C’è qualcosa nella pampa che smarrisce. Siamo in quattro su una camionetta in apparenza attrezzata per ogni evenienza, ci alterniamo alla guida. La strada dritta come una fettuccia spartisce lembi di terra uguale dove l’orizzonte permane privato di limite, di distanza. Guidiamo in silenzio, aspettiamo che un tramonto senza punti cardinali incendi le sterpaglie all’orlo del cielo, che qualche lepre enorme ci salti davanti all’improvviso cercando la tana, che poi scendano le stelle basse come se il firmamento stesse schiacciandosi su di noi e presto il buio diventa così assoluto che sembra impossibile che i fari della macchina lo buchino. E ci sembra impossibile quel silenzio inusuale tra noi che nessuno osa profanare. Stiamo sull’orlo di un abisso, su uno stupefatto vuoto del cuore.

Ci serviamo un mate bollente, inavvertitamente ci sfioriamo come dentro un disagio. Uno di quei viaggi senza meta da cui si torna temprati, esausti e indifesi. Non so se possano bastare, per dare l’idea di questo viaggio, le parole scarabocchiate con grafia incerta dentro questa scatola di latta traballante che ci distingue nettamente da una natura per lo più vergine e insidiosa.

Ci sono leggende di gente persa in queste strade, un’ ultima birra in un agglomerato di quattro case e poi scomparsa nel nulla, inghiottita dal mistero della pampa. So che all’alba si vedrà qualche tetto, qualche bestia smarrita e qualche gaucho coi pantaloni ampi e le boleadoras( laccio con palle di cuoio per mettere a terra gli animali) alla cintura.

Ci saluterà con un cenno della mano e sarà per ore l’unico essere vivente che incontreremo. Poi la pampa lo cancellerà soffocandolo come una madre troppo vasta e troppo esigente.Il giorno avanza impietoso con folate di polvere che s’impastano a sterpi, palle inestricabili che a volte ci ostacolano la visione e il cammino, sbattendo sulla macchina, facendo mulinello sul vetro del cruscotto. Non si rallenta perché quel cammino così dritto contro l’azzurro ci rassicura falsamente.

Col mattino riprendiamo a parlare, uno strano dialogo a singhiozzi, sembrerebbe senza logica, ancora tinto dei fantasmi della notte. E cantiamo anche, prima sussurrando poi a squarciagola per liberarci dal silenzio, per dirci che siamo amici che condividono canzoni. Le mani sul cambio restano quasi sempre sulla quarta, in queste terre si scala marcia solo se incontri una mandria di cavalli o un gregge che ti taglia la strada o per qualche ragione vuoi fermarti.

Non ti sembra neppure di guidare, è la macchina che guida, anzi la strada che guida nell’unico posto dove conduce, nell’unico paesaggio che ti permette. Un’immensità che cambia così poco da farti credere di non esserti mai mosso, di percorrere sempre lo stesso frammento di terra e che sarebbe monotona noiosa in qualsiasi altra parte del mondo e qui non lo è. Spesso credi di guidare da sveglio e non lo stai facendo, i tuoi compagni ti toccano, ti dicono di accostare, ti danno il cambio alla guida.

La pampa non può essere percorsa da soli. La sua uniformità spaziale, il suo senso dilatato di tempo ti scivola tra le mani e senza le coordinate spaziotempo a cui sei abituato una parte di te, intangibile fino a quel momento, si misura con le tue permanenze e la tua fuga. Se fossimo sulla luna non sarebbe diverso, sei senza atmosfera e la crosta su cui cammini sconosciuta ti rende sconosciuto a te stesso. Quando lo sai, quando lo capisci, quando d’improvviso ti stringe la sensazione alla gola, dopo tanti giorni di cammino, allora ti si congela l’anima, di colpo ti viene voglia di città, di strade che s’ incrociano, di rumore, luci, gente, la vita come la conosci e vivi ogni giorno.

Ma abbiamo deciso di no, che ci vogliamo disintossicare, abbiamo lasciato a casa cellulari, computer portatili, vogliamo scattare rare foto solo con una vecchia macchina non digitale, vogliamo usare soprattutto pelle, respiro, sguardi, mani per costruire il viaggio, per ricordarlo. E tutto questo proposito ha una sua sfida, una sua bellezza. Forse non avremmo potuto farlo se non tra amici, in coppia, nell’amore , c’è sempre una frase da non dire, un gesto da non fare e qui nel vuoto vuoi pronunciare frasi e osare gesti che non ti sono mai appartenuti.

