La trappola più pericolosa, Agostino Pietrasanta

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il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il Prof. Mario Draghi

Alessandria: L’indicazione è venuta da Sergio Mattarella; il presidente della Repubblica, nelle dichiarazioni proposte al termine delle consultazioni della scorsa settimana, ha sollecitato tutte le presenze politiche a un impegno per governo senza connotazioni di parte. A fronte della gravissima e devastante crisi sanitaria, dell’incombente crisi sociale nonché della preoccupante crisi economica ormai in corso, dal momento che si pone l’urgenza di una solida risposta istituzionale, l’indicazione saggia e autorevole trovava e trova una giustificazione indiscutibile.

Nulla da dire, quindi sulla soluzione prospettata con l’incarico a Draghi; va precisato però che da subito si sono inseriti nel dibattito dei media, delle ambiguità irresponsabili. Anche nei salotti della televisione non sono mancati i riferimenti al secondo dopoguerra, quando partiti di diversa ideologia e radicale distinzione culturale, a fronte delle ben note emergenze, hanno collaborato per superarle. L’accostamento mi sembrerebbe del tutto improprio: i governi degli anni 1945/47 avevano una connotazione politica avvertita e solida, perché formato dai partiti che, nati dalla Resistenza, e protagonisti, tutti quanti, di un riscatto dal totalitarismo, si apprestavano a scrivere la Costituzione. Se l’accostamento tra tempi e condizioni diverse costituisce una trappola, dal coinvolgimento dell’opinione pubblica nell’ambiguità che ne potrebbe derivare, una trappola anche peggiore. Costituirebbe un passaggio ben pericoloso per una base elettorale che ormai  fonda, e da almeno un trentennio, le proprie scelte sulla deriva del  pregiudizio o dell’emozione cui la mancata razionalità del dibattito politico non da alcuna risposta e alcuna idea di comportamento; insomma una base elettorale allo sbando; e non certo per esclusiva colpa sua.

Ciò posto, a me pare che si debba superare la retorica per cui l’elettorato avrebbe sempre ragione, dal momento che le ragioni si basano su delle idee e le idee non si improvvisano. Ora sono in parecchi a sottolineare che la crisi della politica o la sua sostanziale assenza consegue la scarsa preparazione delle élite e delle classi dirigenti almeno nel contesto proprio delle istituzioni; ciò benché innegabile non è sufficiente a spiegare la deriva in corso dalla fine del secolo scorso. Il problema primario sta alla base perché sono venuti a mancare i soggetti della formazione prepolitica, altra volta particolarmente avvertiti nella vita della nazione. Ne abbiamo fatto cenno in diverse occasioni, ma ritengo necessario riprendere il discorso con qualche analisi più attenta, per quanto schematica.

La base elettorale ha fruito, soprattutto nel corso della seconda metà del secolo XX, ma anche nel percorso della clandestinità propria del ventennio, almeno di tre apporti formativi: l’associazionismo laico e ecclesiale, la presenza formativa del sindacato, la “gavetta” nelle amministrazioni locali che se ha riguardato soprattutto le classi dirigenti ha coinvolto la base sociale dei partiti politici. Ricordo, in specifica annotazione, i dibattiti promossi sui bilanci dei Consigli comunali nelle sedi di partito.

Si potrebbe aggiungere che se un capitolo importante ha sostanzialmente fallito è proprio quello della scuola che tradizionalmente ha si contribuito a formare le élite, ma nel secondo dopoguerra non si è sufficientemente organizzato per la promozione della base sociale e conseguentemente elettorale. C’è stata si la riforma della media unica (1962), ma alle intenzioni non sempre sono seguite anche per delle ambiguità applicative, realizzazioni opportune. Non c’è bisogno di ricorrere a don Milani, e alle sue critiche inappellabili  per osservare che l’omologazione delle didattiche ai livelli delle ricerche (?!) colla e forbici e a un didatticismo senza contenuti, unici adeguati allo sviluppo del decantato senso critico hanno completato un quadro di fallimento. E insisto: fallimento di un minimo di capacità di discernere nella complessità del reale. E magari a comprendere le bufale o le incongruità del tutto ambigue di chi si gabba come europeista dopo aver sostenuto la efficacia decisiva e epocale dell’uscita dall’euro. Aggiungerei che soprattutto la secondaria di secondo grado, dopo un periodo avvertito e significativo nella formazione delle élite si è accartocciata in tentativi che, al di la delle intenzioni, non hanno svolto ruolo alcuno sulla formazione della base sociale.

Veniamo all’associazionismo: la contestazione lo ha distrutto, indipendentemente dai ruoli anche positivi del “lungo sessantotto” quello cioè che alle richieste di autonomia  non ha più voluto associare distruzioni e soprattutto violenza. Eppure un capitolo essenziale riguarda la formazione della classe dirigente cattolica nel periodo tra le due guerre, formazione che nell’Azione cattolica in particolare, ha coinvolto masse di cittadini e ne ha avviato la presenza nella vita pubblica. Valutazione analoga potrebbe proporsi per le scuole di partito delle sinistre più consapevoli del ruolo delle basi sociali. Tutto questo, presente per lunghi decenni,  ha costituito l’ossatura prepolitica di un elettorato capace di scegliere (l’errore è sempre possibile) tra forze alternative, ma in dialettica di reciproca legittimazione. Oggi proprio per questa mancanza al confronto dialettico si giunge a una inevitabile convergenza (qualcuno parla di ammucchiata) che potrebbe risolversi in una deriva di ingovernabilità dovuta a fazioni ambigue dentro le stesse forze di dichiarato sostegno all’esecutivo, dichiarato magari con ampie riserve mentali.

Vengo alla presenza formativa del sindacato. Per formazione e esperienza sono un convinto assertore dell’autonomia del Sindacato dai partiti (quando c’erano!). Tuttavia un conto è l’autonomia, altro è l’ignoranza  di un dibattito che le organizzazioni sindacali avevano promosso soprattutto dagli anni cinquanta in poi e che risultavano costitutive della maturità e dell’esperienza del lavoratore alla partecipazione alla vita politica. Dall’esperienza sindacale sono conseguite consapevolezze avvertire anche nelle scelte elettorali, salvo (lo ribadisco) gli errori sempre possibili e le battute d’arresto sempre inevitabili.

Da ultimo. Manca di fatto e quasi sempre la “formazione della gavetta”. Prevalentemente, per lunghi decenni di vita repubblicana, si arrivava alle responsabilità nazionali, dopo un titolo di studio ragguardevole, ma soprattutto, dopo l’esperienza nelle amministrazioni locali, nei quartieri e magari dopo un periodo da sindaco in piccoli o medio centri. Insomma c’era un percorso formativo, anche se pure in allora residuava qualcuno (raro!) che perché gli si negava il ruolo di capo/gruppo, cambiava casacca. Bene; questa gavetta, l’ho già anticipato parlando delle discussioni sui bilanci comunali; coinvolgeva direttamente una larga rappresentanza popolare.

Sono capitoli (altri se ne potrebbero aggiungere) di una costruzione del prepoliotico che oggi necessita di recupero: certamente prima di pensare a nuovi contenitori.

Su questo dovremmo ragionare e lo dovrebbero fare anche coloro che, non privi di idee, le omologano esclusivamente a battute piccate e risentite sui “social”