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Matilde era in cucina a prepararsi la sua lauta colazione. La sua prima lauta colazione, a cui ne sarebbe seguita un’altra a metà mattinata. Apparecchiò la tavola con cura, scaldò il latte, mise la cialda del caffè nella macchina espresso e si tagliò una bella fetta di torta al cioccolato. Pregustava tutto già con la vista e l’olfatto, quando in cucina si presentò Fausto, suo marito, a rovinarle la festa.
«Maledizione, Mat! Smettila di mangiare a quel modo. Non vedi come ti stai riducendo?» e, mentre diceva ciò, andò a prepararsi il suo caffè amaro.
«Io mi devo nutrire e sto semplicemente facendo la mia solita colazione».
«Questo è il problema: la tua solita colazione. Solo che dopo la prima viene la seconda, poi un pranzo che sembra un menu di nozze, quindi una “merendina” a base di torta e, per finire, una cena da trattoria romana».
«Io lavoro tutto il giorno in casa e mi provoca un forte appetito», tentò di giustificarsi Matilde.
«E dove trovi il tempo di lavorare se stai sempre a mangiare?».
«Non è vero. Tu hai sempre le tue camicie pulite e trovi sempre la cena pronta a puntino e la casa pulita».
«Quello che mi dici lo farebbe tranquillamente una donna di servizio. Io vorrei una moglie, non una balena, come sei diventata. Oh, basta! Con te è tempo sprecato! Esco».
Se qualcuno avesse trafitto la povera Matilde con una spada, in quel momento lei non avrebbe sentito niente, tanto era il dolore per l’umiliazione che ormai subiva da tempo. L’aveva capito che lui si era trovato un’altra e che a breve l’avrebbe sostituita con una donna secca come un’acciuga. Finiti i tempi della luna di miele, quando la chiamava “la mia morbida Mat”.
Con le lacrime agli occhi, Matilde tagliò un’altra fetta di torta e la divorò come se fosse l’ultima della sua vita.
“Mi vendicherò! Non creda di passarla liscia così”, pensò con determinazione, mentre un piano prese forma nella sua mente.
Fausto ora la criticava, ma le sue torte, famose in tutto il vicinato, gli erano sempre piaciute, così decise che gli avrebbe servito una torta corretta al… cianuro! In una serie poliziesca, aveva visto che dai semi di alcuni frutti si poteva ottenere una quantità di cianuro sufficiente per uccidere. Prese dal frigorifero un certo numero di pesche e albicocche e cominciò a rompere il nocciolo e a triturarlo. Con la polpa si fece una bella macedonia che avrebbe mangiato a pranzo. Prese anche noci e mandorle per realizzare una buonissima torta al cioccolato e frutta secca. Una delizia. Ne preparò una anche per sé, ma senza cianuro; giusto un po’ per avere quell’aroma d’amaretto tanto invitante.
La mattina dopo si svegliò prima, in modo che, al risveglio, il marito sarebbe stato inebriato dal profumo del dolce ancora caldo. Quando sfornò le torte, le venne l’acquolina, tanto erano fragranti. Le cosparse anche di zucchero a velo, così l’odore di vanillina ne esaltava ancora di più il fragrante aroma.
Fausto scese per colazione, ma, invece di complimentarsi, come accadeva in precedenza, sbuffò infastidito.
«Ancora con questi dolci! Questo mi sembra ancora più calorico del solito».
«L’ho fatto apposta per te! Ti piaceva tanto!».
«Prima che tu assumessi le dimensioni di un transatlantico. Guardati! Mi fate schifo, tu e la tua torta! Quei dolci ti uccideranno, prima o poi». L’uomo, furioso, girò le spalle e andò via velocemente.
«Fausto…», disse Matilde, alla stanza ormai vuota.
Aveva le lacrime agli occhi ed era furiosa. Ancora una volta l’aveva offesa profondamente. Doveva calmare quel dolore e colmare quel vuoto che sentiva nello stomaco. Come in trance si tagliò una fetta di torta che rappresentava quasi la metà di tutta la forma. Ingoiò voracemente tutto e solo quando, dopo un certo lasso di tempo, cominciò a sentirsi strana e confusa con nausea e un forte dolore di testa, si rese conto che aveva affettato e mangiato la torta avvelenata. Guardò ciò che era rimasto del dolce e, prima di cadere a terra, le sembrò che si beffasse di lei.