Il pappo e ‘l dindi, Roberto  Cresta

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il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il Prof. Mario Draghi

Alessandria; In occasione del settimo centenario della morte di Dante Alighieri l’ Accademia della Crusca sceglie e commenta una parola dantesca per ogni giorno dell’anno; quella sopra citata (Purgatorio, XI, 105) è del 25 gennaio 2021 e sta per pappa, cibo ovvero mangiare, e denari, soldi.

Giusto quanto si è materializzato con la disponibilità di più di duecento miliardi di euro destinati all’Italia da parte dell’Unione Europea, che finalmente ha perseguito una politica economica nel segno della solidarietà piuttosto che della stabilità (leggasi austerità).

Guarda caso proprio quando il Governo ha cominciato ad occuparsi della gestione del Recovery Plan è partita la campagna anti-Conte, che è stata orchestrata con maestria. Innanzitutto è stata organizzata prevalentemente contro un singolo soggetto, il Presidente del Consiglio dei Ministri, e non contro il Governo nel suo insieme, confidando che i partiti di maggioranza avrebbero fatto quadrato intorno a Conte e avrebbero determinato quindi, in caso di fallimento, la caduta del Governo stesso. Era questa l’unica strada percorribile dagli oppositori, perché appariva difficile affondare un esecutivo che in generale non aveva affatto demeritato nella contingente situazione di emergenza.

L’azione anti-Conte è stata condotta dispiegando energie molto consistenti: i principali giornali italiani, la maggior parte dei talk-show televisivi pubblici e privati, ovviamente i partiti di opposizione, e pure un partito della ex maggioranza. Una task-force veramente imponente che avrebbe polverizzato qualsiasi avversario, come se si trattasse di deporre un despota o una oscura forza del male.

In verità il gioco valeva la candela, perché agli oppositori l’ex Premier si presentava a torto o a ragione come un notevole ostacolo per la spartizione del pappa e del dindi.

Ora che l’operazione è riuscita, sostituendo Conte e soprattutto mettendo nell’ angolo il partito di maggioranza relativa, il M5S, cioè quello che ha vinto le elezioni, i commentatori in TV e sui giornali usano toni più pacati, sembrano più tranquilli (bontà loro!) e dissertano di politica in modo quasi divertito. In particolare fioriscono le analogie: quella più spontanea si riferisce al Governo Monti. L’ unica analogia che intravedo riguarda il comportamento del Presidente della Repubblica. Allora il Presidente Napolitano era preoccupato per la devastante crisi finanziaria, oggi il Presidente Mattarella lo è per quella sanitaria e socioeconomica. In ambedue i casi il Capo dello Stato ricorre all’unica chance di cui dispone: l’uomo del Presidente, incaricato soprattutto di tranquillizzare i partners europei in virtù del suo prestigio internazionale. In realtà c’è una non trascurabile differenza anche in questo caso: il presidente Napolitano aveva avuto l’accortezza di astenersi dal fare “appelli” a chicchessia.

Ma mi permetto di segnalare differenze a mio parere molto rilevanti nel contenuto e riconducibili ad un comune denominatore. Il Presidente Napolitano prese atto dell’ignavia dei partiti che avrebbero potuto assicurare un esecutivo “politico”, ma non vollero assumere la responsabilità di prendere decisioni impopolari (tradotto: è meglio che sia qualcun altro a fare il lavoro sporco). Il Presidente Mattarella ha preso atto della fine di un Governo che, pur non essendo stato sfiduciato da nessuno, non era in grado di assicurare stabilità per l’azione corrosiva sviluppata all’ interno della maggioranza da una forza politica, che, in un momento drammatico per il Paese, si è prestata a fare la mosca cocchiera degli oppositori. Il comune denominatore è che in ambedue i casi viene meno il presupposto essenziale su cui si fonda la Repubblica: la Virtù.

Ora che la prima fase di questa farsa si è compiuta sto registrando, tra le persone che conosco e non solo sui media, commenti e dichiarazioni che considero preoccupanti. Il tema dominante è il seguente: finalmente ritornano al Governo il prestigio e la competenza con conseguente attribuzione di questi requisiti all’ homo novus di turno, il mandrake in pectore (mi verrebbe da dire l’uomo della Provvidenza, ma non voglio esagerare), tanto forte è il desiderio italico di essere eterodiretti. Invero sotto le mentite spoglie di questi due presunti attributi il nuovo capo del Governo, per quanto stimato e capace, avrà due possibilità: galleggiare sopra una ammucchiata partitocratica di cui interpretare le istanze (leggasi distribuire il pappo e ‘l dindi), oppure affermare una gestione rigorosamente verticistica e tecnocratica, che durerebbe non più di cinque minuti. In verità potrebbe darsi una via di mezzo con quotidiani salti mortali e piroette di vario genere. A questo punto mi sento di dire che, se ci siamo già giocati la Repubblica, siamo sulla buona strada per giocarci anche la Democrazia.