Nel 1948


Nel 1948 non si poteva nascere malati, handicappati, diversi. Ciò che restava dell’ultima Guerra Mondiale, si associava alla miseria, come il topo al pezzo di formaggio. Essere sani e forti, era l’unica speranza per farcela, per uscire intatti, almeno in parte, da quest’ultimo disastro “sociale” e umano! A quei tempi, si partoriva in casa, spesso con l’aiuto del medico di famiglia, che allora s’intendeva un po’ di tutto.
Le case, prive di riscaldamento, tranne una stufa a legna in cucina, erano gelate e in pratica, non abitabili. C’era una sola stanza da bagno, collocata sul terrazzino. Una sorta di sgabuzzino con il water e il lavandino.
Non esisteva la doccia o la vasca. Una volta ogni tanto, veniva riempita d’acqua calda una grande tinozza di zinco e a turno, nella stessa “brodaglia” ci si lavava.
I piccoli, aiutati dalla mamma o dai fratelli più grandi. Gli adulti, in gran segreto, quando i bambini già dormivano.
Anche quel rito sembrava demoniaco e poco adatto al tempo presente.
Nel 1948, con il diradarsi della povertà e della miseria, l’unione famigliare, così coesa e tenace, rappresentava un baluardo a difesa di ogni destino che ne facesse parte.
Anche se venire al mondo con qualche problema di salute, significava: una tragedia economica e umana. A quei tempi, non esisteva il Servizio Sanitario Nazionale e qualunque: radiografia, gesso, operazione si dovevano pagare. Un giorno, ormai grandicella, che scopersi di essere iscritta nell’ “Albo degli ammalati congeniti poveri”, piansi una settimana intera.
Perché sino ad allora, non mi ero mai considerata povera.
Dentro quel librone, mi ritrovai: meschina, derelitta, una figlia ingrata, nata per fare tribolare i propri genitori sino alla fine.
Ma nel 1948, era anche l’alba di una rinascita con la fierezza di appartenere ad un Popolo. Gli anni si susseguivano, uno dopo l’altro e qualcosa di magico stava per accadere. Da un ospedale ad un altro, imparavo a diventare grande, a ridere di niente, senza mai credere che tutta quella sofferenza mi sarebbe stata risarcita. Gli anni sessanta, con il boom economico, l’insensata urbanizazzione,
il mito del rock’n’roll
e il “Cielo in una stanza” di Mina; nessun dolore poteva essere ricordato.
Si ricominciava a sognare. A guadagnare qualche liretta, ad alimentarci meglio, a seguire un po’ la moda, i programmi in bianco e nero in televisione. Chi aveva un problema, una disgrazia se la teneva, cercando di reagire come meglio poteva
La scuola, la cultura, più volte elargita e pagata in casa (come è stato per me), andava oltre le barriere fisiche e regalava a tutti un’aurea di audacia, di vigore personale, di attitudine al libero pensiero e ad una giusta visione morale.



Maria Rosa Oneto

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