La democrazia commissaria, di Marco Ciani

https://appuntialessandrini.wordpress.com

February 3, 2021, Rome, Italy: Former European Central Bank President Mario Draghi (R) wearing a face mask leaves the Montecitorio palace after accepting a mandate to form Italy’s new government from the Italian President Sergio Mattarella. (Credit Image: © Fabrizio Corradetti/SOPA Images via ZUMA Wire)

Alessandria: Attribuendo a Mario Draghi l’incarico di formare il Governo, per la terza volta in poco meno di trent’anni la guida dell’esecutivo viene affidata ad un tecnico. Prima di lui, Carlo Azeglio Ciampi e Mario Monti. In senso più ampio, anche Lamberto Dini.

Non è normale che in un paese democratico, a scadenze intermittenti più o meno distanziate, ci si debba affidare a figure esterne alla politica, anche se dotate di grande prestigio, perché non si è in grado di reperire altrimenti le personalità necessarie allo scopo. Diciamolo chiaramente: si tratta di una patologia del sistema.

A scanso di equivoci chiarisco che sono assolutamente soddisfatto della scelta assunta dal Presidente della Repubblica, anzi la reputo di gran lunga la migliore tra quelle disponibili, specie se sarà sostenuta da un’ampia maggioranza parlamentare. Ma il punto non è questo.

Credo non sfugga a nessuno come il ricorso ripetuto a formule extra-partitiche di soluzione delle crisi politiche ponga il paese in una condizione – che forse potremmo definire di commissariamento – assai divergente rispetto a qualunque altra democrazia occidentale.

In Italia siamo abituati ormai da parecchi decenni a formule piuttosto barocche di governo: istituzionale, del presidente, di scopo, della non sfiducia, di solidarietà nazionale. Abbiamo avuto perfino governi balneari. Ciò non toglie che rimaniamo un’anomalia nel novero degli Stati avanzati. E di queste anomalie, il governo tecnico (o guidato da un tecnico) rappresenta l’eccezione più significativa, proprio perché fondato su requisiti impolitici, ovvero sulla enorme autorevolezza professionale e personale di chi lo guida.

Un esecutivo edificato con tali modalità risulta perfettamente legittimo e costituzionale. Infatti non viola alcuna norma. Ma può dirsi anche democratico?

Qui tocca intendersi sul significato concreto del termine democrazia. Se la interpretiamo in termini puramente procedurali, certamente un governo che abbia il sostegno di una maggioranza qualunque di deputati e senatori liberamente eletti si deve ritenere democratico. In un sistema parlamentare funziona così.

Qualora però si intenda per democrazia un regime dove la composizione dell’esecutivo non rispecchia solamente l’esito formale delle elezioni ma anche lo spirito con il quale gli elettori hanno compiuto le loro scelte, allora c’è un problema. Infatti nel 2018 non abbiamo votato con l’idea di promuovere un governo che sarebbe stato espressione di un tecnico, per di più sostenuto da una maggioranza composta da partiti che si erano presentati in contrapposizione.

Mi si obietterà che anche i due precedenti governi presentavano analogo problema. Anzi, va così da una decina d’anni. Ma almeno il Presidente Conte, piacesse o meno poco importa ai fini del nostro ragionamento, aveva ricevuto l’incarico di capo dell’esecutivo per l’attività svolta con il Movimento 5 Stelle, pur non essendone uno degli esponenti di spicco. Anzi, forse proprio per quello, provenendo però da un’area politica identificabile in modo chiaro.

Nel caso dell’ex Presidente della BCE, invece, l’area partitica di appartenenza non conta nulla, anche perché non esiste. Conta solo il suo prestigio internazionale. Ha salvato l’euro e di conseguenza l’Unione Europea. Non serve altro. Di lui si può dire a buon titolo che sia un tecnico puro, un civil servant. Che poi si influisca sulla politica anche ricoprendo incarichi tecnici di rilievo, questo è un altro discorso.

A mio modo di vedere il fallimento della politica nazionale ci pone ancora una volta nelle condizioni di quella che, reinterprendo con qualche licenza Carl Schmitt, potremmo chiamare “democrazia commissaria”, ovvero una democrazia che si affida temporaneamente a un soggetto di capacità straordinarie (talmente magnificate da suscitare perfino comprensibili, seppure incolpevoli ironie) per fronteggiare uno stato di crisi, o meglio, uno stato di eccezione, che purtroppo nel caso italiano si presenta con una certa frequenza.

Faccio notare sommessamente che nei paesi democratici occidentali diversi dal nostro il Presidente del Consiglio, o della Repubblica nel caso di Stati Uniti e Francia, è il leader del partito di maggioranza. Le deroghe a tale regola sono rarissime. Quasi inesistenti.

Ora, quando uno stato di eccezione si presenta spesso rischia di trasformarsi da accidentale in normale. E se diventa abituale comporre un governo che gli elettori sentono come diverso e lontano da quello che essi avevano segnalato con il voto, il senso di frustrazione può tramutarsi in rabbia.

Per un periodo Mario Draghi sarà in luna di miele con gli italiani. All’inizio fu così anche per Monti. Prima o poi l’opinione pubblica può mutare. Qualora ciò accadesse, il curriculum vitae costruito nelle grandi istituzioni bancarie, pubbliche e private, e la derivazione tecnocratica della sua nomina potrebbero diventare motivo di risentimento. Vedremo con quale ampiezza. Non si può escludere che sfoci in richieste di un potere più incisivo coerente con le scelte della maggioranza degli elettori. In altri termini, non si può escludere che dopo anni di scontento gli italiani chiedano in modo democratico che sia costituito un governo autoritario. Ovvero che votino per chi guarda con benevolenza alle esperienze di democrazia illiberale. Alla Orban per intenderci.

Naturalmente l’esito di questo processo non dipende né dal premier incaricato, né dal Capo dello Stato che suppliscono come possono, ed in questo caso nel migliore dei modi date le circostanze, ad una carenza non imputabile ad essi.

Il problema sta nel sistema politico italiano. E nella sua incapacità di riformarsi in modo da produrre maggioranze stabili in grado di governare efficacemente, e minoranze di controllo altrettanto incisive per quanto compete ad esse.

È una questione datata ma tuttora irrisolta. Non affronteremo qui i possibili rimedi perché richiederebbe tempo. Ma, in conclusione, una cosa ancora si può sostenere ragionevolmente. Io non credo che la questione sia riducibile per intero al tema dei meccanismi elettorali o istituzionali. Che sono certamente importanti, ma da soli non risolutivi.

Credo sia necessario anche un surplus di politica intesa in senso proprio. Ovvero servirebbe una nuova consapevolezza affinché si attivino le energie necessarie per creare gruppi dirigenti nuovi, competenti, dotati di capacità e maturità sufficienti per allinearci alle esperienze degli altri paesi evoluti. A mio modesto avviso, l’innesco di un processo simile attiene i criteri di responsabilità e senso del dovere che sono impolitici (o prepolitici) in quanto etici.

L’inizio deve venire da fuori, dalla società civile. Ma chi può far scattare la scintilla per avviare la fiamma? Quali i soggetti deputati? Oggi come oggi, dopo aver tollerato il progressivo deterioramento dei corpi sociali intermedi fino quasi a vederli evaporare, fornire una risposta credibile e condivisa a questo interrogativo è molto difficile.