di più. I social hanno cambiato il giornalismo, perché una notizia falsa è più cliccata (e quindi anche più letta) di una notizia vera. L’unico modo che il giornalismo ha per competere e contenere le fake news è proprio prendendo spunto dal loro punto di forza: l’utilizzo del clickbait. Limitarsi a dire che “L’autopsia rivela tracce di droga” e che “Gli eroi perdono il loro mantello” equivale a un pescatore che getta l’amo, il pesce (il lettore) che vede luccicare l’esca e spalanca le fauci e abbocca. Il giornalista, il giornale e il giornalismo in sé, ha bisogno di vendere per sopravvivere. Allora, dato che la soglia dell’attenzione è diminuita notevolmente con l’avvento dei social, il clickbait è la soluzione più efficace per non soccombere.
Tu, lettore che hai commentato sotto il post su Facebook o Instagram dell’articolo de Il Piccolo, ti chiedo: hai letto tutto l’articolo e tutto l’editoriale o ti sei fermato al titolo, oppure alle prime righe? Se lo hai letto tutto e poi hai commentato, hai fatto la cosa giusta. In caso contrario, c’è da rivedere il concetto di onestà intellettuale, pregiudizio, e reazione di pancia. Cadere vittima del pregiudizio è naturale, succede. Ma perseverare…

Lancio un monito al giornalismo in generale: mettetevi a un tavolo e cercate di capire seriamente come fare a portare avanti una informazione sana. Internet sta modellando e le fake news stanno corrompendo l’etica. Questo comporta un cambiamento sociale sostanziale nel modo di avvicinarsi, osservare e interpretare uno dei concetti più confusi dell’essere umano: la Verità.

A cura di Simone Sciamè