Parole come pietre, di Silvia Cazzato

Dalla pagina Facebook di Silvia Cazzato

L’uso chirurgico delle parole è essenziale quando si “maneggiano” le sensibilità altrui. Partendo dallo studio della mia, guardo alle altre.

Io, da bambina, piangevo tantissimo, avendo una madre simpatica ma un po’ nazista, che da bambina, povera, veniva picchiata da mio nonno con il frustino dei cavalli. Un nonno che era maresciallo dei Carabinieri, per carità, ma che trattava mia madre, mio zio e mia nonna non esattamente con i guanti bianchi. 

Io non sono mai stata picchiata da mia madre, per fortuna, perché ha avuto quell’intuizione di non perpetuare un metodo che lei stessa aveva subito. Ma quella rigidità, quell’autoritarismo paterno, quello sì, lo ha ereditato. Io, dunque, ho dovuto fortificarmi interiormente per non soccombere. 

Nel tener testa a mia madre ho ben ricordato i dispiaceri che possono derivare da una parola detta con un tono sbagliato, da una parola detta in più o in meno. E negli anni ho calibrato il mio parlare, ben sapendo che le parole sono pietre. Quando parlo, nel mio lavoro in carcere, con qualche assassino; quando, facendo del volontariato, incontro un tossico incazzato con la vita, muto, che mi guarda in tralice dal fondo di una stanza; quando vado in hospice al capezzale di un morente che non so che stato d’animo possa avere, se paura, o rabbia, o disperazione; quando rispondo alla telefonata di qualcuno che mi chiama per dirmi che è troppo stanco e vuole finirla lì. Quando mi trovo in quelle situazioni, io ho solamente le parole. Solo le parole posso usare, per cercare di traghettare un po’ del mio calore a quella persona. E se non riuscissi ad individuare le giuste corde, mai lei mi sentirebbe. Ma invece, se mi sente, ecco che si realizza una vera magia. 

E ti sembra, in quel momento, in quel contatto, che si realizzi anche il senso del tuo esistere.