UNO STRANO VIAGGIO

All’alba, tutt’a un tratto, l’espresso
entrò nella stazione, coperto di neve.
Stavo sul marciapiede, col bavero del cappotto rialzato,
e non c’era nessuno, sul marciapiede, all’infuori di me.
Un finestrino del vagone letto mi si fermò davanti
con le tendine scostate.
Nella penombra, sulla cuccetta bassa, dormiva una giovane donna
aveva i capelli di fieno biondo, le ciglia azzurre
le labbra rosse e piene lievemente imbronciate.
Non vedevo, dal marciapiede,
chi dormisse nella cuccetta più in alto.
Di sorpresa, senza rumore, l’espresso
partì dalla stazione.
Non so da dove venisse, né dove fosse diretto.
Lo guardai che s’allontanava.
Nella cuccetta di su, sono io stesso che dormo.

NAZIM HIKMET, 1962 tr. Joyce Lussu

Poesia onirica, visionaria e subliminale. Il finale è un aprosdòketon, perché Nazim guardava la ragazza che dormiva, stando sul marciapiede della stazione; invece si trovava nella cuccetta superiore del vagone letto.