Questa bambina con la valigia è Egea Haffner, esule da Pola. All’epoca della foto aveva poco più di 5 anni. Oggi ne ha 80 e vive a Rovereto, la città in cui nacque Antonio Rosmini.
Cinque anni fa Lucia Bellaspiga, “milanese di Pola”, l’ha intervistata per Avvenire:

«Il primo maggio del 1945, la sera, suonarono alla porta due titini, volevano mio padre. Lui chiese perché lo cercassero, ma i due lo tranquillizzarono dicendo che era pura formalità, dovevano condurlo al Comando per alcune informazioni. Mio padre chiese se doveva portarsi dietro qualcosa, ma di nuovo lo rassicurarono, così uscì col vestito che indossava e una sciarpa. Sciarpa che giorni dopo i miei videro al collo di un titino… Da quella sera non seppi più nulla di lui. Avevo 3 anni e mezzo».

Suo padre Kurt Haffner, 26 anni, probabilmente infoibato quella stessa notte nell’abisso di Pisino, era figlio di un ungherese di Budapest che a Pola – città mitteleuropea – aveva una gioielleria, e di una viennese, pasticcera a Pola. La mamma, Ersilia Camenaro, era invece figlia di un croato e di un’istriana di Pisino: «Sono e mi sento italiana – chiarisce Egea –, ma solo un ottavo del mio sangue lo è. Anzi, precisamente è istro-veneto».
Sono i paradossi di quelle terre, da millenni crocevia di popoli che, incrociando i loro saperi, le hanno rese uniche per vitalità e fermenti culturali: «In casa parlavamo tedesco, italiano e ungherese». Che colpa poteva avere il padre di Egea, con la sua oreficeria sulla via Sergia? Era italiano, era agiato e non era comunista, come migliaia di altri giuliani spariti nel nulla in quei giorni. «I miei non si davano pace e speravano che lo avessero internato in qualche campo di concentramento. Per molti anni la nonna metteva da parte ogni sera un pezzo di pane, aspettando che facesse ritorno…».

Ma intanto bisognava scappare.
E prima dell’addio tutti ci si facevano ritrarre, di solito davanti all’Arena romana, foto che oggi campeggia nella casa di ogni polesano, che sia in Australia, in Sudafrica o in qualsiasi città d’Italia. Egea partiva con sua mamma per la Sardegna, dove una zia poteva accogliere la vedova e l’orfanella, e i nonni paterni, piegati dal dolore, fecero scattare la famosa fotografia, oggi manifesto ufficiale del Giorno del Ricordo: «Fu la sorella di mio padre a farmi i boccoli e a confezionarmi un vestitino di seta – racconta Egea –, mi misero in mano un ombrellino e la mia valigia, con su scritto un numero di matricola… Così diventavo l’esule Giuliana 30.001». Un numero inventato per la foto, ma ancora più emblematico e straziante, perché «lo scrisse lo zio Alfonso per indicare il numero degli abitanti di Pola». Una sorta di presentimento del fatto che presto la città intera si sarebbe letteralmente svuotata.

La bambina con la valigia ha poi proseguito quel percorso ad ostacoli che fu la vita di tutti gli esuli giuliani, portando sulle piccole spalle la guerra, la morte del padre, lo straniamento dell’esilio, il trasferimento da Cagliari a Bolzano e anni di ristrettezze in un retrobottega che fungeva da cucina e camerata insieme ai nonni e agli zii. Ma come gli altri, ce la fece. Quel fotogramma, che porta sul retro la data, 6 luglio 1946, e il timbro del fotografo polesano di origini ungheresi Giacomo Szentivànyi, spuntò dai cassetti di famiglia quando il Museo della Guerra di Rovereto nel 1997 allestì una mostra per il 50esimo dell’esodo: «Finalmente uscivamo allo scoperto! Ognuno di noi portò ciò che ci restava della nostra terra, io portai la mia foto di piccola orfana», il riassunto del dramma di un popolo.

Egea Haffner è diventata uno dei simboli di quella tragedia.
“Il giorno del Ricordo serve, serve perché c’è molta ignoranza ancora, nel senso che c’è gente che ignora. Ebisogna portarlo anche nelle scuole, portare i libri, perché pochi sanno, almeno fino a pochi anni fa. Adesso magari lo sapranno. Quando dicevo che ero profuga nessuno lo capiva. Dicevano profuga con disprezzo.”
(Egea Haffner)