ASPETTANDO IERI, di Alessandro Grecchi

Recensione di Ada Prisco

Si presenta come una raccolta diversa dal solito, alternativa rispetto alle attese, che spesso si nutrono nell’approccio a un libro di poesie. È uguale solo a se stesso questo Aspettando ieri di Alessandro Grecchi. Più che il raccoglimento attesta la lotta, rende conto degli spazi di vuoto che rimangono fra desiderio a compimento. Il tono è pugnace, può servire a risvegliare le forze necessarie a vivere, a cambiare, ma soprattutto a prendere coscienza. La voce narrante è onesta, dimostra di dire le cose come stanno. Non è un libro che si adatta al lettore, è un’espressione che trasborda dalla vita, qua e là ammette ad alcune esperienze vissute, ma soprattutto a quelle mancate e allo strascico che lasciano dietro di sé. Per questo è tanto più importante l’annotazione temporale del titolo, ieri. Quante attese di ieri non sono mai evolute nell’oggi, non hanno costruito alcun domani. Merita un elogio questo poeta, ha voluto guardare dritto negli occhi in una delle frustrazioni più dolorose dell’andazzo comune. Ci barcameniamo tutti in qualcosa che non sappiamo. Facciamo anche del nostro meglio spesso, ma non è detto che questo sia sufficiente a convincere l’albero della nostra vita a produrre i frutti in vista dei quali si è seminato, vangato, atteso. E noi tutti in parte siamo ancora lì, a guardare, ad aspettare, a rimpiangere, ad analizzare. In questi versi sciolti, però, tutto è veloce, non si sosta troppo. Ci troviamo di fronte a dati di fatto, accolti nella loro nudità. 

La flessibilità va di moda, l’intelligenza predica capacità di adattamento. Sembra padroneggiarle entrambe il Nostro, mentre richiama al presente il se stesso che ancora cede alla tentazione di fissare l’altrove. 

Aspetto mutamenti.

Basta!

Inventati

nuovi orizzonti (p. 18).

Potremmo accogliere tutti questo richiamo, così fiducioso per la sua essenza nella capacità del soggetto umano di farsi da sé e di determinare al contempo anche il proprio paesaggio, realizzando la storia. Non c’è sconfitta, il rimpianto, se c’è, resta clandestino. 

Curioso e artistico è il ricorso frequente all’acrostico, stratagemma nascosto fra le righe ed evidenziato fino a tirare in ballo altre persone, con il loro nome. Tutto è bene identificato varcando la soglia della dimora letteraria del poeta. Anche questo è un modo per non lasciarsi sfuggire la preziosa occasione di condividere bilanci e prospettive con altri, impegnandosi così anche a un dopo che si agogna nella sua diversità, che si disegna attraverso la cifra delle proprie iniziali. L’anonimato è magmatico. I volti evidentemente fanno da ingredienti per le storie migliori, o, almeno, per le storie ricercate dal poeta. 

Per quanto un ampio scarto possa allontanare desideri da risultati, ogni vita è destinata a lasciare tracce di sé. Lo ricaviamo dal componimento dedicato agli amati Padri Barnabiti (p. 19): 

La strada che hanno percorso 

è breve, lunga solo due vie.

Ma i cammini che hanno tracciato

sono tanti …

Indirettamente anche questo può essere letto come l’invito continuo a seminare nel presente. Chissà, in fondo l’operato di ciascuno, portato bene avanti, può agevolare nel tempo la visione di Dio (cf. p. 19). E ci sono anche altri interessanti riferimenti alla spiritualità d’occidente, d’oriente, biblica, vissuta. 

Se il tono è deciso, talvolta si rimane comunque nell’impressione di non aver colto tutti i riferimenti, che, nella mente dell’autore, sono stati il grembo che ha nutrito i versi fin quando non siano stati accolti impressi sulla pagina. Qualche retaggio di novecentesco ermetismo si fa carico delle esigenze letterarie essenziali e riservate con pari intensità. Rimangono comunque intatte e semplici le immagini. Quelle non mancano di accompagnare la lettura, non lasciando il lettore troppo smarrito alla ricerca di sensi e significati. Così è il fiore del tè (p. 24).

Senza eccesso di patimenti emergono attraverso immagini ben riuscite lo smarrimento, l’incertezza, lo spaesamento che l’attualità della nostra sensibilità condivisa, già da molti decenni, ci ha insegnato a conoscere. Senza dirlo, il Nostro ci comunica una serenità consapevole, mentre incoraggia a procedere, a proseguire nel cammino. È un tragitto che cerca una direzione, ma che, di fatti, avviene attraverso le contraddizioni, permane nello sconcerto di chi ancora riflette su quanto è stato, sulle mancanze del passato, lontano o recente che sia. 

Nel frattempo impariamo ad apprezzare la brezza del mare, a condividere il calore del sole, a cogliere il sorriso che sa di squarcio come una fotografia. 

Scorrendo le pagine di questo libro/viaggio, un po’ restiamo, un po’ andiamo, un po’ parliamo una lingua, un po’ traduciamo i nostri pensieri in un diverso idioma, un po’ scriviamo in rime, un po’ in prosa, siamo un po’ qui, un po’ altrove. E intanto procediamo lievi, meditiamo, incontriamo.

Ada Prisco

Alessandro Grecchi, Aspettando ieri, pref. Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2020, pp.70, isbn 978-88-31497-29-9; mianoposta@gmail.com.