Mi viene in mente la mia terra, “tancas serradas a muro” (terreni chiusi da muri), ma qui non ci sono muri a secco a delimitare la terra, a volte trovi del filo spinato e poi di colpo, come una visione di Morgana, un’estancia (fattoria), piccola grande non importa, la sensazione è sempre la stessa, quella di una cattedrale nel deserto, al centro di latifondi enormi che non appartengono quasi più alla storia di noi Europei e che qui ancora si raccontano, raccontano il paesaggio, le stagioni, la solitudine e gli uomini che la penna di scrittori e musicisti ha consacrato.

Ma parlano anche di un tempo protervo che si è fermato e quello che vedi non è solo tradizione, epica del campo, estetica della vita rurale, ma anche moderna sopraffazione, ingiusta miseria, iniqua distribuzione della ricchezza, sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E la esquila(la tosatura) non viene fatta solo alle pecore ma anche agli uomini. Anche loro li tosano, li privano della lana, a volte come per le bestie una sforbiciata li ferisce. Non si può evitare di mettere quello che sappiamo e in cui crediamo in ognuno dei nostri sguardi, in ognuno dei luoghi che percorriamo.

Qui Benetton e altri industriali tessili hanno la loro riserva di pecore, portano via la lana e altrove la lavorano, altrove nasce lo stile italiano ambito nel mondo, la giacca colorata, l’originale pullover, il vestito che veste bene, qui di tutti quei dollari e euro resta molto poco, restano queste facce dure di pastori e butteri con dieci ore e più di lavoro addosso, asados (grigliate) tra uomini nei giorni di festa e per lungo tempo quasi mai nessuna donna a scaldare loro il cuore.Arriviamo all’estancia all’imbrunire.

Fa freddo ma nel capannone dell’ esquila (la tosatura) gli uomini hanno le maniche della camicia arrotolate sulle braccia. Un gruppo allinea le pecore, le porta verso i tosatori. Questa scena l’ho già vista in Sardegna, la mia terra, negli stazzi dei pastori in campagna. Questi uomini nell’estancia sudano anche se siamo a zero gradi e un vento gelato entra dal portone spalancato.

Non possiamo più stare nel capanno, il freddo è insopportabile, le pecore private della loro lana tremano, i tosatori si accasciano stanchi sulle panche di legno. Corriamo verso la casa sulla collina che ondula appena la pianura. Ci aspetta una sala grande, accogliente con una lunga tavolata disposta a ferro di cavallo, apparecchiata per una ventina di persone.

Davanti al lato aperto, a vista, l’asador (Chi cuoce la carne allo spiedo o alla griglia) alla parrilla (Grande griglia su fuoco a legna) sta facendo meticolosamente il suo lavoro. Siamo un’isola di luce e calore nel buio. Brillano le fiamme, i peltri, i bicchieri, i piatti, le posate sulla tovaglia di canapa chiara. L’odore del capretto che arrostisce allo spiedo è ancora per me un affiorare d’isola mia e d’infanzia.

Sono precipitata indietro nel tempo. Ci servono un vino rosso pastoso e forte. Mentre aspettiamo la cena ci suonano una Chacarera (danza popolare) con chitarroni solidi di legno chiaro, mani che hanno lavorato per ore e che sembrano di colpo diventate leggere innocenti per toccare sulle corde quella musica che fa muovere i piedi. Si formano alcune coppie nello spazio tra i tavoli.

Mi prendono a ballare, un fazzoletto bianco tra le mani che traccia chiarore e movenze di questa danza popolare dove il corteggiamento si consuma con insinuante malia. Torniamo ai tavoli. Ci servono la cena. Davanti a noi due ragazzi ballano uno scatenato malambro (danza folklorica argentina nata nella pampa) mentre lento il fuoco della brace va scemando e la loro bravura ci seduce come il sapore della carne che quasi si scioglie in bocca.La pampa è fuori, immensa, misteriosa, suggestiva, oscura e noi per contrasto al riparo, la facciamo nostra nella casa calda, piena di musica e voci.

Grazia Fresu