Storie di coraggio, di Stefania Pellegrini

Don Cirillo Perron, nella foto, era il giovane parroco di Courmayeur (Valle d’Aosta) quando nel 1943 salvò, con disponibilità e coraggio, la vita al piccolo Giulio Segre, di otto anni, figlio di un ebreo odontotecnico di Saluzzo.

La fuga precipitosa, verso la montagna e sempre rimandata della famigliola di Giulio, avvenne il 2 dicembre 1943, dopo il devastante bombardamento di Torino.
Prima in un treno stipato, poi a bordo di una corriera carica di gente schiacciata dalla paura, e si concluse con l’arrivo presso la parrocchia dell’allora trentunenne don Cirillo Perron, dopo un rischioso controllo affidato a un pietoso carabiniere.
Abituato a nascondere i perseguitati, e a non fare differenze tra amici e nemici, il giovane parroco trovò un modo per salvare la vita al piccolo Giulio e ai suoi genitori.
Lo fece passare, per tutti gli abitanti del posto, in un suo nipotino mandato in montagna per ragioni di salute.
Chiese alla madre, Eugenia, di tenersi lontana per alcuni mesi dal bambino, per non destare sospetti, e al papà Vittorio consigliò di recarsi a Milano, dove sarebbe stato più facile nascondersi e trovare lavoro senza essere riconosciuto. Furono anni segnati da paure e difficoltà, da rappresaglie di soldati nemici e da lotte fratricide, ma il ragazzo si salvò e restò con Don Perron fino all’estate del ’45.
Il salvataggio potè avvenire grazie ad una nuova carta d’identità, a nome Giulio Bigo, che il parroco chiese a un coraggioso tipografo, improvvisatosi stampatore di falsi documenti.

A raccontare a distanza di tanti anni la vicenda è stato lo stesso protagonista, un dentista oggi nonno di nipoti ormai cresciuti.
La narrazione, dedicata inizialmente a loro, poi apprezzata da molti estimatori, è stata quindi tradotta nel romanzo: “Don Cirillo e il nipotino”.

Uscito nel 2013 il libro, rivolto a un pubblico giovanile, riporta la straordinaria storia di un bambino ebreo che, durante la guerra, è salvato da un giovane sacerdote tenuto nascosto in Chiesa. E poi… incredibilmente coccolato da un ufficiale tedesco.
La storia scritta col garbo e con l’accorta sensibilità di chi si rivolge a giovanissimi lettori, è forse paragonabile, per ‘leggerezza’ dell’approccio ad un tema così drammatico, alla indimenticabile “La vita è bella” di Benigni.
Scrive nell’ introduzione Beppe Segre, fratello di Giulio nato nel dopoguerra e oggi presidente della comunità ebraica di Torino:

“La vicenda dolorosa e tragica della mia famiglia, prima umiliata dalle leggi razziali, poi costretta alla clandestinità e straziata dalla Shoah, è la stessa storia che hanno patito tutti gli ebrei italiani. Da Saluzzo sono stati deportati 30 ebrei, 22 originari della cittadina e 8 sfollati da Torino, solo una persona è tornata. Il mio ricordo va a nonno Moise, a nonna Emma, a ‘magna’ Adele, che non ho conosciuto e che vivono per me nel racconto di chi ha avuto modo di frequentarli e di volere loro bene. Ma nei giorni in cui le forze dell’ordine avevano l’obbligo di arrestare tutti i giudei e di confiscarne i beni nell’indifferenza dei più, ci fu chi ebbe il coraggio e la dignità di resistere.

Don Cirillo Perron mise in pratica il precetto biblico (Levitico,XIX,16). 
‘Non assistere inerte al pericolo del tuo compagno’.  Senza l’aiuto di giusti come lui non saremmo in vita. Sia benedetto il suo ricordo”.


Nato il 23 settembre del 1912 è morto il 2 ottobre 1996, Don Cirillo fu parroco di Courmayeur dal 1939 al 1989.